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Il tumore al pancreas metastatico di Jessica Scarpa, 36 anni, di Olginate in provincia di Lecco, verrà curato con il daraxonrasib a spese della Regione Lombardia. Il 5 novembre 2026 l’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso ha annunciato che l’Azienda socio sanitaria territoriale (Asst) di Lecco può comprare il farmaco negli Stati Uniti. Il 6 novembre la donna ha sospeso la raccolta fondi, arrivata a oltre 500mila euro.
La Regione Lombardia autorizza l’Asst di Lecco a comprare il daraxonrasib negli Stati Uniti
La Regione Lombardia pagherà l’intero costo del daraxonrasib, che l’Asst di Lecco comprerà negli Stati Uniti e darà alla paziente nell’ospedale dove è già in cura. Bertolaso lo ha annunciato a Palazzo Lombardia, a Milano, a margine di un incontro pubblico. Le sue parole: «Abbiamo già negoziato il percorso: abbiamo autorizzato l’Asst di Lecco, dove mamma Jessica vive, affinché possa provvedere all’acquisto del farmaco negli Stati Uniti e quindi poi somministrarlo alla paziente con spese a carico della Regione Lombardia».
Il giorno prima, il 4 novembre, una nota dell’assessorato al Welfare aveva fatto sapere che gli uffici regionali stavano cercando una strada e avevano già la valutazione dell’oncologo che segue la paziente. In ventiquattro ore si è passati dalla verifica alla decisione. Resta però aperta una cosa decisiva per chi ha una malattia così veloce: l’assessore non ha detto quando il farmaco arriverà a Lecco.
Chi è Jessica Scarpa, la 36enne di Olginate che ha fermato la raccolta fondi
Jessica Scarpa è nata a Desio, vive a Olginate ed è mamma di due gemelli di tre anni e mezzo. Le hanno diagnosticato un adenocarcinoma del pancreas, la forma più comune di questo tumore. Ha subito un intervento durato più di dieci ore e dodici cicli di chemioterapia, poi la malattia è tornata nel fegato e ha continuato ad avanzare.
Alla fine di ottobre, con il marito, ha aperto una raccolta fondi online per comprare il farmaco negli Stati Uniti. Nei primi giorni sono arrivati 160mila euro da 4mila donazioni, poi più di 450mila euro da quasi 15mila persone. Ai donatori aveva detto: «Ogni donazione non è un numero su uno schermo, è un minuto in più di vita». E aveva preso un impegno pubblico: se la cura fosse arrivata gratis in Italia, avrebbe dato tutti i soldi raccolti, fino all’ultimo centesimo, ai ricercatori della Fondazione Airc per la ricerca sul cancro.
Ora che la Regione paga, la raccolta è ferma. Il commento di Jessica Scarpa è questo: «Sono grata, si pensi anche agli altri». In poche parole c’è tutta la questione politica di questa storia.
Con il tumore al pancreas metastatico la sopravvivenza si misura in mesi
Quando il tumore al pancreas metastatico torna a crescere dopo la prima terapia, la sopravvivenza mediana con la chemioterapia è di 6,7 mesi: è il dato dello studio RASolute 302, su cui si basa l’approvazione americana. Mediana vuol dire che metà dei pazienti vive meno di così e l’altra metà vive di più.
Nello stesso studio, chi ha preso il daraxonrasib ha avuto una sopravvivenza mediana di 13,2 mesi, quasi il doppio. La ricerca ha confrontato il farmaco con la chemioterapia nei pazienti già trattati una volta, ed è stata guidata da Brian Wolpin, direttore del centro di ricerca sul tumore del pancreas del Dana-Farber Cancer Institute di Boston, come spiega il comunicato del Dana-Farber sull’approvazione del daraxonrasib da parte della Food and Drug Administration (Fda), l’ente americano che autorizza i farmaci.

Per una madre con due bambini piccoli sei mesi in più sono una vita intera. Per un sistema sanitario sono un dato misurabile, e i dati misurabili si possono mettere dentro una regola uguale per tutti.
Il farmaco allunga la vita ma non guarisce dalla malattia
Il daraxonrasib non guarisce il tumore al pancreas: lo rallenta, e in media allunga di circa sei mesi la vita dei pazienti in cui la prima terapia ha smesso di funzionare. È una compressa da prendere una volta al giorno, senza interruzioni, finché funziona.
Il farmaco blocca le proteine RAS, una specie di interruttore che nelle cellule tumorali resta sempre acceso e le spinge a moltiplicarsi. Come ogni terapia oncologica ha effetti collaterali, e a decidere se una paziente può prenderlo è l’oncologo che la segue. Chi spera in una guarigione completa deve saperlo, senza però togliere valore a quello che il farmaco dà: più tempo e una malattia che avanza più piano. Negli Stati Uniti costa circa 39.800 dollari per ogni mese di cura, cioè un’utilitaria al mese, ogni mese.
In Europa manca ancora il via libera della Commissione
Il daraxonrasib non è in commercio in Italia perché la Commissione europea non lo ha ancora autorizzato, anche se il comitato scientifico dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) ha dato parere favorevole il 15 ottobre 2026. Oggi un ospedale italiano può averlo solo importandolo per il singolo paziente, al prezzo americano.
Il parere dell’Ema lo abbiamo raccontato quando è arrivato, nell’articolo sull’ok dell’Ema alla pillola che porta la sopravvivenza media da 6,7 a 13,2 mesi. Da allora sono passate tre settimane e la decisione finale di Bruxelles non ha ancora una data. Il caso è arrivato anche in Europa con un’interrogazione. Dopo il sì della Commissione, l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) dovrà trattare con l’azienda prezzo e rimborso, e quei tempi in Italia si contano spesso in mesi.
Il daraxonrasib e il caso di Jessica Scarpa, da agosto a oggi
- La Fda approva il daraxonrasib per il tumore al pancreas metastatico già trattato
- Il comitato scientifico dell'Ema dà parere favorevole al daraxonrasib
- L'assessorato al Welfare della Lombardia cerca un percorso per la paziente dell'Asst di Lecco
- Guido Bertolaso autorizza l'Asst di Lecco a comprare il farmaco negli Usa a spese della Regione
- Jessica Scarpa sospende la raccolta fondi, arrivata a oltre 500mila euro
Per chi ha davanti una sopravvivenza mediana di 6,7 mesi, quei mesi di burocrazia rischiano di valere più della cura. La legge c’è già. La legge 23 dicembre 1996, n. 648 permette all’Aifa di far pagare al Servizio sanitario nazionale un farmaco autorizzato all’estero e non ancora in Italia, quando non ci sono alternative valide. Il daraxonrasib ha l’approvazione americana, un parere europeo favorevole e uno studio che quasi raddoppia la sopravvivenza mediana. Le condizioni per inserirlo nell’elenco ci sono, e l’Aifa ha il dovere di usarle subito, senza aspettare che ogni Regione si muova per conto suo.
Un protocollo per gli altri pazienti promesso senza date
Bertolaso ha detto che la Regione Lombardia userà il caso di Jessica Scarpa per scrivere un protocollo che garantisca il farmaco a tutti i pazienti nelle stesse condizioni, ma non ha indicato né i criteri né i tempi. «Utilizziamo questa vicenda per riuscire a impostare un protocollo che ci permetta poi di garantire questo farmaco a tutti coloro i quali si dovessero trovare nelle stesse condizioni di questa mamma», sono le sue parole.
La decisione della Regione è giusta, e lo diciamo senza riserve: una istituzione che compra una cura per una cittadina malata fa il suo mestiere. Però è arrivata dopo mezzo milione di euro di donazioni, settimane di appelli e un’interrogazione a Bruxelles. Chi ha lo stesso tumore e non ha una storia che fa il giro del Paese oggi non ha nessuna procedura a cui appellarsi.
Una cura non può dipendere da un video virale.
Per questo la promessa di Bertolaso vale quanto il documento che la renderà concreta. La Regione deve pubblicare il protocollo con criteri clinici chiari, chi può chiederlo, quale ospedale decide e in quanti giorni arriva il farmaco. Se non lo fa, quello di Olginate resterà un favore, non un diritto. Non è questa la sanità pubblica che vogliamo difendere.

I prossimi passi sono già scritti. L’Asst di Lecco deve completare l’acquisto negli Stati Uniti e cominciare la terapia, e la paziente chiede di fare in fretta. La Commissione europea deve decidere sull’autorizzazione, poi toccherà all’Aifa. E la Regione Lombardia deve trasformare in un atto pubblico il protocollo annunciato il 5 novembre. Jessica Scarpa ha chiesto di pensare anche agli altri. Le istituzioni ora hanno gli strumenti per farlo.
Come abbiamo lavorato
- Abbiamo consultato un documento ufficiale, citato in fondo all’articolo.
- Distinguiamo i fatti accertati da quello che è solo sostenuto dalle parti, e lo diciamo nel testo.
- Ultimo aggiornamento: 6 novembre 2026, ore 13:38.
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