Meloni «nana borgatara», il pm di Roma Di Cicco nega: «Profilo hackerato, ho denunciato». Aimi chiede verifica al Csm

Post «nana borgatara» contro Meloni dal profilo del pm Di Cicco: lui denuncia l'hackeraggio, l'Anm prende le distanze, Aimi chiede una pratica al Csm.

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Un post con le parole «la nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto» è comparso domenica 18 ottobre 2026, poco dopo le 20, sul profilo Facebook di Alessandro Di Cicco, sostituto procuratore della Procura di Roma. Il bersaglio è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il magistrato nega di averlo scritto: dice che il profilo è stato violato e ha presentato denuncia lunedì 19 ottobre.

La vicenda conta perché un pubblico ministero rappresenta lo Stato in aula e deve apparire imparziale verso tutti, governo compreso. Per noi il punto è semplice: chi indossa la toga non insulta nessuno, neppure chi governa, e un magistrato risponde delle sue parole anche online. Se l’intrusione nel profilo è vera, Di Cicco è una vittima e merita tutela. Se non regge, deve scattare l’azione disciplinare. A deciderlo non può essere la sua parola, ma i registri degli accessi che le piattaforme conservano.

Cosa diceva il post e cosa è successo dopo

Il messaggio attaccava Meloni per il rifiuto di firmare il decreto sugli adeguamenti di stipendio dei magistrati. Diceva che la premier «non ha tempo» per firmarlo, che «ci penserà un commissario ad acta» e chiudeva con «Povera Italia». Il post è rimasto visibile abbastanza a lungo da essere fotografato e ripreso da diversi giornali. Poi è stato cancellato e, in seguito, l’account è stato chiuso.

Il termine borgatara rimanda alle origini di Meloni, cresciuta alla Garbatella, quartiere popolare di Roma. L’aggettivo nana colpisce la statura. Nessuno dei due riguarda una legge, un decreto o una scelta di governo. Sono offese sulla persona, e colpiscono di riflesso chiunque viva in una periferia o abbia una statura minuta.

La versione del magistrato: «Non sono stato io, ero in viaggio»

Raggiunto lunedì dall’agenzia Adnkronos, Di Cicco ha respinto la paternità del testo: «Mi hanno hackerato il profilo Facebook e sto andando al commissariato a denunciare. Non sono stato io a scrivere quel post sulla premier, ero in viaggio». Ha aggiunto di aver cancellato il messaggio appena se ne è accorto e di non aver immaginato «questo clamore». Ha anche distinto tra «non condividere le posizioni della premier» e insultarla.

Nel pomeriggio del 19 ottobre il magistrato ha formalizzato la denuncia in commissariato. Nel testo, che Today.it è l’unica testata ad aver riportato, Di Cicco dichiara di aver ricevuto alle 12 del 19 ottobre alcune notifiche di attività che non aveva compiuto e di aver capito così che ignoti erano entrati nel suo account. Tra la comparsa del post, domenica alle 20, e quell’orario passano circa 16 ore. È un intervallo che gli investigatori dovranno ricostruire con i dati della piattaforma, non con le opinioni.

L’Anm prende le distanze, Aimi porta il caso al Csm

La giunta esecutiva dell’Associazione nazionale magistrati, che rappresenta la grande maggioranza delle toghe, ha definito «inappropriate» le parole rivolte alla premier e ha parlato di «ferma presa di distanza». Nella nota si legge che «il rispetto istituzionale è il prerequisito di ogni interlocuzione fra magistratura e governo». È una frase netta, arrivata nel pieno dello scontro tra la stessa Anm e Palazzo Chigi sugli stipendi.

Enrico Aimi, componente laico del Consiglio superiore della magistratura, ha chiesto l’apertura di una pratica per verificare i fatti e valutare «l’eventuale sussistenza di profili disciplinari». Ha ricordato che chi esercita la funzione giudiziaria «è tenuto a osservare doveri di equilibrio, correttezza e rispetto delle istituzioni, anche quando interviene nel dibattito pubblico». Fratelli d’Italia ha definito il post «inaccettabile».

Da dove nasce lo scontro: il decreto da quasi un miliardo

Il post arriva poche ore dopo una dichiarazione della premier. Domenica 18 ottobre Meloni ha detto all’Adnkronos: «In coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati». Ha spiegato che quella cifra vale circa 10 volte le risorse che il governo cerca per l’autotrasporto, con i tir che minacciano di fermare le consegne. Ha messo in conto che il Consiglio di Stato nomini al suo posto un commissario ad acta, cioè un funzionario incaricato di firmare l’atto che il governo non firma.

I soldi non sono un bonus deciso da qualcuno. I magistrati non contrattano lo stipendio con il governo: la legge prevede un adeguamento automatico ogni 3 anni, agganciato agli aumenti medi del pubblico impiego. L’Anm ha contestato il metodo di calcolo usato dall’Istat e ha vinto: il Consiglio di Stato, con le sentenze 6003 e 6004 del 9 luglio 2025, ha bocciato il calcolo per il triennio 2018-2020, fissato con un Dpcm dell’agosto 2021 del governo Draghi. Il Tar del Lazio, con la sentenza 14271 del 14 agosto 2026, ha annullato anche il calcolo per il 2021-2023, fissato da un Dpcm del giugno 2024. Un’analoga decisione del Tar, la 7613 del 27 aprile 2026, ha dato ragione ai magistrati amministrativi sugli stessi trienni.

Il conto, secondo fonti di Palazzo Chigi, arriva a circa 1 miliardo di euro per circa 11mila magistrati. L’Anm replica: «Nessun regalo, nessun bonus, nessun aumento», si tratta di «differenze retributive previste dalla legge e non corrisposte per anni». E avverte che farà valere i suoi diritti davanti al giudice. Nel documento di bilancio per il 2027 il governo ha già previsto un fondo sentenze da 1,9 miliardi, pari a quasi 2 volte la somma contestata.

Le regole che valgono per un magistrato, anche su Facebook

La Costituzione, all’articolo 98, permette alla legge di limitare l’attività politica dei magistrati. Il decreto legislativo 109 del 2006 elenca gli illeciti disciplinari delle toghe e affida l’azione disciplinare al ministro della Giustizia e al procuratore generale della Cassazione; a giudicare è la sezione disciplinare del Csm. Un insulto pubblico alla presidente del Consiglio rientra in pieno nei comportamenti che quella legge sanziona, perché lede l’immagine di imparzialità del magistrato.

Sul fronte penale, l’accesso abusivo a un sistema informatico è un reato previsto dall’articolo 615-ter del codice penale, punito nella forma base fino a 3 anni. Vale anche il contrario: chi denuncia un reato mai avvenuto risponde di simulazione di reato, articolo 367 del codice penale. Per questo la denuncia di Di Cicco è un atto pesante, non una frase buttata lì. Infine, per l’articolo 11 del codice di procedura penale, i procedimenti in cui un magistrato di Roma è parte offesa vanno alla Procura di Perugia. Sarà quella Procura a chiedere a Meta chi è entrato nell’account, da dove e a che ora.

Il precedente Palamara e il peso di poche parole

Nel 2020 vennero pubblicate le chat del 2018 in cui Luca Palamara, allora pm ed ex presidente dell’Anm, scriveva che Matteo Salvini andava attaccato. Il Csm lo ha radiato dalla magistratura nell’ottobre 2020. Da allora ogni frase di una toga contro un politico alimenta il sospetto di una magistratura schierata, e lo paga l’intero ordine giudiziario, compresi i magistrati che lavorano in silenzio. L’Anm lo sa, e per questo ha preso le distanze in poche ore.

Chi deve fare cosa

La Procura di Perugia accerti in tempi brevi se l’account di Di Cicco è stato davvero violato e renda noto l’esito. Il Csm apra la pratica chiesta da Aimi senza aspettare la conclusione dell’indagine penale: le due strade sono separate. Se l’intrusione non risulta, il ministro della Giustizia e il procuratore generale della Cassazione avviino l’azione disciplinare.

Al governo chiediamo altrettanta coerenza. Due sentenze del Consiglio di Stato e una del Tar dicono che quei calcoli erano sbagliati. Le sentenze si eseguono o si impugnano, non si ignorano: un esecutivo che sceglie quali decisioni dei giudici rispettare dà un pessimo esempio ai cittadini a cui chiede di rispettare la legge. Se Meloni ritiene la spesa insostenibile, ha una strada legittima: cambiare la norma sull’adeguamento in Parlamento, alla luce del sole.

Una premier si giudica per le leggi che firma e per quelle che rifiuta di firmare, mai per l’altezza o per il quartiere in cui è cresciuta. E un magistrato si giudica per gli atti che compie, compresi quelli pubblicati sotto il suo nome.

Fonti

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