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Sabato 24 ottobre la Polizia di Stato ha accompagnato nella questura di Milano un uomo di 30 anni, indicato come ideatore della pagina Instagram Movimento 17 ottobre. La pagina è nata dopo gli scontri dello scorso fine settimana. In mattinata la Digos di Brescia ha perquisito la casa dei suoi genitori nel Bresciano. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha detto che bisogna aspettare «le risultanze giudiziarie».
La notizia conta per due motivi. La pagina ha convocato raduni non autorizzati in diverse città e ha messo in allarme mezzo Paese. In poche ore, poi, nome, età, origini e paese dei genitori di quest’uomo sono finiti ovunque, sotto titoli che lo chiamano «la mente». Eppure finora nessun atto ufficiale lo accusa di qualcosa. La nostra posizione è netta. Chi ha devastato Milano deve pagare, senza sconti. Se la pagina ha spinto alla violenza, la Procura lo contesti. Ma un titolo non è una sentenza, e oggi nessun giudice ha scritto niente. Noi il suo nome non lo pubblichiamo, perché ai fatti non aggiunge nulla.
Cosa è successo sabato 24 ottobre tra Milano e il Bresciano
L’uomo è stato rintracciato in un appartamento alla periferia di Milano, a casa di un’amica. Anche quell’abitazione è stata perquisita. Poi è stato portato in questura per essere ascoltato. È formalmente residente in provincia di Brescia, dove vive ancora la sua famiglia.
Nella casa dei genitori gli agenti della Digos, la polizia che si occupa di reati politici, avrebbero trovato materiale informativo ritenuto di interesse investigativo. Cosa sia quel materiale, al momento, non è stato reso noto.
Di lui le cronache scrivono che ha studiato geopolitica, ha un dottorato di ricerca e lavora come giornalista freelance. È un attivista per la causa palestinese. Ha collaborato con testate di orientamento molto diverso tra loro. È italiano, nato da genitori di origine straniera. Per i fatti di cui si parla, questo dettaglio non conta nulla.
Gli scontri di Milano e le perquisizioni in tutta Italia
Tutto parte dallo scorso fine settimana, quando a Milano una protesta contro il carovita è finita in violenze e devastazioni. Subito dopo è comparsa la pagina Movimento 17 ottobre. Il 19 ottobre i gestori hanno annunciato una mobilitazione permanente ogni sabato, fino alla caduta del governo. Hanno respinto ogni accusa e definito violento questo sistema.
Venerdì 23 ottobre il Viminale ha fatto scattare un’azione preventiva. All’alba ci sono state perquisizioni da Arezzo a Bari, da Bergamo a Bologna e Napoli. Sono stati sequestrati cellulari, computer, armi soft air, coltelli e anche munizioni da guerra. Le perquisizioni, secondo le cronache, sono state oltre 150 in 20 città: in media più di sette per ogni città. A Bari le indagini sono coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia e dalla Procura per i minorenni.
Lo stesso giorno la pagina ha cambiato i piani, annunciando che le piazze vere sarebbero state comunicate solo all’ultimo momento. Oggi Milano è presidiata da agenti e militari, con negozi blindati in centro.
Le dichiarazioni del ministro Piantedosi
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha commentato l’identificazione con parole prudenti. Ha detto che è ancora prematuro parlarne, perché la persona era sotto perquisizione. Ha aggiunto: «bisogna vedere poi le risultanze giudiziarie». Ha però sostenuto che il risultato deve dare fiducia nel lavoro delle forze dell’ordine.
Nel pomeriggio, in un’altra dichiarazione, il ministro ha affermato che l’uomo individuato aveva organizzato il sistema di convocazione delle proteste. Organizzare una protesta, da solo, non è un reato. Ma quando lo dice il ministro dell’Interno, quella frase pesa come un’accusa. Per questo servono atti, non dichiarazioni a voce.
Indagato o no: le versioni che non coincidono
Qui sta il punto debole di tutta la vicenda. Nella mattinata diverse cronache hanno scritto che l’uomo non risultava indagato. Nel pomeriggio altre hanno riferito di un’indagine per istigazione a delinquere, citando il Tg1, che per primo aveva dato la notizia. Non abbiamo trovato alcun comunicato ufficiale della Procura che chiarisca come stanno le cose.
Gli stessi articoli che titolano chi è la mente scrivono poche righe sotto che la sua posizione è al vaglio degli inquirenti. Il titolo accusa, il testo ammette di non sapere. E chi scorre il telefono legge solo il titolo, insieme a età, origini e comune della famiglia.
Anche se fosse indagato, la sostanza non cambierebbe. Indagato vuol dire che il pubblico ministero sta verificando un sospetto. Non vuol dire colpevole, e nemmeno imputato.
Cosa dice la legge sulla presunzione di innocenza
L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che l’imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva. Qui, a oggi, non risulta nemmeno un imputato.
Il decreto legislativo 188 del 2021 ha recepito la direttiva europea 2016/343. Vieta alle autorità pubbliche di indicare come colpevole chi non è stato condannato in via definitiva. Stabilisce anche che le notizie sulle indagini le dà il procuratore, con comunicati ufficiali o conferenze stampa. Questo è consentito solo quando serve alle indagini o c’è un interesse pubblico rilevante. Le soffiate ai telegiornali non sono previste.
Il codice di procedura penale va nella stessa direzione. Con l’articolo 335 il pubblico ministero iscrive nel registro degli indagati chi è sospettato di un reato. Da quel momento la persona ha diritto a sapere di cosa è accusata e ad avere un avvocato. L’articolo 63 obbliga a interrompere l’ascolto di chi non è indagato, se dalle sue parole emergono indizi contro di lui.
La legalità vale in tutte e due le direzioni. L’articolo 414 del codice penale punisce chi istiga pubblicamente a commettere reati: se la pagina lo ha fatto, la Procura lo contesti con un atto. Ma promuovere una manifestazione online resta un diritto, protetto dagli articoli 17 e 21 della Costituzione. Chi chiede già pene esemplari o risarcimenti dovrebbe sapere che, senza un’accusa, non c’è nessuna pena da chiedere.
Anche il giornalismo ha le sue regole. Il Testo unico dei doveri del giornalista chiedeva di rispettare sempre e comunque la presunzione di non colpevolezza. Dal 1° giugno 2025 l’Ordine dei giornalisti lo ha sostituito con il nuovo Codice deontologico, ma quel principio resta al centro della cronaca giudiziaria.
Cosa chiediamo a Procura, Viminale e testate
Chiediamo tre cose precise.
- La Procura che coordina l’indagine dica con un comunicato ufficiale, come prevede la legge, se quest’uomo è indagato e per quale reato.
- Il ministero dell’Interno spieghi come identikit e nome di una persona non accusata da alcun atto pubblico siano arrivati in tutte le redazioni in poche ore.
- Le testate che hanno titolato «la mente» correggano i titoli finché un giudice non dice altro.
Allo stesso tempo, chi ha spaccato vetrine e aggredito agenti a Milano va identificato, processato e condannato. Le due cose non sono in contrasto. Sono la stessa idea di giustizia.
Una pagina Instagram non è una prova, e un nome in un titolo non è un’accusa: prima vengono le prove, poi i titoli.
Fonti
- Normattiva (2021). Decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 188, sul rafforzamento della presunzione di innocenza.
- Ordine dei giornalisti (2016). Testo unico dei doveri del giornalista.
- Ordine dei giornalisti (2025). Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti.
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