De Luca: «Manganellate a chi spacca le vetrine». Ma a Milano 220 fermati su 271 erano minorenni

De Luca: manganellate a chi spacca le vetrine. Cosa ha detto, i numeri degli scontri di Milano e cosa prevede già la legge contro chi devasta.

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Il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca torna sulle violenze di Milano e chiede manganellate per chi spacca le vetrine durante i cortei. Lo ha detto sabato 24 ottobre 2026 nella sua trasmissione settimanale. Secondo De Luca, la polizia deve usare il manganello «senza preoccupazione». Una botta «fra capo e collo», ha aggiunto, è «una bella lezione che non si dimentica».

La frase piace perché dà voce a una rabbia giusta. Chi ha devastato il centro di Milano deve pagare, e su questo noi stiamo con De Luca. Ma il manganello non è una pena. Serve a fermare un’aggressione mentre succede, non a dare lezioni a chi è già fermo. A Milano, poi, otto fermati su dieci erano minorenni, e alcuni avevano 11 o 12 anni. La pena la decide un giudice. Lo Stato forte arresta, processa e fa risarcire i danni. Picchiare per educare è un’altra cosa.

Cosa ha detto De Luca nella trasmissione del 24 ottobre

De Luca ha parlato della violenza giovanile e della sicurezza. Ha aperto con una frase netta: «La risposta alla violenza deve essere dura e immediata. Oggi occorre la repressione, punto». Poi è passato ai fatti di Milano.

«Se qualcuno ha intenzione di andare a spaccare vetrine, che le forze di polizia usino senza preoccupazione quegli strumenti difensivi che hanno in dotazione. Anche questa è un’iniziativa che ha un grande effetto pedagogico.»

Subito dopo è arrivata la frase che ha fatto il giro dei titoli, quella sulla manganellata fra capo e collo come lezione. De Luca, 77 anni, è stato eletto sindaco di Salerno nel maggio 2026, per la quinta volta, dopo dieci anni da presidente della Campania. Non è nuovo a questo tono. Nel marzo 2020, in pieno lockdown, minacciò di mandare i carabinieri «con il lanciafiamme» alle feste di laurea.

Cosa è successo a Milano il 17 e 18 ottobre: i numeri

Sabato 17 ottobre a Milano era in programma un corteo contro il carovita, convocato sui canali social del movimento «Italia in Piazza». Il pomeriggio è finito in scontri. Ci sono stati rifiuti dati alle fiamme in strada, vetrine sfondate e un negozio di scarpe saccheggiato. Domenica 18 gruppi di giovani, molti col volto coperto, sono tornati in piazza Duomo e hanno assaltato altre vetrine.

  • 271 persone sono state portate in questura dopo i due giorni di disordini.
  • 220 erano minorenni, cioè circa otto su dieci. Il più piccolo ha 11 anni e molti ne hanno 12 o 13.
  • Gli arrestati sono 11 maggiorenni, quasi tutti nati tra il 2007 e il 2008, e 34 minorenni.
  • I reati contestati sono devastazione e saccheggio e resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale.

La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, ha chiesto il carcere per tutti i maggiorenni arrestati. Negli atti i pm parlano di «azioni distruttive di rara violenza». Il giudice per le indagini preliminari Fabrizio Filice ha già convalidato gli arresti e disposto il carcere per due maggiorenni. Nello stesso provvedimento scrive che sono in corso indagini sulle convocazioni via social degli account «Milano in Piazza» e «Movimento 17 ottobre». Per oggi, 24 ottobre, sono attese nuove proteste in città.

Una precisazione serve, perché c’è chi lega questi fatti all’immigrazione. Secondo i dati sugli identificati diffusi nei giorni scorsi, gli stranieri sono 60 su 271. Vuol dire poco più di uno su cinque. Il problema di Milano sono ragazzi giovanissimi, in larga parte cresciuti qui: nessuna espulsione lo risolve.

La contraddizione: uno strumento difensivo usato come lezione

Il punto debole della proposta sta nelle parole dello stesso De Luca. Chiama il manganello strumento difensivo, e ha ragione: è quello il suo uso. Poi però gli assegna un effetto pedagogico. Una botta data per insegnare non difende nessuno. È una punizione, e in Italia le punizioni le decide un tribunale dopo un processo.

La Costituzione è chiara. L’articolo 13 punisce ogni violenza fisica e morale sulle persone sottoposte a restrizioni di libertà. La polizia può usare la forza per fermare chi aggredisce o devasta. Non può usarla per castigare.

C’è anche una questione di competenze. L’ordine pubblico non spetta ai sindaci. La legge 121 del 1981 lo affida al ministro dell’Interno, ai prefetti e ai questori. De Luca può chiedere più sicurezza per la sua città, ma non dare ordini sul manganello agli agenti.

Il precedente più pesante è italiano. Durante il G8 di Genova del 2001 la polizia fece irruzione nella scuola Diaz. Il 7 aprile 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Cestaro contro Italia, definì quell’irruzione tortura. Solo nel luglio 2017 l’Italia ha introdotto il reato di tortura nel codice penale. La forza usata fuori dalle regole non ha reso il Paese più sicuro: lo ha portato davanti ai giudici di Strasburgo.

La legge dura esiste già e a Milano sta funzionando

Chi chiede pugno di ferro ha già in mano strumenti molto severi. L’articolo 419 del codice penale punisce devastazione e saccheggio con il carcere da 8 a 15 anni. Il minimo della pena supera un intero mandato da sindaco. Proprio per Genova 2001, la Cassazione nel 2012 ha reso definitive le condanne per devastazione e saccheggio di 10 manifestanti.

Anche il conto dei danni ha un indirizzo preciso. L’articolo 2048 del codice civile rende i genitori responsabili dei danni causati dai figli minorenni. I negozianti di Milano possono chiedere i risarcimenti anche alle famiglie dei ragazzi identificati.

Il governo si è mosso. Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto sicurezza con un nuovo reato di partecipazione violenta a una manifestazione e una stretta sui minorenni. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato così le violenze: «Inaccettabili, nessuno può minimizzare. Chi rompe paga».

Quello che scoraggia davvero lo dicono gli studi. Cesare Beccaria, nel 1764, scriveva che conta la certezza della pena più della sua durezza. Nel 2016 il National Institute of Justice, l’istituto di ricerca del dipartimento della Giustizia americano, ha confermato: frena di più la certezza di essere presi che la severità della punizione. Tradotto: una telecamera che identifica vale più di un manganello che colpisce.

Cosa chiediamo, e a chi

  • Al Viminale e alla Questura di Milano: identificare tutti gli autori delle devastazioni, anche quelli non fermati sul posto, usando video e registrazioni.
  • Alla Procura e al Tribunale per i minorenni: processi rapidi. Una condanna che arriva dopo cinque anni non insegna niente a nessuno.
  • Al governo: rendere concreto il «chi rompe paga», con un percorso semplice e veloce per far risarcire i negozianti da chi ha distrutto, o dalle sue famiglie.
  • A Vincenzo De Luca: chiarire se per «repressione» intende arresti e processi oppure botte come lezione. Nel secondo caso ritiri la frase. Un sindaco giura sulla Costituzione, e la Costituzione quella lezione la vieta.

Chi spacca le vetrine deve finire davanti a un giudice e pagare fino all’ultimo euro: la manganellata come pena, invece, non deve entrare nella cassetta degli attrezzi dello Stato.

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