Indice dei contenuti
La Polizia di Stato ha eseguito stamattina, sabato 24 ottobre 2026, oltre 150 perquisizioni: Milano, Monza e altre 20 città, quasi tutte in Lombardia. Il decreto della Procura di Milano parte da un gruppo WhatsApp. La Questura di Monza lo ha trovato nel telefono di un giovane indagato per gli scontri del 17 e 18 ottobre. Secondo l’atto, nei messaggi si parlava di aggredire agenti per rubare le loro armi.
Scrivere in un gruppo come disarmare un poliziotto non è una bravata da ragazzi. La Procura fa bene ad andare fino in fondo. Questa storia però dice anche un’altra cosa. Lo Stato ha trovato quella chat e in pochi giorni l’ha trasformata in perquisizioni in mezza Lombardia, con le leggi che già c’erano. Per questo diciamo che non servono militari in piazza né scorciatoie basate sul sospetto. Servono processi rapidi e sentenze chiare per chi ha pianificato.
Cosa c’è scritto nel decreto di perquisizione
Il provvedimento è stato notificato stamattina alle persone perquisite. Racconta che nel telefono di un indagato gli agenti hanno trovato un gruppo WhatsApp con «numerosi utenti». Dentro, secondo il verbale, c’erano messaggi «dal contenuto istigatorio», cioè messaggi che spingevano altri a commettere reati.
L’atto parla di «espliciti propositi di aggressione e rapina» contro uomini delle forze dell’ordine, con un obiettivo preciso: portare via le armi che hanno in dotazione. Nel gruppo si parlava anche di danneggiare auto di servizio e di incendiare edifici pubblici.
In quella conversazione compare la frase che da stamattina gira ovunque: «Bro calmati siamo tutti insieme contro gli sbirri». Un partecipante ha poi condiviso un video. Mostra una pistola da cui viene tolto il caricatore e sfilate le cartucce. Sotto, una sola parola: «Preparazione».
Il decreto richiama anche i messaggi sull’organizzazione dei cortei di oggi. Per gli inquirenti la manifestazione poteva richiamare un numero altissimo di persone. Con quei propositi in chat, scrivono, c’era il «concreto rischio di gravi disordini e di episodi di violenza collettiva».
Chi sono i perquisiti e cosa non sappiamo ancora
Secondo i legali di alcuni ragazzi, tra i perquisiti ci sono studenti universitari e liceali. Molti sono minorenni, spesso senza precedenti penali. Essere perquisiti o indagati non vuol dire essere colpevoli: lo stabilirà un giudice, persona per persona.
Chi in queste ore invoca rimpatri sbaglia bersaglio. Per quanto risulta dall’atto e da chi difende i ragazzi, qui si parla di studenti cresciuti in Italia, in buona parte incensurati.
Ci sono poi domande ancora aperte. La Polizia di Stato, nella nota di stamattina, non ha indicato quante sono le persone indagate, quali reati vengono ipotizzati e cosa è stato trovato. Non sappiamo se la pistola del video sia vera, chi l’abbia filmata e se il materiale sequestrato sia collegato a quel gruppo WhatsApp.
I numeri di una settimana, dagli scontri del 17 ottobre a oggi
Sabato 17 ottobre a Milano era in programma un corteo contro il carovita, il prezzo della benzina e le tasse, promosso dal movimento Italia in Piazza. Gruppi di giovanissimi hanno preso il sopravvento sulla manifestazione. Ne sono seguiti scontri in piazza Duomo, vetrine rotte e negozi saccheggiati in centro.
- 271 persone accompagnate in questura tra il 17 e il 18 ottobre, di cui 220 minorenni: più di quattro fermati su cinque.
- 45 arresti: 11 maggiorenni, quasi tutti nati tra il 2007 e il 2008, e 34 minorenni.
- Almeno 25 feriti nella sola giornata del 17, nessuno in gravi condizioni.
- Venerdì 23 ottobre la Digos ha perquisito circa 100 persone, tra cui 51 minorenni, in 18 città.
- Oggi, sabato 24, oltre 150 perquisizioni tra Milano, Monza e altre 20 città.
La Procura guidata da Marcello Viola ha chiesto la convalida degli arresti e la custodia in carcere per gli indagati maggiorenni. Per i minorenni decide la giustizia minorile.
Il decreto sicurezza in vigore dal 23 ottobre
Il 20 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge su sicurezza pubblica e criminalità minorile. È il decreto-legge 22 ottobre 2026, n. 190: dieci articoli, pubblicato in Gazzetta Ufficiale e in vigore dal 23 ottobre. Le novità principali sono queste.
- Presunzione di imputabilità dai 14 anni. Finora il giudice doveva verificare caso per caso se il ragazzo fosse capace di intendere e di volere. Ora questa capacità si dà per scontata, salvo prova contraria.
- Fermo preventivo più largo. Vale anche per chi turba la sicurezza in luoghi molto affollati, e anche per i minorenni dai 16 anni.
- Nuovi reati. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha spiegato che la violenza organizzata nelle manifestazioni prevede da 2 a 5 anni di carcere. Chi organizza o promuove gruppi violenti, anche via internet, rischia da 4 a 12 anni.
- Genitori e militari. Sono previste sanzioni per i genitori dei minori che commettono reati e 500 militari in più a Milano, senza poteri di polizia giudiziaria.
Alla conferenza stampa del 20 ottobre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha detto che il nuovo fermo preventivo «si fonda sul sospetto di commettere reati». Nella stessa occasione la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha riassunto così: «chi rompe paga e se è minore pagano i suoi genitori». Il Parlamento deve convertire il decreto in legge entro 60 giorni, cioè entro il 21 dicembre 2026.
Gli strumenti per fermare chi pianifica c’erano già
Si sente ripetere che gli agenti hanno le mani legate. I fatti di questa settimana dicono il contrario. Una chat trovata su un solo telefono è diventata in pochi giorni un decreto della Procura e 150 perquisizioni, prima dei nuovi cortei.
Anche le leggi c’erano già. L’articolo 414 del codice penale punisce chi istiga pubblicamente a commettere delitti con il carcere da 1 a 5 anni. L’età non è mai stata uno scudo: dai 14 anni un ragazzo capace di intendere e di volere risponde dei suoi reati. Dal 1988 esiste un processo apposito per i minorenni, con la messa alla prova. Il processo si ferma e il ragazzo segue un programma di studio, lavoro e riparazione del danno. Se non lo rispetta, il processo riparte.
Non è vero nemmeno che lo Stato legge solo le chat dei ragazzi e mai quelle dei criminali. Le chat criptate Sky Ecc ed EncroChat, decifrate dalle polizie europee tra il 2020 e il 2021, sono entrate in molti processi italiani per traffico di droga. Nel 2024 la Cassazione a Sezioni Unite ne ha confermato l’uso come prova.
Qui sta il punto debole del decreto. Il problema non è la severità ma la direzione: sposta il peso dalla prova al sospetto proprio nella settimana in cui le prove hanno funzionato. Le perquisizioni di oggi poggiano su messaggi e video scritti nero su bianco, non su un’impressione. Quello che manca è la velocità dei processi, non il potere di fermare qualcuno.
Cosa devono fare adesso Procura, Viminale e Parlamento
- La Procura di Milano stabilisca presto chi ha scritto quei messaggi e chi ha girato il video. Va separato chi pianificava da chi leggeva in silenzio. Dove le prove sono chiare, si chieda un giudizio rapido.
- Il Ministero dell’Interno renda pubblico cosa è stato sequestrato oggi e se c’è un legame con il gruppo WhatsApp. Un’operazione da 150 perquisizioni merita un bilancio ufficiale, non indiscrezioni.
- Il Parlamento, entro il 21 dicembre, leghi il fermo preventivo a elementi concreti e non a un generico sospetto. Metta poi numeri e fondi veri sui magistrati e sui tribunali per i minorenni.
La pistola di un agente non è un trofeo da chat, e chi ha progettato di prenderla deve risponderne davanti a un giudice: con le prove, in tempi brevi, in un’aula di tribunale e non con i militari in piazza.
Fonti
Ne stiamo parlando sulla nostra pagina Facebook: leggi i commenti e di’ la tua.





