Indice dei contenuti
Rosaria Battista, 24 anni, figlia di Massimo Battista, l’ex operaio dell’Ilva e consigliere comunale di Taranto morto di tumore il 7 ottobre 2024, si è laureata in Giurisprudenza. La notizia è del 29 ottobre 2026. Ha discusso una tesi sull’ex Ilva, dedicata al padre, che studia come lo Stato possa ritirare i propri atti quando mettono in pericolo la salute e l’ambiente.
A raccontare la giornata è stata la madre, con un lungo post sui social. «Oggi Rosy ha portato suo padre dentro il suo futuro», ha scritto. E ha aggiunto che avrebbe dato qualsiasi cosa per vedere accanto a lei gli occhi di Massimo, pieni d’orgoglio, mentre abbracciava la figlia. È una festa di famiglia. Ma il titolo della tesi va oltre la famiglia, perché tocca la domanda che Taranto si fa da quattordici anni.
Rosaria Battista ha scritto la sua tesi sull’autotutela nel caso ex Ilva
Rosaria Battista ha intitolato la tesi «La responsabilità amministrativa nella Pubblica Amministrazione: l’autotutela tra il diritto alla salute e il diritto all’ambiente nel caso ex ILVA». L’autotutela è il potere di un ente pubblico di correggere o annullare da solo un proprio atto sbagliato, senza aspettare un giudice.
In parole semplici: se un’autorizzazione lascia lavorare una fabbrica che fa ammalare chi le vive intorno, l’amministrazione può e deve tornare indietro. Per la madre, in quelle pagine c’era il marito. «Nel coraggio delle sue parole, nella difesa della sua amata Taranto, ho rivisto Massimo, le sue battaglie e la sua voce», ha scritto.
Chi era Massimo Battista, l’operaio che fondò i Liberi e pensanti
Massimo Battista era un operaio del siderurgico di Taranto e un sindacalista che denunciava l’inquinamento della fabbrica dall’interno. È morto a 51 anni. Il 2 agosto 2012, pochi giorni dopo il sequestro dell’area a caldo deciso dalla magistratura, entrò con alcuni colleghi in piazza della Vittoria su un’Apecar e interruppe il comizio dei sindacati confederali.
Da quell’irruzione nacque il Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti, che negli anni ha organizzato il concerto del Primo maggio di Taranto. Poi la politica: Battista è stato consigliere comunale e candidato sindaco. Nel suo ultimo messaggio pubblico aveva scritto che la sua battaglia finiva lì. Non sappiamo se la sua malattia abbia un legame con la fabbrica, e non lo scriveremo senza prove.
Quello che sappiamo è il percorso della vicenda che ha segnato la sua vita, e che oggi la figlia ha portato in un’aula universitaria.
Ex Ilva di Taranto, da Massimo Battista alla tesi della figlia
- Massimo Battista e altri operai interrompono in Apecar il comizio dei sindacati in piazza della Vittoria
- La Corte europea dei diritti dell'uomo condanna l'Italia nel caso Cordella sull'Ilva di Taranto
- La Corte di giustizia UE: con pericoli gravi per salute e ambiente l'attività va sospesa
- Muore a 51 anni Massimo Battista, ex operaio Ilva e consigliere comunale di Taranto
- Il presidio dei lavoratori ex Ilva blocca la raffineria Eni di Taranto
- La Cassazione conferma lo stop all'area a caldo; Rosaria Battista si laurea con una tesi sull'ex Ilva
Tre corti hanno già dato torto allo Stato su Taranto
La Corte europea dei diritti dell’uomo, la Corte costituzionale e la Corte di giustizia dell’Unione europea hanno già stabilito, in tempi diversi, che sull’ex Ilva lo Stato ha messo la produzione davanti alla salute. Non è un’opinione. Sono sentenze.
Il 24 gennaio 2019 la Corte di Strasburgo, con la sentenza Cordella e altri contro Italia, ha condannato il nostro Paese per non aver protetto i cittadini di Taranto dalle emissioni. I ricorrenti erano 181, divisi in due ricorsi, come registra la relazione 2019 della Presidenza del Consiglio al Parlamento: 53 nel primo, 128 nel secondo. Un anno prima, con la sentenza n. 58 del 2018, la Corte costituzionale aveva dichiarato illegittimo il decreto-legge n. 92 del 2015, che permetteva all’altoforno di continuare a lavorare dopo un sequestro per la morte di un operaio.
Poi è arrivata l’Europa. Il 25 giugno 2024 la Grande Sezione della Corte di giustizia, nella causa C-626/22 contro Ilva, su richiesta del Tribunale di Milano, ha stabilito che l’impatto sulla salute fa parte della valutazione per autorizzare un impianto. E che, davanti a pericoli gravi per ambiente e salute, l’attività va sospesa.
Rosaria ha studiato quello che lo Stato rinvia da quattordici anni.
Dal dicembre 2012, con il primo decreto salva-Ilva, governi di ogni colore hanno tenuto aperta la fabbrica per legge, anche dopo i sequestri dei magistrati. Dal febbraio 2022, con la legge costituzionale n. 1, l’articolo 41 della Costituzione dice che l’impresa non può svolgersi in modo da danneggiare la salute e l’ambiente. La regola c’è. Chi l’ha scritta continua a fare eccezioni.

La Cassazione conferma lo stop all’area a caldo
Lo stesso giorno della laurea, la Cassazione ha dato ragione alla Corte d’Appello di Milano e ha confermato lo stop all’area a caldo dell’ex Ilva. La decisione arriva dopo che nei cowper, le torri che scaldano l’aria per gli altiforni, sono stati trovati oltre 2.000 chili di amianto, con una scadenza di bonifica mancata nel 2023.
È lo stesso filone nato dal ricorso dei cittadini che portò alla sentenza europea del 2024. E la tensione in città resta alta: due settimane fa il presidio dei lavoratori dell’ex Ilva ha bloccato la raffineria Eni di Taranto, lasciando a secco distributori in Puglia e Calabria. Chi lavora in fabbrica teme per lo stipendio. Chi vive intorno teme per i polmoni. Lo Stato, finora, ha risposto a entrambi con un decreto alla volta.
Il processo Ambiente svenduto è stato trasferito a Potenza
Il processo penale «Ambiente svenduto», sul disastro ambientale attribuito alla gestione della fabbrica, deve ripartire davanti agli uffici giudiziari di Potenza. Nel settembre 2024 la Corte d’assise d’appello ha annullato le condanne di primo grado per incompetenza territoriale, senza entrare nel merito delle accuse.
Significa che, dopo anni di udienze, non esiste una sentenza definitiva e nessuno degli imputati può essere considerato responsabile. Una giustizia così lenta non protegge né gli imputati né le persone offese. Il ministero della Giustizia ha il dovere di dare a Potenza i magistrati e il personale per arrivare a una sentenza in tempi ragionevoli.
A Taranto la salute viene prima dell’acciaio
Lo diciamo da liberali, senza imbarazzo: una fabbrica che resta in piedi solo grazie ai decreti non è mercato. È una rendita, pagata da chi respira quell’aria e da chi paga le tasse. Il lavoro si difende con impianti puliti e regole certe, non con gli scudi penali. Chi sostiene che di tumore non si muore solo a Taranto ha ragione sul principio, ma non sui dati: lo studio Sentieri dell’Istituto superiore di sanità ha registrato in città eccessi di mortalità per tumore rispetto alla media regionale.
Il governo ha in mano lo strumento indicato dalla Corte di giustizia: la valutazione del danno sanitario prima di ogni autorizzazione, vincolante e non decorativa. Il Parlamento ha il potere di smettere di salvare l’Ilva per decreto. Rosaria ha fatto la sua parte. Ha studiato, ha scritto, ha portato il nome del padre in un’aula dove si insegnano le leggi. Alla madre, che ha festeggiato una figlia dottoressa senza il marito accanto, va il nostro abbraccio.
I prossimi passi sono già scritti nei fascicoli: le conseguenze della decisione della Cassazione sull’area a caldo, il nuovo processo a Potenza, le scelte del governo sul futuro dello stabilimento. Una tesi di laurea non basta. Una legge sì.
Come abbiamo lavorato
- Abbiamo consultato 3 documenti e fonti ufficiali, elencati in fondo all’articolo.
- Distinguiamo i fatti accertati da quello che è solo sostenuto dalle parti, e lo diciamo nel testo.
- Ultimo aggiornamento: 29 ottobre 2026, ore 19:17.
Hai notato un errore? Scrivici a info@tuttonotizie.eu: verifichiamo ogni segnalazione e, se l’errore è confermato, correggiamo dando conto della modifica. I nostri standard editoriali.
Fonti
- Ministero della Giustizia (2019). Sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 24 gennaio 2019, causa Cordella e altri contro Italia.
- Presidenza del Consiglio dei ministri (2019). Relazione al Parlamento sull’esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo.
- Corte di giustizia dell’Unione europea (2024). Sentenza della Grande Sezione del 25 giugno 2024, causa C-626/22.
Ne stiamo parlando sulla nostra pagina Facebook: leggi i commenti e di’ la tua.





