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Andrea Rizzoli, primogenito di Eleonora Giorgi e dell’editore Angelo Rizzoli, diventerà papà a dicembre. La moglie, la truccatrice Serena Meriggioli, aspetta una bambina che si chiamerà Eleonora, come la nonna. L’annuncio è arrivato il 21 ottobre 2026, il giorno in cui l’attrice avrebbe compiuto 73 anni. Giorgi è morta a Roma il 3 marzo 2025 per un tumore al pancreas.
Gli auguri alla famiglia sono giusti e li facciamo anche noi. Ma il modo più serio per onorare Eleonora Giorgi è un altro: curare meglio la malattia che l’ha uccisa. Il tumore al pancreas lascia in vita a 5 anni circa 1 malato su 10. Si sa da oltre vent’anni che chi si opera in un ospedale con molta esperienza rischia meno. I dati italiani, ospedale per ospedale, li pubblica già AGENAS, l’agenzia sanitaria dello Stato e delle Regioni. Eppure nessuna norma nazionale fissa un numero minimo di interventi per chi opera il pancreas, e al Sud solo 28 interventi su 100 si fanno nei centri grandi. La politica ha i numeri in mano e non li usa. È qui che la commozione di oggi deve diventare una scelta.
L’annuncio nel giorno del compleanno della madre
La notizia l’ha data lo stesso Andrea Rizzoli, che ha scelto il giorno del compleanno della madre per raccontarla. La bambina nascerà a dicembre e porterà il nome Eleonora. La data precisa del parto non è stata comunicata.
Andrea è il primo figlio dell’attrice, nato dal matrimonio con Angelo Rizzoli, erede della casa editrice milanese. Per la famiglia è la seconda nipote. Il primo, Gabriele, è il figlio di Paolo Ciavarro, l’altro figlio di Giorgi, e di Clizia Incorvaia. L’attrice ne parlava in ogni intervista televisiva degli ultimi mesi di vita, e raccontava quanto quel nipotino le avesse cambiato le giornate durante le cure.
Chi era Eleonora Giorgi e perché la sua malattia è diventata pubblica
Eleonora Giorgi era nata a Roma il 21 ottobre 1953. Negli anni Settanta e Ottanta è stata uno dei volti più popolari del cinema italiano. Nel 1982 ha vinto il David di Donatello come migliore attrice per Borotalco di Carlo Verdone, una commedia che ancora oggi passa in televisione. Ha lavorato anche come regista e, negli ultimi anni, come ospite fissa di programmi e reality.
Nel 2023 ha reso pubblica la diagnosi di tumore al pancreas. Ha scelto di raccontare le cure, la chemioterapia e l’intervento davanti alle telecamere, senza nascondere nulla. È morta a Roma il 3 marzo 2025, a 71 anni. Quella scelta ha avuto un effetto concreto: milioni di persone hanno sentito parlare di una malattia che, di solito, resta chiusa nelle famiglie. È il motivo per cui oggi, davanti alla nascita della nipote, vale la pena parlare dei numeri.
I numeri del tumore al pancreas in Italia
Secondo il rapporto I numeri del cancro in Italia 2024 dell’AIOM, l’associazione degli oncologi medici italiani, nel 2024 le nuove diagnosi di tumore al pancreas stimate sono state 13.585: 6.873 uomini e 6.712 donne. Vuol dire circa 37 persone al giorno, come un autobus pieno ogni mattina.
La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi resta intorno al 10 per cento, la più bassa tra i tumori più frequenti. Per confronto, per il tumore al seno supera l’85 per cento. Il motivo lo spiega la stessa AIOM: nelle fasi iniziali la malattia non dà segnali, o ne dà di vaghi, e quando viene scoperta solo 1 caso su 5 è operabile. Non esiste oggi un esame di controllo di massa efficace, come la mammografia per il seno o la ricerca del sangue nelle feci per il colon.
Chi non si può operare ha davanti solo la chemioterapia. Chi si può operare ha una possibilità vera, ma l’intervento, chiamato resezione pancreatica, è tra i più difficili della chirurgia addominale. E qui entra il punto che riguarda la politica.
Dove ci si opera conta: lo studio del New England Journal of Medicine
Nel 2011 il New England Journal of Medicine, una delle riviste mediche più autorevoli al mondo, ha pubblicato uno studio del gruppo di John Birkmeyer dell’Università del Michigan. I ricercatori hanno seguito i pazienti anziani del sistema pubblico americano Medicare operati tra il 1999 e il 2008 per 8 interventi ad alto rischio.
Per il pancreas il risultato è netto. In quei dieci anni il numero di ospedali che facevano l’intervento è sceso di circa un quarto, da 1.308 a meno di mille, e il numero medio di operazioni per ospedale è salito da 5 a 16 l’anno. La mortalità dopo l’intervento è calata e, secondo gli autori, il 67 per cento di quel calo si spiega proprio con la concentrazione dei casi negli ospedali più esperti. Non con nuove medicine, non con nuove tecnologie: con l’esperienza di chi opera.
Lo stesso principio vale in Italia. Nel documento del 2024 sulle Pancreas Unit, AGENAS ha scritto che diversi ospedali con un numero minimo di interventi apparentemente adeguato registravano una mortalità operatoria superiore al 10 o al 15 per cento. Un paziente su 10 che non supera l’operazione è un dato che nessun grande centro accetterebbe.
I dati AGENAS: 10 ospedali sopra i 50 interventi l’anno, il Sud fermo al 28 per cento
Il Programma nazionale esiti è il rapporto annuale con cui AGENAS misura la qualità delle cure negli ospedali pubblici e privati accreditati. I dati sono pubblici e chiunque può consultarli. L’edizione presentata a dicembre 2024 ha contato 305 strutture che operano tumori del pancreas in Italia. Solo 10 arrivavano ad almeno 50 interventi l’anno e insieme trattavano il 45 per cento dei pazienti. Tra queste l’Azienda ospedaliera universitaria di Verona, il San Raffaele e l’Humanitas di Milano, l’ospedale di Pisa, il Sant’Orsola di Bologna, la casa di cura Pederzoli di Peschiera e, unica nel Centro-Sud, il Policlinico Gemelli di Roma. Il rapporto parla di una grande frammentazione della casistica in strutture con volumi bassi o molto bassi.
L’edizione presentata il 9 dicembre 2025 ha segnato un passo avanti: la quota di resezioni pancreatiche fatte in centri ad alto volume è salita al 54 per cento, contro il 38 del 2015. Ma nel Sud e nelle Isole la quota è ferma al 28 per cento. In altre parole, quasi 3 pazienti meridionali su 4 vengono operati in strutture che fanno pochi interventi. Il ministro della Salute Orazio Schillaci, presentando quel rapporto, ha riconosciuto che «permane un significativo divario Nord-Sud» e ha citato il tumore del pancreas come il caso più evidente.
La regola che manca: il decreto 70 del 2015 non fissa una soglia per il pancreas
Qui sta la contraddizione. Il decreto del ministero della Salute numero 70 del 2 aprile 2015, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 4 giugno 2015, è la norma che fissa gli standard degli ospedali italiani. Contiene numeri minimi di attività per diverse prestazioni: 150 interventi l’anno per la chirurgia del tumore al seno, 500 parti l’anno per un punto nascita, soglie per il bypass coronarico e per l’angioplastica. Per la chirurgia del pancreas non c’è nessuna soglia. Lo ha ammesso lo stesso direttore generale di AGENAS, Americo Cicchetti, nel dicembre 2024: il decreto 70 non ha introdotto soglie per il pancreas e solo alcune Regioni si sono date regole proprie.
Il risultato è che il tumore con la prognosi peggiore è anche quello senza un numero minimo nazionale per chi lo opera. Lo Stato misura tutto, pubblica tutto, e poi lascia che un ospedale faccia 5 resezioni pancreatiche l’anno accanto a uno che ne fa più di 400. È una scelta, non una fatalità. E chi la può cambiare ha nome e cognome.
Cosa chiediamo al ministro Schillaci e alle Regioni
Chiediamo al ministro della Salute Orazio Schillaci di inserire una soglia minima nazionale per la chirurgia del pancreas nell’aggiornamento del decreto 70, usando come riferimento i 50 interventi l’anno che AGENAS già adotta per definire un centro ad alto volume. Chiediamo alle Regioni, e in particolare a quelle del Sud e delle Isole, di indirizzare i pazienti operabili verso i centri che superano quella soglia, con il rimborso delle spese di viaggio per le famiglie. Chiediamo infine al Governo di finanziare in modo stabile la ricerca italiana sulla diagnosi precoce, perché oggi 4 malati su 5 arrivano dal medico quando operare non è più possibile.
Chi obietta che concentrare gli interventi allontana le cure da casa ha un argomento vero, ma debole: per un’operazione che si fa una volta nella vita, un viaggio di 200 chilometri vale una probabilità di sopravvivenza più alta. Lo dicono gli studi americani e lo dicono i dati di casa nostra.
A dicembre nascerà una bambina che porterà il nome di Eleonora Giorgi. Il Paese che la accoglie ha già tutti i numeri per curare meglio il tumore che ha portato via sua nonna: manca solo la decisione di usarli.
Fonti
- AIOM, AIRTUM e altri (2024). I numeri del cancro in Italia 2024.
- Finks J.F., Osborne N.H., Birkmeyer J.D. (2011). Trends in Hospital Volume and Operative Mortality for High-Risk Surgery, New England Journal of Medicine.
- Ministero della Salute (2015). Decreto ministeriale 2 aprile 2015 n. 70, Regolamento sugli standard dell’assistenza ospedaliera.
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