Scontri a Milano, Crosetto parla di guerra ibrida: Salvini esclude Mosca, Meloni aspetta «elementi certi»

Crosetto lega gli scontri di Milano alla guerra ibrida, Salvini esclude Mosca. Cosa è accertato, cosa no e perché le prove vanno portate al Copasir.

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Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito gli scontri di Milano del 17 e 18 ottobre «il frutto» di una guerra ibrida condotta attraverso i social. Lo ha detto martedì 20 ottobre al Defence Procurement Forum di Roma. Poche ore dopo il vicepremier Matteo Salvini ha escluso una regia russa, mentre il Consiglio dei ministri approvava un decreto-legge e l’invio di 500 militari in più nella città.

La notizia conta perché un ministro della Repubblica ha usato la parola guerra per spiegare una guerriglia urbana con 271 persone portate in questura. Noi la pensiamo così: le interferenze straniere in Europa esistono e sono documentate, ma proprio per questo non si evocano a voce in un convegno. Se il governo ha elementi, li porti al Copasir e poi in Parlamento. Se non li ha, lo dica con la stessa chiarezza. Un’accusa senza carte non difende il Paese, lo divide.

Cosa è successo a Milano il 17 e il 18 ottobre

Sabato 17 ottobre un corteo contro il carovita è degenerato nel centro di Milano, con vetrine distrutte, negozi saccheggiati e agenti aggrediti. Disordini anche a Torino e a Bologna. Domenica 18 ottobre la scena si è ripetuta in piazza Duomo: centinaia di ragazzi, divisi in gruppi di 10 o 20 persone, molti vestiti di nero e col volto coperto.

Il bilancio comunicato dalla Questura di Milano parla di 271 persone portate in questura, 220 delle quali minorenni, cioè circa 8 su 10. Alcuni hanno 12 anni. È un numero che da solo spiega perché il decreto del governo riguarda soprattutto i minori. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato lunedì 19 ottobre un vertice sull’ordine pubblico a Palazzo Chigi con i vicepremier Salvini e Tajani, i ministri Piantedosi e Crosetto e il sottosegretario Alfredo Mantovano.

Le parole di Crosetto e quello che non ha detto

Intervenendo al forum sugli acquisti militari a Villa Miani, Crosetto ha dichiarato: «I fatti di Milano e di altre parti d’Italia sono profondamente diversi da quelli vissuti in altre epoche e sono il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre nazioni ricorrendo a strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, YouTube». Ha aggiunto di dirlo «da anni, inascoltato».

Poi ha offerto una spiegazione sociale: «Se tre ragazzi su dieci hanno partecipato a quelle manifestazioni non parliamo di maranza, di italiani di seconda generazione, se sei su dieci le condividono è perché hanno subito una controeducazione da qualche parte». Una controeducazione, cioè un’educazione contraria a quella di famiglia e scuola, ricevuta secondo lui sui social.

Due cose vanno messe in chiaro. Primo: Crosetto non ha mai pronunciato la parola Russia. Ha parlato di «qualcuno». Le «ombre russe» dei titoli nascono da ricostruzioni di stampa sul clima a Palazzo Chigi, non da una frase del ministro. Secondo: le percentuali di tre ragazzi su dieci in piazza e sei su dieci che approvano non sono accompagnate da alcuna fonte. Nessun sondaggio pubblico, nessun rapporto citato. Sono numeri detti al microfono, e vanno trattati come tali.

Tre posizioni diverse dentro lo stesso governo

La contraddizione più evidente sta nella maggioranza. Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, lo stesso 20 ottobre, ha risposto ai giornalisti: «Ho letto cose strambe, i russi. No, basta». Per Salvini dietro i disordini non c’è alcuna organizzazione o regia.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri, ha scelto una terza strada: «Se Crosetto ha detto queste cose si vede che ha degli elementi di analisi che non vanno sottovalutati, perché sicuramente qualcosa è successo». La presidente del Consiglio, stando alle ricostruzioni di stampa su Palazzo Chigi, è convinta che «entità esterne» abbiano soffiato sul fuoco, ma vuole «elementi certi» prima di dirlo in pubblico.

Riassumiamo: il ministro della Difesa parla di guerra, il vicepremier dice che i russi non c’entrano, il ministro dell’Interno rimanda agli elementi del collega, la premier aspetta prove. Quattro voci, nessun documento. Chi comanda le Forze armate conosce la differenza tra un’analisi e un’attribuzione: la seconda si fa con le carte.

Cosa risulta davvero: nessun atto pubblico sulla regia straniera

A oggi non esiste un atto ufficiale, un’informativa parlamentare o un’indagine resa nota che colleghi gli scontri di Milano a un governo straniero. Le ricostruzioni di stampa attribuiscono alle relazioni dei servizi di informazione «tracce di enfatizzazione sulla mobilitazione dei manifestanti» sui social, e riferiscono di un monitoraggio degli account che commentano i video degli scontri. Enfatizzare una protesta online non è organizzarla: sono due fatti diversi, con un peso diverso.

Lo ha riconosciuto anche chi siede nell’organo che controlla i servizi. Enrico Borghi, senatore di Italia Viva e componente del Copasir, ha detto di ipotizzare una regia dietro gli scontri, ma di non avere elementi per attribuirla a Mosca. Le opposizioni chiedono che Piantedosi e Crosetto riferiscano in Parlamento. È una richiesta ragionevole, e la facciamo nostra.

Le interferenze russe esistono: i precedenti di Francia e Romania

Chi ride dell’idea stessa di guerra ibrida sbaglia bersaglio. Nel novembre 2023 il ministero degli Esteri francese ha attribuito alla rete russa RRN la diffusione online delle foto delle stelle di David dipinte sui muri di Parigi. L’agenzia francese Viginum, che sorveglia le ingerenze digitali, aveva già descritto quella rete nel giugno 2023, con un rapporto pubblico.

Nel dicembre 2024 la Corte costituzionale della Romania ha annullato il primo turno delle elezioni presidenziali dopo che i servizi di Bucarest avevano reso pubblici rapporti su una campagna coordinata su TikTok. Quelle carte sono state lette, discusse e anche contestate. È la differenza tra un’accusa e un sospetto: la prima si firma con documenti che tutti possono verificare. In Italia quella strada passa dal Copasir, il comitato parlamentare istituito dalla legge 124 del 2007, presieduto per legge da un esponente dell’opposizione. Lavora in modo riservato, ma non dipende dal governo.

Il decreto approvato il 20 ottobre: minori, pene e 500 militari

Il Consiglio dei ministri numero 193, riunito alle 18.21 del 20 ottobre, ha approvato su proposta di Meloni, Piantedosi, Nordio e Crosetto un decreto-legge su sicurezza pubblica e criminalità minorile. Per chi ha compiuto 14 anni scatta una presunzione di imputabilità: la capacità di intendere e di volere si presume fino a prova contraria. Ai minorenni si estende l’arresto in flagranza differita, cioè l’arresto nelle ore successive al fatto grazie a video e foto.

I genitori di un minore che partecipa a determinati reati rischiano sanzioni amministrative, salvo che dimostrino di non aver potuto impedire il fatto. Per i danni a beni pubblici il risarcimento può disporlo direttamente il prefetto. Secondo lo schema illustrato in conferenza stampa, nasce il reato di partecipazione violenta a una manifestazione, con pene fino a 5 anni, e le lesioni agli agenti diventano procedibili d’ufficio.

Il ministero della Difesa ha confermato con il comunicato numero 41 l’invio di 500 militari aggiuntivi dell’operazione Strade Sicure a Milano, fino alla fine dell’anno, per presidiare siti sensibili e liberare polizia e carabinieri. Non avranno poteri di polizia giudiziaria. Nel videomessaggio di Meloni la linea è riassunta così: «Manifestare è un diritto, mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è».

Cosa chiediamo a Crosetto e al governo

La richiesta è semplice e ha una scadenza. Crosetto e la presidenza del Consiglio portino entro pochi giorni al Copasir gli elementi sui quali poggia la parola guerra. Poi un ministro riferisca alle Camere su tutto ciò che si può rendere pubblico, con date, piattaforme e metodi. Se gli elementi non esistono, o si fermano alle tracce di amplificazione online, lo dicano con la stessa voce usata al convegno.

Una cosa resta vera in ogni caso. Chi ha sfondato vetrine, saccheggiato negozi e colpito agenti il 17 e il 18 ottobre risponde personalmente davanti a un giudice italiano, con o senza una regia straniera. Nessuna ombra, russa o di altro colore, sposta la responsabilità da chi ha tirato la pietra.

Le accuse di guerra si firmano con le prove, non con i retroscena.

Fonti

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