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Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle ed ex presidente del Consiglio, vuole che il reddito di cittadinanza torni. Lo ha detto in un’intervista ad Accordi & Disaccordi, il programma di Luca Sommi in onda sul Nove, diffusa il 1° novembre 2026: la misura entrerà nei venti punti che il M5S porterà al tavolo del campo largo per scrivere il programma comune del centrosinistra.
Conte mette il reddito di cittadinanza tra i venti punti del Movimento
Giuseppe Conte ha risposto «Certo che sì» alla domanda sul ritorno del reddito di cittadinanza e ha spiegato che il M5S vuole «riabbracciare una platea più ampia» di quella coperta oggi dagli aiuti del governo Meloni. Nella stessa intervista ha accusato la presidente del Consiglio di aver fatto cassa per 1,4 miliardi sulla pelle dei poveri: una cifra che è sua e che il governo non ha commentato.
Nei venti punti, secondo quanto riferito dallo stesso Movimento, la proposta prende il nome di Reddito 2.0 e passa da una revisione completa dei due strumenti che dal 2024 hanno preso il posto del vecchio sussidio. Il nome cambia. La domanda resta quella di sempre: chi lo riceve, a quali condizioni e con quali soldi.
Il Pd apre al ritorno della misura, Italia Viva mette le condizioni
Francesco Boccia, capogruppo del Partito democratico al Senato, ha aperto alla proposta con un paletto: «Bisogna adattare la misura ai tempi». Raffaella Paita, senatrice di Italia Viva, ha riassunto la posizione del suo partito in una riga: «Sostegno ai poveri, ma non truffe».
Il reddito non è l’unico tema su cui la coalizione cerca una linea comune. Negli stessi giorni il Movimento ha chiesto una nuova legge sul conflitto d’interessi, e abbiamo raccontato come la richiesta del M5S di superare la legge Frattini del 2004 abbia acceso il confronto con Elly Schlein e Matteo Renzi. Sullo sfondo resta il braccio di ferro sulle candidature, con la risposta di Renzi al veto di Conte sulle primarie.
Dal decreto del 2019 all’abolizione: la storia del sussidio voluto dai Cinque Stelle
Il reddito di cittadinanza nasce con il decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4, firmato dal primo governo Conte. Pochi mesi prima, il 27 settembre 2018, Luigi Di Maio, allora vicepresidente del Consiglio, aveva festeggiato dal balcone di Palazzo Chigi annunciando: «Abbiamo abolito la povertà».
La povertà non si abolisce da un balcone.
Il governo di Giorgia Meloni ha chiuso il sussidio con la legge di bilancio per il 2023 e lo ha sostituito con il decreto-legge 4 maggio 2023, n. 48. Da lì sono nati due strumenti: il Supporto per la formazione e il lavoro, attivo dal 1° settembre 2023, e l’Assegno di inclusione, in vigore dal 1° gennaio 2024.
Reddito di cittadinanza, dalla nascita nel 2019 al rilancio di Conte
- Il governo Conte I istituisce il reddito di cittadinanza con il decreto-legge n. 4
- Il governo Meloni avvia l'abolizione del reddito con la legge di bilancio per il 2023
- Il decreto-legge n. 48 del governo Meloni crea Assegno di inclusione e Supporto per la formazione
- Entra in vigore l'Assegno di inclusione al posto del reddito di cittadinanza
- Giuseppe Conte annuncia il ritorno del reddito tra i venti punti del M5S per il campo largo
Chi ha diritto oggi all’Assegno di inclusione
L’Assegno di inclusione spetta solo alle famiglie povere in cui c’è almeno un minore, una persona con disabilità, un ultrasessantenne o qualcuno seguito dai servizi sociali o sanitari. Chi è povero ma non rientra in queste categorie può chiedere il Supporto per la formazione e il lavoro, un aiuto mensile legato alla frequenza di corsi e progetti, con una durata massima di dodici mesi.
Il vecchio reddito guardava solo al bisogno, misurato con l’Isee, l’indicatore che somma redditi e patrimonio di una famiglia. Il nuovo assegno guarda prima alla composizione della famiglia. Un quarantenne solo, senza lavoro e senza casa, nel 2022 poteva ricevere il sussidio. Oggi ha davanti un corso e un aiuto a tempo.
In Italia 5,4 milioni di persone vivono in povertà assoluta
Secondo il rapporto dell’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, sulla povertà in Italia nel 2025, le famiglie in povertà assoluta sono poco più di 2,1 milioni, l’8% del totale, per oltre 5,4 milioni di persone, il 9,3% dei residenti. Vuol dire quasi una persona su dieci che non riesce a comprare il minimo indispensabile per vivere in modo dignitoso.

Tra loro ci sono oltre 1 milione e 136 mila minori: un bambino su sette, più o meno. Il confronto con l’anno prima mostra un calo lieve. Nel 2024, come risultava dal report Istat sulla povertà del 2024, le persone in povertà assoluta erano 5,7 milioni, il 9,8% dei residenti, e le famiglie oltre 2,2 milioni. L’Istat considera stabile il dato del 2025 rispetto al 2024.

I dati danno torto a due racconti insieme. Il governo non può presentare l’Assegno di inclusione come la soluzione, perché la povertà resta ferma vicino ai massimi. E il Movimento non può presentare il vecchio reddito come la cura riuscita, perché quella cura era stata annunciata come la fine della povertà, e la povertà è ancora qui.
Perché il ritorno del vecchio reddito non basta
Il reddito di cittadinanza aveva due gambe: un assegno contro la povertà e un percorso verso il lavoro, affidato ai centri per l’impiego e ai navigator assunti dallo Stato. La prima ha funzionato come sostegno. La seconda non ha mai camminato davvero: i contratti dei navigator sono scaduti nel 2022 senza che i centri per l’impiego diventassero la macchina promessa.
Conte ha ragione su un punto preciso: escludere dal sostegno i poveri senza figli e sotto i sessant’anni lascia scoperta una parte del Paese che lavora poco, male o per niente, e che non ha colpe di categoria. Ha torto sullo strumento. Riproporre il marchio del 2019, con le stesse debolezze sui controlli e sul lavoro, significa regalare al governo l’argomento migliore per non cambiare nulla. Un aiuto universale contro la povertà assoluta, con controlli seri prima dei pagamenti e un obbligo vero di formazione e ricerca di lavoro, è una politica liberale quanto un taglio delle tasse: tiene le persone dentro il mercato invece di lasciarle ai margini.
Chi chiede agli italiani di tornare a finanziare un sussidio deve mettere nero su bianco quanto costa, chi lo paga e chi lo controlla. Fino a quando nei venti punti non comparirà una cifra con la sua copertura, il Reddito 2.0 resta una promessa elettorale. Allo stesso modo il governo Meloni deve rispondere in Parlamento sul perché, con le nuove regole, quasi una persona su dieci è ancora in povertà assoluta.
Programma comune entro novembre e primarie a febbraio
I leader del centrosinistra hanno fissato una tabella di marcia: il programma comune va chiuso entro novembre 2026 e le primarie sono previste a febbraio 2027. Al tavolo il M5S porterà i suoi venti punti, Pd e Alleanza Verdi e Sinistra le loro proposte, e Italia Viva le sue condizioni sul controllo delle frodi. La legislatura arriva a scadenza nel 2027: entro quella data gli elettori sapranno se il reddito di cittadinanza è tornato davvero nel programma, e con quali regole.
Come abbiamo lavorato
- Abbiamo consultato un documento ufficiale, citato in fondo all’articolo.
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- Ultimo aggiornamento: 2 novembre 2026, ore 17:35.
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