Banda della minicar, i due minorenni al pm: «Visto su TikTok». Sei aggressioni in 2 notti, Iacopini in terapia intensiva

Banda della minicar, i due minorenni al pm: «Visto su TikTok». Sei aggressioni a Roma, Iacopini in terapia intensiva: reati contestati e cosa rischiano.

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I due ragazzi di 16 e 17 anni della cosiddetta banda della minicar hanno risposto per oltre 3 ore, lunedì 20 ottobre, alle domande del pubblico ministero della Procura per i minorenni di Roma. Sono indagati per tentato omicidio con l’aggravante dei futili motivi, lesioni aggravate e percosse in concorso per sei aggressioni a passanti tra Monteverde e Testaccio del 4 e 5 ottobre. Hanno detto di aver copiato video visti su TikTok.

La notizia conta perché mette alla prova il modo in cui lo Stato tratta la violenza gratuita dei minori. La nostra posizione è netta: la scusa di TikTok non regge. Un ragazzo di 17 anni al volante di un veicolo, con una patente conseguita dopo un esame, sa che una persona spinta cade. Sei episodi in due notti non sono un errore di valutazione, ma una scelta ripetuta. La responsabilità penale è dei due ragazzi, quella civile tocca anche alle famiglie, e nessun algoritmo può prendersi la colpa al posto loro.

Cosa hanno detto i due ragazzi davanti al pm

I due adolescenti, residenti a Testaccio, si sono presentati in Procura accompagnati dai genitori e dagli avvocati. Il primo a rispondere è stato il 17enne, proprietario della minicar nera e alla guida quella sera. Poi è toccato al 16enne, il passeggero che secondo l’accusa allungava le mani dal finestrino.

Entrambi hanno ammesso di aver spinto tre delle quattro persone che hanno sporto denuncia. Hanno spiegato di aver visto su TikTok filmati in cui qualcuno spingeva passanti dai finestrini e di aver pensato che fosse un gioco senza conseguenze. Al magistrato hanno detto: «Non volevamo fare del male a nessuno». Hanno chiesto scusa e hanno aggiunto di aver sbagliato e di non poter mai finire di pagare per quello che hanno fatto. Le vittime, hanno precisato, sono state scelte a caso.

La Procura per i minorenni mantiene il riserbo sul contenuto delle dichiarazioni. Le frasi riportate arrivano dalle difese e dalle ricostruzioni di chi era presente, e vanno lette come tali.

Le sei aggressioni tra Monteverde e Testaccio

Gli episodi contestati sono sei, tutti tra la sera del 4 e quella del 5 ottobre 2026. Lo schema, secondo la ricostruzione dei carabinieri e della polizia locale, era sempre lo stesso: la minicar rallentava accanto a una persona a piedi, in bicicletta o in monopattino, e dal finestrino partiva una spinta o un calcio.

Il caso più grave è quello di Davide Iacopini, attore di 42 anni noto per la serie Suburra. Poco dopo le 22 del 5 ottobre, in via Anton Giulio Barrili a Monteverde, è stato colpito mentre era sul monopattino. È caduto contro un’auto in sosta e ha riportato una grave frattura cranica. Secondo la ricostruzione degli investigatori, uno dei due ragazzi ha perso una scarpa nella fuga e la minicar è tornata indietro per recuperarla, poi è ripartita. Nessuno dei due ha chiamato i soccorsi.

Tra le altre vittime c’è una donna spinta mentre era in bicicletta e un giovane che ha presentato denuncia nei giorni successivi.

Come sta Davide Iacopini

L’attore è ricoverato dal 5 ottobre nella terapia intensiva dell’ospedale San Camillo di Roma. Ha subito due interventi di neurochirurgia, il secondo nella notte tra il 10 e l’11 ottobre. L’azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini, nel bollettino del 15 ottobre, ha descritto condizioni «stabili, nella gravità», con un decorso senza complicazioni e una riduzione graduale della sedazione.

Il supporto intensivo resta però completo e la prognosi è riservata. I medici hanno spiegato che i progressi verranno valutati nelle prossime settimane. Tradotto: a più di due settimane dalla caduta, nessuno può ancora dire quali conseguenze resteranno.

Le indagini e i reati contestati

La minicar nera è stata sequestrata la sera di martedì 13 ottobre in via Ginori, a Testaccio, dai carabinieri della compagnia Roma San Pietro insieme alla polizia locale, coordinati dalla Procura di Roma. Gli investigatori sono arrivati al veicolo grazie alle telecamere, agli adesivi sulla carrozzeria e alla testimonianza di un meccanico che aveva montato dei led rossi vicino alla targa.

Nelle prime dichiarazioni, rese al sostituto procuratore Ambrogio Cassiani della Procura ordinaria, i due ragazzi hanno ammesso i fatti spiegando che quella notte festeggiavano il compleanno di uno dei due e che si erano «divertiti così». Sono stati denunciati a piede libero. Il fascicolo è poi passato alla Procura per i minorenni, competente per età.

I reati ipotizzati sono tre. Il tentato omicidio, articoli 56 e 575 del Codice penale, con l’aggravante dei futili motivi prevista dall’articolo 61: aver agito per puro divertimento. Poi le lesioni personali aggravate, articolo 582, e le percosse, articolo 581, entrambe in concorso. Sono contestazioni della fase di indagine: nessuna responsabilità è stata accertata da un giudice.

Perché la scusa dei social non regge

La difesa dei due ragazzi poggia su un’idea: non sapevamo che fosse pericoloso. I fatti documentati dicono il contrario in tre punti.

Primo. Per guidare una minicar, che la legge chiama quadriciclo leggero, serve la patente AM, prevista dall’articolo 116 del Codice della strada e ottenibile dai 14 anni dopo un esame di teoria e una prova pratica. Lo Stato affida a un ragazzo un veicolo nel traffico perché lo ritiene capace di valutare i rischi della strada. Chi sa che un pedone investito si fa male sa anche che un pedone spinto cade.

Secondo. Gli episodi sono sei, in due notti diverse. Dopo la prima spinta si vede la persona cadere. Dopo la seconda si vede di nuovo. Chi ripete un gesto per sei volte ha avuto sei occasioni per capirne l’effetto.

Terzo. Dopo la caduta di Iacopini, secondo la ricostruzione degli investigatori, la minicar è tornata indietro per una scarpa, non per l’uomo a terra. Questo è il punto che più pesa, perché racconta cosa contava in quel momento per chi era a bordo.

Il Codice penale è chiaro sull’età. L’articolo 98 stabilisce che tra i 14 e i 18 anni si risponde dei reati se il giudice accerta la capacità di intendere e di volere, con una pena ridotta. Un 17enne con patente e auto propria non è un bambino per la legge, e non lo è nemmeno per il buon senso.

Cosa rischiano e cosa dice la legge sulle famiglie

Il processo minorile ha regole proprie, fissate dal Dpr 448 del 1988. L’articolo 28 prevede la messa alla prova: il giudice sospende il processo e affida il ragazzo ai servizi sociali con un programma di impegni, attività utili e riparazione verso le vittime. Se il percorso riesce, il reato si estingue. Se fallisce, il processo riprende.

Non è uno sconto automatico. Per un’accusa di tentato omicidio con esito così grave il giudice ha pieno potere di negarla o di renderla molto esigente. La legge consente anche la custodia cautelare per i minori quando il reato è grave, ma finora la Procura non ha chiesto misure e i due ragazzi restano liberi.

Sul piano civile la responsabilità si allarga. L’articolo 2048 del Codice civile stabilisce che i genitori rispondono dei danni causati dai figli minori che vivono con loro, a meno che non dimostrino di non aver potuto impedire il fatto. Le famiglie dei due ragazzi, quindi, possono essere chiamate a risarcire Iacopini e le altre vittime. Le cure in terapia intensiva e un eventuale danno permanente valgono cifre che una famiglia normale fatica a immaginare.

La richiesta di TuttoNotizie

Chiediamo alla Procura per i minorenni di Roma di valutare i fatti per quello che sono: sei aggressioni mirate, un uomo in terapia intensiva da 16 giorni, una fuga con ritorno per una scarpa. L’aggravante dei futili motivi, già contestata, va mantenuta fino in fondo.

Chiediamo che un’eventuale messa alla prova preveda un risarcimento concreto e verificato alle persone colpite, non solo ore di volontariato. Il programma deve includere l’obbligo di incontrare le vittime, se queste lo vorranno.

Chiediamo a TikTok, le cui regole della community vietano i contenuti che mostrano sfide e azioni pericolose, di individuare e rimuovere i video che i due ragazzi dicono di aver imitato, e di spiegare pubblicamente quanti ne ha trovati. Un video resta un video, ma una piattaforma che ospita istruzioni per far male a sconosciuti deve rendere conto delle sue regole.

A 17 anni, con una patente in tasca e un’auto propria, si sa esattamente dove porta una spinta. Le mani erano le loro, e la risposta deve essere la loro.

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