Scanzi a Otto e Mezzo: «Meloni teme Conte più di Schlein». Primarie, il Pd vota 578 sì ma manca ancora la data

Scanzi su La7: Meloni teme Conte più di Schlein, primarie «la via meno brutta». Cosa hanno deciso Pd e M5S, i numeri dei gazebo e la legge elettorale.

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Il giornalista Andrea Scanzi, firma del Fatto Quotidiano, ospite di Lilli Gruber a Otto e Mezzo su La7 il 20 ottobre 2026, ha detto che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni teme Giuseppe Conte più di Elly Schlein. Sul candidato premier del centrosinistra ha indicato le primarie come «la via meno brutta».

La notizia conta per una ragione precisa: tra circa un anno si vota, la nuova legge elettorale è stata approvata l’8 ottobre e il centrosinistra non ha ancora né un candidato né una data per sceglierlo. Il pronostico di Scanzi sui timori di Meloni è un’opinione: nessuna dichiarazione della premier la conferma. Noi stiamo con le primarie, e subito. Schlein e Conte devono fissare data e regole entro fine anno, non alla vigilia del voto. Chi vuole guidare l’Italia accetti di farsi scegliere dagli elettori ai gazebo, non nei talk show.

Cosa ha detto Scanzi a Otto e Mezzo

Scanzi era in studio per presentare il suo saggio Ora o mai più, dedicato ai modi per battere Meloni alle elezioni. «Dovendo fare un pronostico, credo che Giorgia Meloni, se potesse scegliere, opterebbe per Elly Schlein alla guida del campo progressista. E non perché la stima di più, ma perché le fa meno paura di Giuseppe Conte», ha detto. Per lui, «in termini di leadership, Schlein è più debole di Conte».

Sul metodo è stato più concreto. Ha riconosciuto a Schlein il diritto di candidarsi, perché guida il partito più grande dell’opposizione. Ma ha contestato l’idea che il peso del Pd basti a fissare una regola che Conte non accetta: «Schlein sa benissimo che non può decidere questa regola al posto di Conte». Da qui la conclusione: la prima regola è «fare squadra», e le primarie sono «la via meno brutta» per chiudere la questione.

Un punto va chiarito. La tesi sui timori di Meloni resta un’interpretazione di Scanzi. La premier non ha mai dichiarato pubblicamente quale avversario preferirebbe. Gli attacchi quotidiani del centrodestra all’uno o all’altra sono polemica politica, non un documento.

Schlein e Conte: le dichiarazioni dal 6 al 18 ottobre

Il 6 ottobre Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, ha rivelato di aver proposto a Schlein un passo indietro di entrambi per trovare un nome terzo. «Non ho fatto nomi perché Schlein mi ha detto che non c’è per lei questa disponibilità», ha spiegato, tornando a chiedere le primarie.

Il 7 ottobre i due si sono incontrati prima della direzione del Pd. Lì Schlein ha ricordato che «in tutti i paesi europei a guidare la coalizione è il partito più grande», presentando l’apertura alle primarie come una concessione. Il 10 ottobre, a un confronto pubblico, Conte ha assicurato che le primarie «non saranno divisive» e ha aggiunto: «Ho fatto il presidente del Consiglio due volte nella mia vita, la terza volta non mi aggiunge nulla». Schlein si è detta «disponibile alla strada delle primarie, se è lo strumento che tiene unita l’alleanza». Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi e Sinistra ha chiesto di scrivere prima il programma.

Domenica 18 ottobre l’assemblea nazionale del Pd, riunita a Roma, ha prorogato il mandato di Schlein, in scadenza a marzo 2027, e ha votato la sua candidatura alle eventuali primarie di coalizione: 578 sì, 3 no e 26 astenuti, con la minoranza riformista che si è astenuta. Dal palco la segretaria ha detto: «Sono pronta a guidare questa comunità e a guidarla come candidata alla presidenza del Consiglio, con o senza le primarie».

La contraddizione: tutti dicono sì alle primarie, nessuno fissa la data

Qui sta il punto debole del centrosinistra. Il 10 ottobre Schlein e Conte si sono detti entrambi disponibili alle primarie. Otto giorni dopo Schlein ha aggiunto la formula «con o senza», che lascia aperta la strada dell’investitura senza voto. Conte chiede i gazebo ma, fino al 6 ottobre, proponeva un nome terzo scelto dai leader. Dieci giorni di dichiarazioni, zero regole scritte: nessuna data, nessun albo degli elettori, nessuna soglia, nessun programma firmato.

La legislatura è iniziata il 13 ottobre 2022 e scade nel 2027. Pd e 5 Stelle hanno dimostrato di saper vincere insieme nelle Regioni, con Alessandra Todde in Sardegna nel 2024 e Roberto Fico in Campania nel 2025. Sulla sfida nazionale, però, continuano a rinviare la scelta del metodo.

La nuova legge elettorale alza la posta: serve il 42%

Dall’8 ottobre 2026 si sa con quale legge si voterà. La Camera ha approvato in via definitiva la riforma voluta dal governo Meloni con 227 voti favorevoli e 164 contrari, a scrutinio segreto. Il sistema è proporzionale con un premio di maggioranza: la coalizione che raggiunge almeno il 42% dei voti riceve 70 deputati e 35 senatori in più, fino a un massimo di 220 deputati su 400. Spariscono i collegi uninominali, tranne in Valle d’Aosta e Alto Adige.

Il confronto con il 2022 spiega perché l’unità è decisiva. Alle politiche del 25 settembre 2022 il centrodestra prese il 43,8% alla Camera: sopra la soglia del nuovo premio. Il centrosinistra di Enrico Letta si fermò al 26,1%, il Movimento 5 Stelle al 15,4%, Azione e Italia Viva al 7,8%. Sommati fanno il 49,3%, più del centrodestra. Divisi, hanno lasciato a Meloni circa il 57% dei seggi. Con la legge nuova, una coalizione di opposizione spezzata resterebbe sotto il 42% e non prenderebbe neanche un seggio di premio.

I pesi dentro l’alleanza li dicono le europee dell’8 e 9 giugno 2024, con dati ufficiali del Parlamento europeo: Pd al 24,11%, Movimento 5 Stelle al 9,98%, Alleanza Verdi e Sinistra al 6,79%, con un’affluenza del 48,31%. Chi sostiene che i 5 Stelle valgano il 6 o il 7% sbaglia di tre punti. Ma il dato conferma un’altra cosa: nessuno dei due partiti arriva al 42% da solo.

I numeri delle primarie passate: da 4,3 milioni a 1,1 milioni

Le primarie di coalizione in Italia hanno un solo precedente nazionale vero. Il 16 ottobre 2005 l’Unione di centrosinistra portò ai gazebo oltre 4,3 milioni di persone, più degli abitanti di Roma e Milano messi insieme. Romano Prodi vinse con il 74,6%, Fausto Bertinotti prese il 14,6%, Clemente Mastella il 4,4%.

Il 25 novembre 2012 al primo turno votarono più di 3 milioni di elettori: Pier Luigi Bersani ottenne il 44,9%, Matteo Renzi il 35,5%, Nichi Vendola il 15,6%. Al ballottaggio del 2 dicembre Bersani vinse con il 60,9%. Quel precedente insegna anche il limite dello strumento: alle politiche del 2013 Bersani vinse alla Camera ma non ebbe la maggioranza al Senato. Le primarie scelgono il candidato, non garantiscono il governo.

Le primarie del Pd del 26 febbraio 2023 raccolsero circa 1,1 milioni di votanti, il dato più basso nella storia del partito. Schlein vinse ai gazebo, ma tra i soli iscritti, secondo il rapporto del gruppo di ricerca della Società italiana di scienza politica, Bonaccini aveva prevalso 57 a 43. Il voto aperto può ribaltare le scelte degli apparati: per questo le segreterie temono i gazebo.

Perché il partito più votato non basta a decidere

Schlein propone la regola europea: il candidato lo esprime il partito più grande. È una posizione legittima e ha un fondamento nei numeri del 2024. Ma è un accordo tra capi, non una gara. Nelle Regioni il Pd ha accettato candidati dei 5 Stelle, come Todde e Fico, perché la coalizione lo richiedeva. Noi preferiamo la concorrenza: chi vuole Palazzo Chigi si misuri con un voto vero.

Le primarie da sole però non bastano, e il 2013 lo dimostra. Servono tre cose scritte prima del nome: un albo degli elettori per evitare voti di disturbo, soglie chiare per il primo turno e l’eventuale ballottaggio, e un programma comune firmato da tutti i partiti, vincolante per chi vince.

La richiesta di TuttoNotizie a Schlein e Conte

Chiediamo a Elly Schlein e Giuseppe Conte di annunciare entro il 31 dicembre 2026 la data delle primarie di coalizione e il regolamento completo: chi vota, dove, con quali soglie e con quale programma. Chiediamo agli altri alleati di firmare il programma prima del voto ai gazebo. Chi non vuole le primarie lo dica agli elettori adesso, con nome e cognome, e si assuma il costo politico della scelta.

Il pronostico su chi Meloni tema di più è un gioco da salotto televisivo. I fatti verificati dicono altro: una legge elettorale che premia solo chi supera il 42%, un’opposizione che nel 2022 aveva più voti sommati e ha perso perché divisa, e un calendario che scade tra dodici mesi. Il candidato lo scelgano gli elettori, non i talk show.

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Tag:Politica