Tajani su Trump e Meloni: «Mai stati trumpiani». A gennaio la premier sperava nel Nobel per lui

Dall'insediamento del 2025 al Nobel sperato a gennaio: le date che pesano sulle parole di Tajani su Trump e Meloni dopo il voto di midterm.

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Il 4 novembre 2026 Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, ha preso le distanze da Donald Trump. Negli stessi giorni i democratici conquistavano la Camera e il Senato alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. In un’intervista a Il Messaggero ha detto: «Mai stati trumpiani». Ha aggiunto che Giorgia Meloni «non è una Maga» e che ha detto «tanti no a Trump».

Maga sta per Make America Great Again, lo slogan del movimento di Trump. Tajani ha spiegato che avere rapporti con i repubblicani non significa essere trumpiani, si è definito «berlusconiano» e ha detto che il governo non teme ripercussioni. Parla mentre a Washington il presidente americano accetta la vittoria dei democratici e poi pubblica su Truth il cappellino «Veto». La sconfitta del presidente è appena arrivata, e la presa di distanza arriva subito dopo.

Chi è Antonio Tajani, leader di Forza Italia e ministro degli Esteri

Antonio Tajani, nato a Roma nel 1953, guida Forza Italia dopo la morte di Silvio Berlusconi nel 2023. Dall’ottobre 2022 è vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, e dal 2017 al 2019 ha presieduto il Parlamento europeo. Forza Italia sta nel centrodestra italiano e in Europa aderisce al Partito popolare europeo (Ppe), la famiglia dei moderati di Ursula von der Leyen.

Per quanto riguarda il suo partito, il ministro ha un argomento. Berlusconi era atlantista per convinzione: il 1° marzo 2006 parlò davanti al Congresso americano riunito in seduta comune. L’atlantismo però è l’amicizia con un Paese e con le sue istituzioni, non con chi le guida in quel momento. Tajani può quindi rivendicare una tradizione. Il problema sta nella seconda metà della frase, quella che riguarda la presidente del Consiglio.

Dall’insediamento allo Studio Ovale, i passi pubblici della premier verso la Casa Bianca

Giorgia Meloni ha costruito il rapporto con Donald Trump con atti pubblici e datati: la Cpac in Florida nel febbraio 2022, l’insediamento del 20 gennaio 2025, il videomessaggio alla Cpac del 22 febbraio 2025 e la visita alla Casa Bianca del 17 aprile 2025. La Cpac è la convention annuale dei conservatori americani, il palco principale del mondo Maga.

Il 20 gennaio 2025, a Washington, Meloni era l’unica capa di governo dell’Unione europea presente al giuramento di Trump. Tre mesi dopo, nel corso dell’incontro alla Casa Bianca del 17 aprile 2025, ha detto davanti alle telecamere, nello Studio Ovale e accanto al presidente, che il suo obiettivo era «make the West great again», rendere di nuovo grande l’Occidente. Lo slogan di Trump allargato a tutto l’Occidente.

Nessuna di queste scelte era un errore in sé. Un’Italia che parla con la Casa Bianca serve agli italiani, soprattutto quando sul tavolo ci sono i dazi. Ma sono scelte rivendicate, non incidenti. E c’è anche una questione di chi parla per chi: dal 2020 all’inizio del 2025 Meloni ha presieduto il partito europeo dei Conservatori e riformisti, una famiglia politica diversa dal Ppe di Tajani. Il ministro risponde di Forza Italia, non della collocazione di Fratelli d’Italia.

Infografica TuttoNotizie. Meloni e Trump, i numeri del rapporto prima delle parole di Tajani. Capi di governo Ue all'insediamento 2025: 1; Interventi di Meloni alla Cpac, 2022 e 2025: 2; Dazio Usa sulle merci europee, in %: 15. Fonte: Governo italiano, Cpac, Commissione europea, 2025.
Infografica TuttoNotizie. Fonte: Governo italiano, Cpac, Commissione europea, 2025

A gennaio la presidente del Consiglio sperava nel Nobel per la pace al presidente americano

Il 23 gennaio 2026, nella conferenza stampa dopo il vertice intergovernativo Italia-Germania con il cancelliere Friedrich Merz, Giorgia Meloni ha detto: «Spero che potremo dare il Nobel per la pace a Trump». Aveva aggiunto che, con una pace giusta in Ucraina, anche l’Italia avrebbe potuto candidarlo.

Quella frase risale a poco più di nove mesi fa, non a un’altra epoca. Meloni rispondeva a una domanda sul presidente americano e aveva scelto di difenderlo, proponendo per lui il premio più simbolico che esista. Chi oggi sostiene che la presidente del Consiglio non sia mai stata vicina a Trump deve fare i conti con le sue stesse parole, pronunciate in pubblico e registrate.

La storia fin qui

Meloni, Tajani e Trump: le tappe dal 2025 al midterm

  1. Giorgia Meloni è l'unica capa di governo Ue presente all'insediamento di Donald Trump a Washington
  2. Meloni alla Casa Bianca con Trump: «make the West great again»
  3. Meloni, dopo il vertice con Merz: «Spero che potremo dare il Nobel per la pace a Trump»
  4. Tajani a Washington alla prima riunione del Board of Peace, con l'Italia solo osservatrice
  5. Matteo Salvini evita gli auguri a Trump per il midterm: «lo faccio agli americani»
  6. Antonio Tajani: «Mai stati trumpiani», Meloni «non è una Maga»

Al Board of Peace di Washington l’Italia è entrata solo da osservatrice

Il 19 febbraio 2026 Antonio Tajani era a Washington per la prima riunione del Board of Peace, il consiglio per Gaza voluto da Trump, ma l’Italia vi partecipava solo come osservatrice: secondo il governo, la Costituzione non consente un’adesione piena a quell’organismo.

Questo è un no vero, documentato, e va riconosciuto al governo. Ma è anche l’unico che conosciamo con questa chiarezza. Nelle frasi diffuse dell’intervista di oggi, Tajani non elenca gli altri «tanti no» che Meloni avrebbe detto a Trump. E quel giorno a Washington, secondo la didascalia del video dell’arrivo diffuso dall’agenzia Vista, Tajani e gli altri leader entrarono con il berretto rosso Maga in mano. Un’affermazione così netta si prova con un elenco di atti, non con un aggettivo.

Cambiare idea si può. Riscrivere il passato no.

Cosa cambia per Roma con un Congresso a guida democratica

Il nuovo Congresso americano si insedierà il 3 gennaio 2027, come prevede il ventesimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti: da quel giorno ogni legge voluta da Trump dovrà passare da maggioranze democratiche alla Camera e al Senato.

Per l’Italia la posta è concreta. Il dazio americano del 15% sulle merci europee resta in vigore, e il voto di metà mandato non lo cancella. Intanto la maggioranza si riposiziona in ordine sparso: il giorno prima Matteo Salvini, segretario della Lega, aveva evitato di fare gli auguri a Trump per il midterm, dopo averlo sostenuto apertamente nel 2024.

Correggere la rotta verso Washington è legittimo, e con un Congresso cambiato può perfino essere saggio. Ma una svolta di politica estera la annuncia chi guida il governo, con parole sue e davanti al Parlamento, non il suo vice in un’intervista mentre lo spoglio è ancora in corso. Tocca a Giorgia Meloni dire alle Camere quale sarà la linea dell’Italia con un Congresso a maggioranza democratica, e a Tajani indicare, atto per atto, i no che rivendica.

Le prossime scadenze sono già scritte: il 3 gennaio 2027 si insedia il nuovo Congresso, e da lì dazi, Ucraina e Gaza passeranno anche dalle commissioni guidate dai democratici. Quel giorno conteranno gli atti del governo, non le interviste del giorno dopo il voto. La politica estera non si cambia con lo spoglio.

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  • Ultimo aggiornamento: 4 novembre 2026, ore 18:12.

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