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In Italia 498mila donne con un reddito proprio devono giustificare al partner le spese personali spesso o sempre. Lo misura un’indagine sulla violenza economica sulle donne realizzata a settembre 2026 dall’istituto mUp Research per il portale Facile.it e diffusa il 13 ottobre. Altre 102mila non lavorano perché il compagno non vuole, e 128mila non possono gestire in autonomia i propri soldi.
Questa notizia conta perché descrive una violenza che non lascia segni e per questo resta fuori da quasi tutte le statistiche. La nostra posizione è netta: dover rendere conto di uno scontrino non è un’abitudine di coppia, è un controllo che la legge italiana chiama violenza dal 2013. Lo Stato la riconosce sulla carta e poi riduce lo strumento che più la previene, cioè i posti negli asili nido. Il governo deve recuperare i posti tagliati nella revisione del Pnrr e finanziare meglio il Reddito di libertà.
Cosa dice l’indagine di Facile.it, numero per numero
L’indagine distingue le donne che hanno un reddito o un risparmio da quelle che non ne hanno. Tra le prime, 26mila hanno affidato la gestione dei propri soldi al partner. Il fenomeno, secondo l’istituto di ricerca, è più frequente tra le 25-34enni, nel Sud e nelle Isole e nei comuni sotto i 30mila abitanti.
Sempre tra chi ha un reddito, 498mila donne rispondono che devono giustificare spesso o sempre le spese personali. Il dato è simile in tutte le fasce d’età, ma cresce tra le madri di figli minorenni. Per capire la dimensione: 498mila persone sono più degli abitanti di Bologna.
Tra le donne senza reddito né risparmi, 102mila dichiarano di non lavorare perché il partner non vuole. Nel Centro-Sud l’incidenza è più che doppia rispetto al Nord. Alla domanda su quali spese possano fare senza chiedere il consenso del compagno, 104mila rispondono nessuna. Infine 166mila donne dicono di non conoscere lo stipendio del partner.
Un limite va detto: Facile.it non ha reso noti il numero delle intervistate e il margine di errore delle stime. Le cifre vanno quindi lette come stime di un sondaggio commerciale, non come dati ufficiali. Il quadro che disegnano, però, coincide con quello che dicono gli enti pubblici sul lavoro delle donne.
Perché la legge la chiama violenza
Il termine non lo hanno inventato i giornali. La Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa, firmata nel 2011, definisce la violenza contro le donne come ogni atto che provochi danni fisici, sessuali, psicologici o economici. L’Italia l’ha ratificata con la legge 77 del 27 giugno 2013. Da allora il controllo del portafoglio sta nello stesso elenco delle minacce e delle percosse.
Qui va corretta una convinzione diffusa. L’indagine non conta le casalinghe e non giudica chi sceglie di restare a casa con i figli. Conta chi, pur avendo soldi propri, deve chiedere il permesso per usarli. Scegliere di non lavorare è legittimo. Dover giustificare un paio di scarpe comprate con il proprio stipendio non lo è. Anche la frase ai soldi penso io può essere una gentilezza o una gabbia: la differenza sta nel poter dire di no senza conseguenze.
Dove nasce la dipendenza: i nidi che mancano e le dimissioni delle madri
La trappola comincia quasi sempre con un figlio. Secondo l’Istat, nell’anno educativo 2023/2024 in Italia erano attivi 14.570 nidi e servizi integrativi, con circa 378.500 posti autorizzati. Fanno 31,6 posti ogni 100 bambini sotto i 3 anni. Vuol dire che quasi 7 bambini su 10 restano fuori. L’obiettivo europeo del 33%, fissato a Barcellona nel 2002, non è ancora raggiunto dopo 24 anni. L’Istat precisa anche che il miglioramento del rapporto dipende in buona parte dal calo delle nascite, non da un’offerta sufficiente, e che le liste d’attesa crescono.
Senza nido, qualcuno deve restare a casa, e quel qualcuno è quasi sempre la madre. L’Ispettorato nazionale del lavoro registra ogni anno oltre 60mila dimissioni convalidate di genitori con figli fino a 3 anni. Nel 2024 sono aumentate del 2,1% rispetto al 2023 e circa 7 su 10 riguardano donne. Il motivo più indicato è la difficoltà di conciliare il lavoro con la cura dei figli, per mancanza di nidi o di aiuto dei nonni. È lì che una donna perde lo stipendio e comincia a dipendere dal conto di qualcun altro.
La contraddizione: il taglio dei posti nido nel Pnrr
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevedeva in origine circa 264mila nuovi posti tra nidi e scuole dell’infanzia. Con la revisione del Piano chiesta dal governo Meloni e approvata dal Consiglio dell’Unione europea a dicembre 2023, l’obiettivo è sceso a circa 150mila posti. Sono oltre 110mila posti in meno rispetto alla promessa iniziale.
La contraddizione è documentata: lo stesso Stato che dal 2013 riconosce per legge la violenza economica ha ridotto di oltre il 40% l’obiettivo sui nidi, che è il primo strumento per evitare che una madre debba lasciare il lavoro. Il governo ha spiegato il taglio con i ritardi dei Comuni nei cantieri e con il calo demografico. Ma il dato Istat sulle liste d’attesa dice che la domanda resta più alta dell’offerta, soprattutto nel Mezzogiorno, dove l’indagine di Facile.it trova anche la quota più alta di donne a cui il partner impedisce di lavorare.
Lavoro femminile: l’Italia resta ultima in Europa
I numeri europei confermano il contesto. Secondo Eurostat, nel 2023 lavorava circa il 56% delle donne italiane tra i 20 e i 64 anni, contro una media dell’Unione vicina al 70%. L’Italia è ultima tra i 27 Paesi, con un divario tra uomini e donne quasi doppio rispetto alla media europea. Nel Mezzogiorno lavora meno di 4 donne su 10.
Un Paese dove quasi una donna su due non ha uno stipendio è un Paese dove milioni di persone dipendono dalla buona volontà di qualcun altro. Chi non ha un euro suo non può andarsene da una relazione sbagliata, non può pagare un avvocato, non può affittare una stanza. La violenza economica funziona proprio così: non serve alzare le mani se l’altra persona non ha i mezzi per uscire di casa.
Il Reddito di libertà: cosa esiste oggi e cosa manca
Lo strumento pubblico per chi esce dalla violenza si chiama Reddito di libertà. È un contributo dell’Inps nato nel 2020 per le donne vittime di violenza, seguite dai centri antiviolenza e in condizione di bisogno. Con il decreto interministeriale del 17 settembre 2025 l’importo è salito a 530 euro al mese per 12 mesi, come ricorda la circolare Inps 44 del 9 aprile 2026.
Il limite sta in una formula che compare in ogni documento: nei limiti delle risorse disponibili. Il fondo è di circa 10 milioni di euro l’anno. Con 530 euro al mese per 12 mesi, bastano per poco più di 1.500 donne. Solo le donne che, secondo l’indagine, non possono fare nessuna spesa senza il consenso del partner sono 104mila. Il rapporto tra bisogno e risorse parla da solo.
Cosa chiediamo
- Il governo recuperi nella programmazione nazionale i circa 110mila posti nido usciti dal Pnrr con la revisione del 2023, a partire dal Sud.
- Il Parlamento, nella prossima legge di bilancio, aumenti il fondo del Reddito di libertà in modo che nessuna domanda ammissibile resti senza risposta per mancanza di soldi.
- Facile.it pubblichi il campione e il metodo dell’indagine, così che i numeri possano essere verificati e confrontati con le rilevazioni ufficiali.
- L’Istat inserisca domande specifiche sul controllo economico nella prossima indagine sulla sicurezza delle donne, per avere finalmente un dato pubblico.
- Le banche offrano conti personali a costo zero a chi li apre a proprio nome: è la misura più semplice e più immediata.
A chi ha un reddito e deve giustificare ogni spesa diciamo una cosa sola, con i dati alla mano: non è una questione privata, è una violenza riconosciuta dalla legge italiana da 13 anni. La libertà di una donna comincia da un conto intestato a lei, e da un posto al nido che lo Stato aveva promesso e poi ha tolto.
Fonti
- Istat (2025). Offerta di nidi e servizi integrativi per la prima infanzia. Anno educativo 2023/2024.
- Ispettorato Nazionale del Lavoro (2025). Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri, anni 2023-2024.
- INPS (2026). Reddito di Libertà: contributo mensile a 530 euro.
- INPS (2026). Scheda servizio Reddito di Libertà.
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