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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato il 18 ottobre 2026 che non firmerà il Dpcm sugli stipendi dei magistrati. Il decreto doveva dare seguito a due sentenze del Consiglio di Stato del luglio 2025 su adeguamenti e arretrati, per un costo stimato di circa 970 milioni di euro. L’Associazione nazionale magistrati risponde: «Faremo valere i nostri diritti».
La notizia conta perché qui non si discute di un regalo, ma di un pagamento ordinato da un giudice. La nostra posizione è netta: la premier ha torto nel metodo. Un Dpcm che esegue una sentenza non è una scelta politica, è un atto dovuto. Se il governo ritiene che gli stipendi delle toghe siano troppo alti, lo strumento è una legge votata dal Parlamento, con i limiti che la Corte costituzionale ha già fissato nel 2012. Lasciare un decreto nel cassetto non fa risparmiare un euro: sposta la firma a un commissario e aggiunge interessi e spese legali.
Cosa ha detto Meloni e in quale occasione
La premier ha parlato al telefono con il direttore dell’agenzia Adnkronos, di ritorno dal Consiglio europeo di Bruxelles dedicato al caro carburanti. Le sue parole: «Direttore non firmerò. Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità». Poi la frase che dà il titolo alla giornata: «In coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati».
Meloni ha spiegato la priorità del governo con un paragone: quella cifra «è dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto». Secondo le stime di Palazzo Chigi, per evitare il blocco delle consegne di merci servono almeno 100 milioni. La premier si è detta pronta ad ascoltare le associazioni dei magistrati, convinta che «la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento».
Da dove nasce il conto: le sentenze del Consiglio di Stato
Il miliardo non è un aumento deciso oggi. Gli stipendi dei magistrati, come quelli di militari, professori universitari e avvocati dello Stato, non si trattano con un contratto. La legge, in particolare l’articolo 24 della legge 448 del 1998, prevede un adeguamento automatico ogni 3 anni, calcolato sugli aumenti medi degli altri dipendenti pubblici comunicati dall’Istat. Il Dpcm, cioè il decreto del presidente del Consiglio, serve solo a fissare la percentuale.
Con le sentenze 6003 e 6004 del 9 luglio 2025, la settima sezione del Consiglio di Stato ha stabilito che il metodo usato per calcolare l’adeguamento del triennio 2018-2020 era illegittimo. In parole semplici: lo Stato ha applicato un criterio sbagliato e ha pagato meno del dovuto. Da qui nascono gli arretrati per gli anni passati e il ricalcolo per gli anni successivi. Il decreto che Meloni rifiuta di firmare è l’atto con cui il governo doveva dare esecuzione a quelle decisioni.
I numeri: 970 milioni, 11mila magistrati, un fondo da 1,9 miliardi
Il costo stimato è di circa 970 milioni di euro, per i circa 11mila magistrati ordinari, amministrativi e contabili in servizio. Nel Documento programmatico di bilancio per il 2027 il governo ha già previsto un fondo sentenze, una tantum, da 1,9 miliardi, pari allo 0,08 per cento del Pil: la quota più grande era destinata proprio a questo adeguamento. Per capire la proporzione, 970 milioni sono circa un diciottesimo della manovra 2026, e circa dieci volte i 100 milioni cercati per l’autotrasporto.
Sulla cifra pro capite circolano stime fino a 100mila euro a testa per gli arretrati, ma sono calcoli giornalistici. L’Anm sostiene che gli importi reali sono «di gran lunga inferiori a quelli riportati dai giornali». Finché Palazzo Chigi non pubblica le tabelle, il dato ufficiale resta solo quello del fondo complessivo.
Il punto debole: la firma negata non cancella il debito
La contraddizione sta nelle stesse parole della premier. Dice che non può firmare, e nella frase successiva ammette che il Consiglio di Stato può nominare un commissario. Il riferimento è al giudizio di ottemperanza, la procedura con cui chi ha vinto una causa contro lo Stato chiede al giudice di far eseguire la sentenza. Se l’amministrazione non provvede, il giudice nomina un commissario ad acta, cioè una persona che firma al posto del governo. Il risultato è lo stesso pagamento, con in più gli interessi di mora e le spese di giudizio.
Il precedente lo conosce bene chi governa. Nel 2010 il governo Berlusconi, con il decreto 78, bloccò l’adeguamento triennale e tagliò la parte di stipendio dei magistrati sopra i 90mila euro. Nel 2012 la Corte costituzionale, con la sentenza 223, cancellò quelle norme perché colpivano una sola categoria e toccavano l’indipendenza economica della magistratura. Lo Stato dovette restituire tutto. Chi oggi presenta la mancata firma come un risparmio non dice ai cittadini che il conto arriverà comunque, più alto.
La replica dell’Anm e le prossime tappe
A rispondere per l’Associazione nazionale magistrati, il sindacato delle toghe, è stato il vicesegretario Celli. «Faremo valere i nostri diritti», ha detto il 18 ottobre, aggiungendo che l’associazione valuta il ricorso. L’Anm ricorda che si tratta di somme dovute per legge e per sentenza, non di una concessione del governo.
I passaggi ora sono due. Il primo è giudiziario: i magistrati che hanno vinto la causa possono chiedere al Consiglio di Stato l’esecuzione forzata della sentenza e la nomina del commissario. Il secondo è parlamentare: la legge di bilancio per il 2027 deve ancora essere scritta e votata, e il fondo sentenze da 1,9 miliardi può essere confermato, ridotto o spostato. Il governo ha fatto sapere di voler usare quelle risorse per autotrasporto, agricoltori, pescatori e famiglie colpite dal caro carburanti.
Cosa deve fare il governo
La richiesta è semplice. La premier firmi il decreto, perché una sentenza del Consiglio di Stato si esegue, non si commenta. Se ritiene che il meccanismo di adeguamento automatico sia sbagliato, porti in Parlamento una legge che lo cambi per tutte le categorie non contrattualizzate e la faccia votare alla luce del sole, come fece il governo Renzi nel 2014 con il tetto di 240mila euro agli stipendi pubblici. Nel frattempo pubblichi le tabelle: quanto vale ogni voce, per quanti magistrati, per quali anni. Anche l’Anm, se sostiene che le cifre sono molto più basse, metta i suoi calcoli a disposizione di tutti.
Chi chiede sacrifici deve dare l’esempio. Nel dicembre 2024 un emendamento dei relatori alla manovra propose di alzare l’indennità di ministri e sottosegretari non eletti in Parlamento, poi ritirato dopo le polemiche. Se la priorità sono le fasce deboli, la stessa fermezza vale per i costi della politica, a cominciare da quelli del governo.
Una firma dovuta per sentenza non è una scelta di coscienza: è un obbligo, e rinviarla costa di più.
Fonti
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