Emergenza carburante in Calabria e Puglia: distributori a secco, bloccata la raffineria Eni di Taranto

Emergenza carburante in Calabria e Puglia: Cosenza e Catanzaro a secco, raffineria Eni di Taranto bloccata dal presidio ex Ilva, fermo camion da venerdì 16.

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Emergenza carburante in Calabria e Puglia: giovedì 15 ottobre 2026 la stragrande maggioranza dei distributori di Cosenza e decine di impianti a Catanzaro hanno finito benzina e gasolio. Le autobotti non partono dalla raffineria Eni di Taranto, presidiata dagli operai dell’ex Ilva da lunedì 12 ottobre. Pasquale Russo, presidente di Conftrasporto, minaccia un fermo nazionale dei camion se il governo non convoca le associazioni.

La notizia conta perché due vertenze vere, l’acciaio di Taranto e il caro gasolio, hanno prodotto un danno a chi non c’entra: pendolari, scuolabus, artigiani e ambulanze di una regione intera. Gli operai dell’ex Ilva e gli agricoltori hanno ragione a pretendere risposte, ma il pieno dei calabresi non è una leva di trattativa. Il governo guidato da Giorgia Meloni ha lasciato passare cinque mesi dall’ultimo incontro con l’autotrasporto, e oggi raccoglie un ultimatum. Chi ha il potere di convocare un tavolo e non lo fa risponde delle code al distributore tanto quanto chi blocca i cancelli di una raffineria.

Cosa succede ai distributori di Cosenza e Catanzaro

A Cosenza la corsa al pieno è iniziata mercoledì 14 ottobre, con file di auto che hanno paralizzato il traffico cittadino. Giovedì mattina i pochi impianti ancora riforniti sono stati presi d’assalto e molti hanno esposto il cartello di carburante esaurito. Il problema si sta allargando alle altre province calabresi.

A Catanzaro e provincia le stazioni a marchio Enilive sono rimaste a secco già martedì 13 ottobre, dopo che le consegne programmate tra lunedì e mercoledì sono state cancellate. Gli automobilisti che non trovavano carburante nel distributore abituale si sono spostati sugli altri impianti, svuotando anche quelli. Nel Cosentino un comune è rimasto senza gasolio per lo scuolabus e gli alunni sono rimasti a piedi.

Le scorte si sono esaurite per due cause che si sommano: le consegne saltate dalla raffineria di Taranto e la paura del fermo dell’autotrasporto calabrese annunciato per venerdì 16 ottobre. La seconda causa non ha ancora prodotto un solo camion fermo, ma ha già svuotato le pompe. Basta l’annuncio di un blocco per far scattare la corsa al pieno.

Perché la raffineria di Taranto decide il pieno della Calabria

La raffineria Eni di Taranto è lo snodo da cui parte gran parte del carburante destinato a Puglia, Basilicata e Calabria. Serve i punti vendita Eni ma anche impianti di altre compagnie. Quando le autobotti non escono dai cancelli, nel giro di 48 ore la Calabria, che dista 300 chilometri, resta senza rifornimenti. È come chiudere il rubinetto principale di un condominio: il primo piano se ne accorge subito, l’ultimo poco dopo.

Da lunedì 12 ottobre i lavoratori dell’ex Ilva presidiano i varchi della raffineria. Non scioperano contro Eni, che è un’altra azienda. Usano quel cancello perché fermare le autobotti fa più rumore di un corteo. Il risultato è arrivato: la Calabria è a secco e la notizia è in prima pagina. Ma il conto lo pagano cittadini che con l’acciaio non hanno nulla a che fare.

La legge 146 del 1990 inserisce l’approvvigionamento di prodotti energetici tra i servizi pubblici essenziali. Chi sciopera in quel settore deve rispettare un preavviso e garantire prestazioni minime, perché nessuno resti senza carburante. Un presidio esterno che ottiene lo stesso effetto di uno sciopero senza preavviso aggira lo spirito di quella regola. Il prefetto di Taranto deve garantire l’uscita delle autobotti, lasciando ai lavoratori il diritto di manifestare davanti ai cancelli.

La protesta dell’ex Ilva: date e richieste

La mobilitazione è partita l’8 ottobre 2026, quando Acciaierie d’Italia ha annunciato lo stop temporaneo degli stabilimenti di Genova e Novi Ligure entro il 15 novembre. A Taranto le attività dell’area a caldo, dove gli altiforni fondono le materie prime, erano già ferme. Il 12 ottobre i sindacati Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno proclamato 24 ore di sciopero in tutti i siti del gruppo, con cortei a Taranto, Genova e Novi Ligure e il coinvolgimento delle imprese dell’indotto.

Nella notte tra il 12 e il 13 ottobre gli operai tarantini hanno mantenuto i presidi accendendo fuochi per scaldarsi. Sono seguiti blocchi sulla statale 106 e altre 48 ore di sciopero. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato di rischio di allarme sociale. I sindacati, dopo il confronto a Palazzo Chigi, contestano al governo una gestione della crisi centrata sugli ammortizzatori sociali e senza risposte sulla ripresa della produzione. Chiedono anche strumenti straordinari come il pensionamento anticipato.

L’ex Ilva è in amministrazione straordinaria dal febbraio 2024, cioè gestita da commissari nominati dallo Stato. L’area a caldo fu sequestrata dalla magistratura nel luglio 2012. Quattordici anni e governi di ogni colore dopo, lo stabilimento più grande d’Europa è fermo e i lavoratori sono in strada. Questa è la responsabilità che pesa su Roma, non sui piazzali di Taranto.

Il Foggiano e il caro gasolio: una settimana di presidi

In Puglia la protesta è un’altra, ma si intreccia con la prima. Sabato 11 ottobre oltre un centinaio tra agricoltori, autotrasportatori e commercianti sono scesi in strada nel Foggiano contro il caro carburante. Mercoledì 14 ottobre si sono registrati rallentamenti ai caselli e nelle aree di servizio, senza blocchi totali. Giovedì 15 ottobre i presidi con i trattori sono all’ingresso di Vieste e al casello di Poggio Imperiale. Guido Cusmai, dell’associazione Orgoglio Olivicolo, ha riferito di tre presidi attivi a Vieste.

La protesta pugliese va avanti da cinque giorni ed è stata raccontata dalle agenzie fin dall’11 ottobre. Non c’è stato alcun silenzio: è diventata notizia nazionale quando le pompe della Calabria si sono svuotate, perché a quel punto il danno ha toccato tutti. In Calabria il fermo dell’autotrasporto da venerdì 16 ottobre è annunciato dai comitati promotori con circa 22 presidi e 800 operatori. Nello stesso giorno sono previste mobilitazioni degli agricoltori a Rende, Montalto Uffugo e lungo le coste ionica e tirrenica del Cosentino.

L’ultimatum dell’autotrasporto e l’incontro di maggio con il governo

Giovedì 15 ottobre la presidenza di Unatras, l’unione delle associazioni dell’autotrasporto merci, ha diffuso un comunicato che denuncia «il totale e reiterato mancato confronto con il Governo». Unatras annuncia manifestazioni in tutta Italia e, senza una convocazione urgente, riunirà i propri organi per decidere «compresa la proclamazione del fermo nazionale dei servizi». Il fermo non è ancora proclamato. Nello stesso comunicato le associazioni prendono le distanze dai blocchi autonomi in Puglia, Calabria e Sicilia, che segnalano come un rischio per la sicurezza dei lavoratori.

Pasquale Russo, presidente di Conftrasporto, lo stesso giorno ha dichiarato all’agenzia ANSA: «Chiediamo al governo una urgente convocazione ad horas delle associazioni d’autotrasporto, altrimenti dovremo ricorrere alla valutazione di un fermo nazionale e si bloccherà il paese».

Qui sta la contraddizione documentata. A maggio 2026 Palazzo Chigi ha ricevuto le associazioni dell’autotrasporto e, nel resoconto ufficiale, la presidente del Consiglio ha spiegato di preferire misure adattabili all’evolversi della situazione internazionale. Cinque mesi dopo, le stesse associazioni parlano di confronto interrotto e il gasolio è di nuovo il motivo della piazza. Le misure adattabili dovevano adattarsi: non risulta sia successo.

Allo stesso tempo, la frase di Russo va ritirata. Chi rappresenta migliaia di imprese responsabili non può promettere di bloccare il Paese: è la stessa logica dei comitati spontanei che Unatras dice di voler scongiurare. Il precedente del gennaio 2012, quando i blocchi dei Forconi e dei camionisti lasciarono la Sicilia per giorni senza benzina e senza scaffali pieni, insegna che a pagare furono le famiglie siciliane e non i ministeri.

Cosa chiediamo: chi deve fare cosa

  • Il governo convochi entro questa settimana, con una data scritta, Unatras, Conftrasporto, i sindacati dell’ex Ilva e le organizzazioni agricole. Un incontro a maggio e il silenzio fino a ottobre non sono un metodo.
  • Il prefetto di Taranto garantisca l’uscita delle autobotti dalla raffineria Eni, separando il diritto di presidio dal blocco delle consegne.
  • I prefetti di Cosenza e Catanzaro assicurino scorte riservate a ospedali, ambulanze, scuolabus e trasporto pubblico prima del fermo di venerdì.
  • Fim, Fiom, Uilm e Usb spostino il presidio dai cancelli della raffineria: la loro vertenza è con Acciaierie d’Italia e con il governo, non con chi fa benzina a Cosenza.
  • Conftrasporto e Unatras ritirino la minaccia di fermare il Paese e portino al tavolo numeri e richieste, come fecero gli agricoltori nel febbraio 2024 quando ottennero il ritorno dell’esenzione Irpef sui redditi agricoli fino a 10.000 euro senza lasciare a secco nessuno.

Protestare è un diritto garantito. Svuotare le pompe di una regione per farsi ascoltare a Roma non lo è, e il governo che non apre il tavolo porta la stessa responsabilità di chi chiude i cancelli.

Fonti

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