Maranza a scuola, la 17enne di Torino: «Più mi davano della maranza, più io diventavo una maranza»

Maranza a scuola: a Torino una 17enne racconta che un docente la indicò alla classe come maranzina. Cosa dicono le regole e chi deve verificare.

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Maranza a scuola: a Torino una ragazza di 17 anni racconta che un suo docente, per spiegare alla classe chi sono i maranza, indicò proprio lei e la chiamò «una maranzina». Lo ha detto alla giornalista Letizia Tortello, in un’intervista pubblicata da La Stampa il 24 ottobre 2026. «Ero fragile, nessuno mi ha difeso», ricorda oggi.

La storia arriva mentre la parola maranza è ovunque, dopo gli scontri e i saccheggi di metà ottobre nel centro di Milano. La nostra posizione è netta: un insegnante che usa un alunno come esempio negativo davanti ai compagni viola le regole della scuola e deve risponderne. Allo stesso tempo l’etichetta spiega la rabbia, non la scusa. Ognuno risponde di quello che fa, non della persona a cui somiglia.

Cosa racconta la ragazza di Torino

Il racconto parte da lontano. A 8 anni, dopo la separazione dei genitori, la famiglia si trasferisce da un quartiere periferico di Torino a un altro. Prima c’era un parchetto pieno di bambini di ogni provenienza, dove lei dice di aver imparato l’italiano giocando.

Poi arriva la scuola. Secondo il suo racconto, il docente la indicò con la mano davanti a tutti e disse: «Vedete, tipo M. no, una maranzina, ecco chi sono i maranza». Lei si sentì infilata in una categoria che descrive come brutta e violenta. «Da lì in poi, mi sono comportata così», aggiunge.

La ragazza non si assolve. Ammette di essere diventata maleducata, arrabbiata, e spiega il meccanismo con una frase: «Più mi davano della maranza, più io diventavo una maranza». Poi chiede alla giornalista: «Mi vedi? Sono la persona meno pericolosa sulla faccia della terra». Il giornale la indica solo con le iniziali. Noi non aggiungiamo nessun dettaglio che possa renderla riconoscibile, perché è minorenne.

Cosa dicono le regole della scuola italiana

Le regole su come un insegnante deve trattare gli studenti esistono e sono scritte. Lo Statuto delle studentesse e degli studenti, il decreto del Presidente della Repubblica 249 del 1998, definisce la scuola una comunità di dialogo, volta alla crescita della persona.

Lo stesso Statuto stabilisce che la scuola fonda la sua azione educativa sulla qualità del rapporto tra insegnante e studente. E chiede il rispetto reciproco di tutte le persone, qualunque siano la loro età e la loro condizione, rifiutando ogni barriera sociale e culturale.

La Costituzione, all’articolo 3, riconosce a tutti i cittadini pari dignità sociale. Una bambina indicata alla classe come esempio di una categoria da temere è l’esatto contrario di queste regole. Se il racconto è vero, il docente non ha sbagliato solo nei modi: ha tradito il compito che lo Stato gli affida.

Perché un’etichetta può cambiare un ragazzo: cosa dicono gli studi

Non è una questione di buone maniere. Nel 1963 il sociologo americano Howard Becker, nel libro Outsiders, descrisse quella che oggi si chiama teoria dell’etichettamento. In parole semplici: chi viene bollato come deviante finisce spesso per comportarsi secondo il bollo che ha ricevuto.

Nel 1968 gli psicologi Robert Rosenthal e Lenore Jacobson portarono la domanda dentro le aule, con lo studio Pygmalion in the Classroom. Gli alunni da cui gli insegnanti si aspettavano di più miglioravano di più.

Gli studi successivi hanno corretto i numeri. Nel 2005 Lee Jussim e Kent Harber hanno riesaminato 35 anni di ricerche sulla rivista Personality and Social Psychology Review. La loro conclusione: l’effetto delle aspettative dei docenti esiste ma in media è piccolo. Però può pesare di più proprio sugli studenti che appartengono a gruppi già guardati con sospetto. È il caso raccontato da Torino: chi parte svantaggiato paga di più lo sguardo di un adulto.

Maranza non è un’etnia, e per questo l’etichetta è pericolosa

Un punto va chiarito. Maranza non indica una nazionalità né una religione. Indica uno stile: la tuta, le sneakers, la musica rap, un certo modo di stare in strada e di parlare. Lo adottano ragazzi italiani da generazioni e ragazzi con famiglie arrivate da altri Paesi.

Proprio perché è una parola vaga, si attacca a chiunque somigli allo stereotipo. Un ragazzo può vestirsi così e non aver mai fatto male a nessuno. Chi dice a questa ragazza di tornare a casa sua sbaglia indirizzo: casa sua è Torino, dove ha imparato l’italiano in un parco giochi.

Milano, i saccheggi e la responsabilità personale

Nel centro di Milano, a metà ottobre, ci sono stati scontri con le forze dell’ordine, vetrine sfondate e negozi saccheggiati. Molti dei fermati sono giovanissimi. Il governo ha convocato un vertice sulla sicurezza.

Chi ha devastato Milano deve rispondere davanti a un giudice, persona per persona, con processi rapidi e pene certe. L’articolo 27 della Costituzione dice che la responsabilità penale è personale. La stessa regola protegge chi non ha fatto niente: nessuno deve pagare per la faccia che ha, per il quartiere da cui viene o per come si veste. Una regola che vale solo in una direzione non è una regola.

Cosa non sappiamo ancora

Di questa storia conosciamo per ora una sola voce, quella della ragazza. Il docente non è nominato e non è stato ascoltato. Non sappiamo in quale scuola sia successo, in quale anno, né se qualcuno abbia mai segnalato l’episodio al dirigente scolastico.

Chi deve verificare esiste. Per il personale della scuola, il primo a intervenire è il dirigente dell’istituto. Per le sanzioni più gravi è competente l’ufficio procedimenti disciplinari dell’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte, che ha un’area dedicata proprio a questo.

Cosa chiediamo all’Ufficio scolastico e al ministero

Chiediamo all’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte di verificare il racconto, se la ragazza o la famiglia indicheranno la scuola. Se l’episodio risulterà vero, va aperto un procedimento disciplinare nei confronti del docente.

Chiediamo al ministero dell’Istruzione e del Merito di usare uno strumento che ha già. La legge 107 del 2015, al comma 124, rende la formazione dei docenti di ruolo obbligatoria, permanente e strutturale. Dentro quella formazione deve entrare una regola chiara: mai usare un alunno come esempio negativo davanti alla classe.

A Milano, invece, chiediamo alla giustizia di fare il suo lavoro in fretta e caso per caso. Senza processi alle somiglianze.

Si punisce chi sbaglia, non chi somiglia a qualcuno.

Fonti

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