Corte d’Appello di Milano, la Cassazione conferma lo stop all’ex Ilva: oltre 2.000 chili di amianto nei cowper

Oltre 2.000 chili di amianto nei cowper e una scadenza mancata nel 2023: perché la Cassazione dà ragione alla Corte d'Appello di Milano sull'ex Ilva.

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Il 29 ottobre 2026 le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno respinto tutti i ricorsi di Ilva e di Acciaierie d’Italia, entrambe in amministrazione straordinaria. Le due società contestavano il decreto della Corte d’Appello di Milano che ordina di fermare l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Lo stop resta valido. Gli altiforni potranno ripartire solo dopo due condizioni: tutto l’amianto rimosso e le polveri sottili riportate nei limiti di sicurezza.

La decisione è arrivata dopo l’udienza del 20 ottobre. Il ricorso principale era di Ilva spa, che è ancora proprietaria degli impianti. Quello incidentale era di Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding, che li gestiscono. Tutte e tre sono guidate da commissari nominati dal governo. Quindi è stata un’azienda in mano allo Stato a chiedere alla Cassazione di cancellare un ordine nato da una scadenza fissata dallo Stato stesso.

La Corte d’Appello di Milano aveva dato 90 giorni per spegnere gli impianti

Con il decreto del 27 luglio 2026, la Corte d’Appello di Milano ha ordinato a Ilva, Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding di sospendere l’area a caldo dello stabilimento di Taranto entro 90 giorni. La fermata doveva avvenire in sicurezza e sotto la sorveglianza dell’autorità di controllo. L’area a caldo è il cuore della fabbrica: altiforni, cokerie e agglomerato, cioè i reparti dove il minerale diventa ghisa. È anche la parte che produce i fumi e le polveri che arrivano sul quartiere Tamburi.

La causa non l’ha avviata un’autorità ma un gruppo di cittadini di Taranto, insieme all’associazione Genitori Tarantini. Li assistono gli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano. Hanno usato l’inibitoria collettiva, prevista dall’articolo 840-sexiesdecies del codice di procedura civile: è la richiesta a un giudice di fermare un’attività che fa danni a molte persone. Il termine dei 90 giorni scadeva il 28 ottobre, come ha ricordato lo stesso ministro delle Imprese, Adolfo Urso.

Il collegio presieduto da Marianna Galioto ha ribaltato il Tribunale

Il decreto porta la firma della sezione specializzata in materia di impresa della Corte d’Appello di Milano: la presidente e relatrice Marianna Galioto e le consigliere Rossella Milone e Cristina Ravera. Le tre giudici hanno riformato in parte il decreto n. 1004 del 26 febbraio 2026 del Tribunale di Milano, firmato dal relatore Angelo Mambriani, che faceva scattare lo stop dal 24 agosto solo se non fossero state rispettate alcune condizioni.

Alle spalle di quel processo c’è una tappa europea. Il Tribunale di Milano aveva chiesto un parere ai giudici di Lussemburgo. Con la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 25 giugno 2024, causa C-626/22, Lussemburgo ha stabilito che, davanti a pericoli gravi e rilevanti per la salute e l’ambiente, l’impianto va sospeso. Milano ha applicato quel principio, e la Cassazione lo ha confermato.

L’amianto che doveva sparire entro il 2023 è ancora negli altiforni

Secondo la Corte d’Appello di Milano, negli impianti restano oltre duemila chili di amianto dentro i cowper, i grandi recuperatori di calore che scaldano l’aria soffiata negli altiforni. Eppure un decreto del presidente del Consiglio del 2017 ne imponeva la rimozione completa entro il 23 agosto 2023. Poi quella scadenza è stata prorogata. I provvedimenti successivi hanno permesso di lasciare l’amianto al suo posto anche fino alla fine della vita degli impianti, senza una data certa.

L’autorizzazione integrata ambientale del 2025, cioè il permesso ambientale con cui lo Stato fa funzionare la fabbrica, non conteneva nessuna prescrizione sulla rimozione. I giudici milanesi hanno scritto che a Taranto e a Statte il mesotelioma, il tumore della pleura che ha come unica causa nota l’amianto, si presenta in misura quattro volte superiore all’atteso. Lo Stato aveva una regola, lo Stato aveva una scadenza, e l’acciaieria gestita dallo Stato non l’ha rispettata.

Le regole valgono anche quando la fabbrica è dello Stato.

Le Sezioni Unite giudicano lo stop proporzionato dopo anni di rinvii

Per le Sezioni Unite civili, l’accertamento dei pericoli «gravi e rilevanti» fatto dai giudici di Milano poggia sulle prove raccolte e sul principio di precauzione, «senza violare il principio di proporzionalità, tenuto conto anche dell’annoso protrarsi della vicenda». La Cassazione scrive che fra i diritti in gioco la vita, la salute e un ambiente salubre vengono prima di un’attività industriale senza garanzie di sicurezza. Ha poi dichiarato inammissibili, per mancanza di interesse, le contestazioni sullo studio di impatto sanitario e sul parere dell’Istituto superiore di sanità alla base dell’autorizzazione del 2025.

Quell’«annoso protrarsi» ha una storia precisa. Nel dicembre 2012 il governo Monti firmò il primo decreto salva-Ilva, per far ripartire gli impianti che la magistratura di Taranto aveva sequestrato. Da allora su Taranto hanno deciso Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi e Meloni. Nel 2015 un decreto tenne acceso l’altoforno 2 dopo la morte di Alessandro Morricella, operaio di 35 anni. Con la sentenza n. 58 del 2018 la Corte costituzionale ha bocciato quel decreto, perché il legislatore aveva trascurato la tutela della salute e della vita. Il 24 gennaio 2019, con la sentenza Cordella, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per non aver protetto gli abitanti dall’inquinamento.

La storia fin qui

Ex Ilva di Taranto, dalle sentenze sulla salute allo stop dell'area a caldo

  1. La Corte costituzionale boccia il decreto del 2015 che teneva acceso l'altoforno 2
  2. La Corte europea dei diritti dell'uomo condanna l'Italia con la sentenza Cordella
  3. La Corte di giustizia Ue: con pericoli gravi per salute e ambiente l'impianto va sospeso
  4. Il Tribunale di Milano lega lo stop dell'area a caldo al rispetto di alcune condizioni
  5. La Corte d'Appello di Milano ordina di fermare l'area a caldo entro 90 giorni
  6. Le Sezioni Unite della Cassazione respingono i ricorsi di Ilva e Acciaierie d'Italia

Fino a 8.622 dipendenti in cassa integrazione, 6.964 solo a Taranto

I commissari di Acciaierie d’Italia hanno avviato la procedura per estendere la cassa integrazione straordinaria da 4.450 a un massimo di 8.622 dipendenti, fino al 28 febbraio 2027, su un organico di 9.626 persone. A Taranto la misura potrebbe riguardare 6.964 lavoratori su 7.875: quasi nove su dieci. In servizio ne resterebbero 1.004, per custodire gli impianti e tenerli in sicurezza.

Infografica TuttoNotizie. Ex Ilva, i lavoratori coinvolti dalla cassa integrazione. Cassa integrazione già autorizzata: 4.450 dipendenti; Cassa integrazione richiesta: 8.622 dipendenti; Organico complessivo: 9.626 dipendenti. Fonte: Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria, 2026.
Infografica TuttoNotizie. Fonte: Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria, 2026

Ai primi di ottobre l’altoforno 2 ha fatto l’ultima colata di ghisa ed è passato al minimo tecnico, senza produrre. Al tavolo di Palazzo Chigi il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha annunciato un decreto-legge per i lavoratori: 80 milioni di euro per la cassa in deroga dell’indotto e circa 45 milioni per integrare quella dei dipendenti. Ha parlato anche di circa 800 milioni disponibili per gli impianti di ferro preridotto, la materia prima dei forni elettrici. All’incontro del 27 ottobre, però, i sindacati hanno lamentato che il governo non ha presentato alcun calendario per la decarbonizzazione.

Il 19 ottobre il ministro Urso aveva detto: «Le sentenze della magistratura si devono necessariamente rispettare». Aveva però aggiunto di sperare che la Cassazione consentisse di riattivare gli impianti. Oggi i giudici gli hanno risposto. E la risposta era scritta da anni nei decreti che lo Stato stesso non ha rispettato. Chi teme per il lavoro ha ragione a preoccuparsi, ma il conto non lo ha presentato la Cassazione. Lo presentano quattordici anni di rinvii.

Fra i nostri lettori le due paure convivono. Un commento su quattro festeggia la liberazione di Taranto, uno su cinque teme il disastro sociale, e tutte e due le reazioni hanno basi nei fatti. Non è vero invece che lo stop sia definitivo o già superato: per ripartire, i giudici chiedono di rimuovere tutto l’amianto e di riportare le polveri nei limiti, e nei cowper degli altiforni, altoforno 2 compreso, l’amianto è ancora lì.

Studio TuttoNotizie

Cosa pensano i lettori: Ex Ilva, lo stop dell'area a caldo

Abbiamo letto e classificato uno per uno 20 commenti pubblici. Ogni commento conta una volta sola.

20commenti letti
2testate su Facebook

  • Festeggiano: finalmente Taranto è libera25%
  • Temono il disastro sociale ed economico20%
  • Colpa del governo e della politica20%
  • Magistrati distruggono l'industria italiana10%
  • Fuori tema o senza opinione25%

Le tesi più sostenute

  • 25%La salute viene prima di tutto: la chiusura dell'Ilva libera Taranto
  • 20%Chiudere senza tutele manda in rovina operai, famiglie e l'economia locale
  • 20%La vicenda Ilva è un fallimento di governo e politica

Le convinzioni dei lettori, verificate

  • FalsoLa chiusura dell'area a caldo è definitiva e senza tutele per gli operai

    Il decreto confermato dalla Cassazione sospende l'area a caldo finché non saranno rimossi l'amianto e riportate le polveri nei limiti. Per i dipendenti c'è la cassa integrazione già autorizzata fino al 28 febbraio 2027 ed è stato annunciato un decreto-legge per l'indotto.

    Fonte: Corte d'Appello di Milano, decreto del 27 luglio 2026; Cassazione, Sezioni Unite civili, 29 ottobre 2026

  • FalsoL'altoforno 2 è già bonificato e pronto a ripartire

    Secondo i giudici, nei cowper degli altiforni restano oltre duemila chili di amianto. La ripartenza è possibile solo dopo la rimozione integrale.

    Fonte: Corte d'Appello di Milano, decreto del 27 luglio 2026; Cassazione, Sezioni Unite civili, 29 ottobre 2026

  • FalsoLo stop dell'ex Ilva dipende dal reddito di cittadinanza e dal superbonus

    I giudici hanno ordinato la sospensione per l'amianto non rimosso e per le emissioni di polveri sottili. Nelle decisioni non c'è alcun legame con quelle misure.

    Fonte: Cassazione, Sezioni Unite civili, sentenza del 29 ottobre 2026

Come abbiamo fatto lo studio

Commenti pubblici sotto i post Facebook di Il Fatto Quotidiano, Sky tg24. Un sistema di intelligenza artificiale ha assegnato ogni commento a una sola categoria; le percentuali le calcoliamo noi sul totale. Nessun commento è citato o attribuito.

Gara il 9 novembre e cassa integrazione fino a febbraio: le prossime scadenze

La prossima data è il 9 novembre 2026, quando scade la gara per la vendita degli impianti prorogata dal governo. La cassa integrazione già autorizzata copre fino al 28 febbraio 2027, mentre sull’estensione chiesta dai commissari il confronto con i sindacati è ancora aperto. Il decreto-legge annunciato da Mantovano dovrà passare dal Parlamento.

Infografica TuttoNotizie. Ex Ilva dopo la Cassazione, le prossime scadenze. 1. Scade la gara per la vendita degli impianti; 2. Esame del decreto-legge sui lavoratori; 3. Fine della cassa integrazione già autorizzata; 4. Ripartenza solo senza amianto e con polveri nei limiti. Fonte: Corte d'Appello di Milano, Cassazione, governo, 2026.
Infografica TuttoNotizie. Fonte: Corte d'Appello di Milano, Cassazione, governo, 2026

Dopo la sentenza la strada per riaccendere gli altiforni è una sola, ed è quella indicata dai giudici: togliere l’amianto e misurare e contenere le polveri. Spetta al governo e ai commissari finanziare quella bonifica con date e cifre scritte, perché altrimenti l’unica scadenza certa resta quella della cassa integrazione. Un nuovo decreto per aggirare le Sezioni Unite si scontrerebbe con la Consulta, con Strasburgo e con Lussemburgo, che si sono già pronunciati.

Taranto ha già aspettato quattordici anni.

Come abbiamo lavorato

  • Abbiamo consultato 2 documenti e fonti ufficiali, elencati in fondo all’articolo.
  • Abbiamo letto e classificato 20 commenti pubblici dei lettori per capire dubbi e domande a cui rispondere.
  • Distinguiamo i fatti accertati da quello che è solo sostenuto dalle parti, e lo diciamo nel testo.
  • Ultimo aggiornamento: 29 ottobre 2026, ore 16:18.

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Fonti

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Tag:Ex Ilva