39enne morto a Lodi dopo il fermo dei carabinieri: 30 ore in ospedale, la Procura dispone l’autopsia

39enne morto a Lodi dopo il fermo dei carabinieri in via Vittime della Violenza: la ricostruzione ora per ora, i dubbi sul furto, l'inchiesta della Procura.

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Un 39enne morto a Lodi dopo un intervento dei carabinieri: è la notizia di lunedì 12 ottobre 2026. L’uomo, residente in città e già noto alle forze dell’ordine, era stato bloccato a terra dai militari alle 4.30 di domenica 11 ottobre in via Vittime della Violenza. Ha avuto un arresto cardiaco ed è morto in ospedale circa 30 ore dopo. La Procura di Lodi ha aperto un fascicolo e disposto l’autopsia.

Questa notizia conta perché un uomo è morto mentre era nelle mani dello Stato. Non diciamo che i carabinieri abbiano sbagliato: le prime ricostruzioni dicono che lo hanno soccorso subito, con il defibrillatore. Diciamo però che una morte durante un fermo va spiegata minuto per minuto, e in fretta. Lo pretendiamo per il 39enne, che non era condannato per nulla, e lo pretendiamo per i militari, che hanno diritto a una verità documentata e non a un sospetto che resta per anni.

Cosa è successo in via Vittime della Violenza

Tutto comincia nella notte tra sabato 10 e domenica 11 ottobre. Diversi residenti di un residence si svegliano per le urla di un uomo. Lo vedono arrampicarsi su un ponteggio e sul muro di cinta di una villetta, in evidente stato di agitazione. Partono più chiamate al 112.

Le pattuglie dei carabinieri arrivano intorno alle 4.30. Secondo la prima ricostruzione fornita dagli inquirenti, i militari lo aiutano a scendere dalla recinzione e poi lo immobilizzano a terra, perché continua a urlare e a dibattersi. Durante il contenimento il 39enne perde i sensi: arresto cardiaco.

I primi a intervenire sono gli stessi carabinieri, con il defibrillatore semiautomatico che si trova a bordo di una volante della polizia arrivata in supporto. Alcuni residenti aiutano nelle manovre. Poi arriva il 118, che continua la rianimazione e porta l’uomo in codice rosso all’ospedale di Lodi. Le condizioni restano gravissime per tutta la domenica. La morte viene dichiarata nella mattinata di lunedì 12 ottobre.

Il tentato furto non è accertato: le chiamate al 112 dicono cose diverse

Molti titoli parlano di un ladro fermato. I fatti verificati sono più prudenti. Tra le segnalazioni arrivate alla centrale operativa, alcune parlavano di un uomo in fuga dopo un tentativo di furto. Altre descrivevano solo una persona che dava in escandescenza. Una testimonianza raccolta dai residenti racconta di un uomo salito sul tetto dei box e caduto da circa 3 metri, l’altezza di un primo piano.

Nessun atto ufficiale, a oggi, contesta a quest’uomo un furto o un tentato furto. Era un fermo per contenere una persona agitata, non un arresto per un reato accertato. Chi scrive che è morto un ladro afferma una cosa che nessun documento dimostra. E anche se fosse stato un ladro, in Italia la pena per il furto non è la morte: l’articolo 27 della Costituzione vieta la pena capitale e stabilisce che nessuno è colpevole fino alla condanna definitiva.

Vale anche per l’espressione «già noto alle forze dell’ordine». Significa che il suo nome compariva in precedenti interventi o denunce. Non dice se sia mai stato condannato, per cosa, né cosa stesse facendo quella notte.

Cosa sta facendo la Procura di Lodi

La Procura ha aperto un fascicolo per ricostruire la dinamica e ha disposto l’autopsia. Gli inquirenti stanno raccogliendo le testimonianze dei carabinieri intervenuti e acquisendo le registrazioni delle telefonate al 112. Saranno sentiti anche i residenti che hanno visto l’intervento e partecipato ai soccorsi.

L’autopsia dovrà rispondere a tre domande. Se il cuore dell’uomo era già malato. Se ha assunto sostanze che possono spiegare l’agitazione e il collasso. E se la posizione in cui è stato tenuto a terra ha avuto un ruolo nell’arresto cardiaco. La terza domanda è quella decisiva per capire se l’intervento è stato corretto, e nessuna delle tre si risolve con le opinioni.

Il precedente di Bologna: il caso Fakir e il peso dei video

Tre mesi fa un caso molto simile ha diviso l’Italia. Il 20 luglio 2026 a Bologna, nel quartiere Pilastro, Abderrahim Fakir, 42 anni, è morto durante un fermo di due agenti di polizia. Decine di persone hanno filmato con il telefono i suoi ultimi minuti. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, pochi giorni dopo, ha dichiarato che dai video emerge la correttezza dei poliziotti. L’avvocato della famiglia, Fabio Anselmo, sostiene invece l’ipotesi di un’asfissia da compressione.

L’autopsia, eseguita il 24 luglio, ha evidenziato sangue nei polmoni e segni di schiacciamento. I consulenti discutono ancora se lo schiacciamento sia dovuto al contenimento o alle manovre di rianimazione, e quanto abbia pesato la cocaina assunta dall’uomo. La relazione medico-legale finale è attesa entro il 21 ottobre 2026. Due agenti risultano iscritti nel registro degli indagati: iscritti, non accusati e non condannati.

La lezione di Bologna è semplice. Dove esistono immagini, la discussione si fa sui fatti. A Lodi, alle 4.30 di notte dentro un residence, per ora sappiamo di testimonianze e telefonate. Nessuna immagine ufficiale è stata annunciata.

Cucchi e Magherini: perché l’inchiesta serve a tutti

Due storie italiane spiegano perché la Procura fa bene a muoversi subito, e perché l’inchiesta protegge anche chi porta la divisa.

Stefano Cucchi morì a Roma nel 2009, una settimana dopo l’arresto. Ci sono voluti 13 anni, fino alla sentenza della Cassazione del 2022, per arrivare alla condanna definitiva di 2 carabinieri per omicidio preterintenzionale. In mezzo, anni di versioni ufficiali poi smentite nei processi. Le domande fatte subito avrebbero risparmiato a tutti, famiglia e Arma, oltre un decennio.

Riccardo Magherini morì a Firenze nel 2014 durante un fermo dei carabinieri, bloccato a terra a pancia in giù. I 3 militari processati sono stati assolti in via definitiva dalla Cassazione. Un’inchiesta seria non cerca un colpevole a tutti i costi: accerta i fatti, anche quando scagionano chi è intervenuto.

A chi chiede come dovrebbero lavorare i carabinieri davanti a un uomo che urla e si dibatte, rispondiamo che il contenimento fisico è legittimo e spesso necessario, anche per proteggere la persona stessa. Il punto non è se bloccarlo, ma come e per quanto tempo. Proprio il caso Magherini ha portato nei tribunali il tema dei rischi del bloccaggio prolungato a terra su persone in forte agitazione. Per questo gli esiti dell’autopsia sono decisivi.

Le telecamere sulle divise: la legge le permette, non le impone

Esiste uno strumento che toglierebbe ogni dubbio, in un senso o nell’altro: una piccola telecamera sulla divisa. Il decreto sicurezza del 2025, il decreto-legge 48 convertito in legge, prevede che le forze di polizia possano dotare il personale di videocamere indossabili nei servizi di controllo del territorio. Possano, non debbano.

Il risultato è che quando una persona muore durante un fermo, troppo spesso restano solo le parole. Le parole dei militari, quelle dei testimoni svegliati alle 4 del mattino, quelle degli avvocati. Una registrazione avrebbe difeso i carabinieri di Lodi da qualsiasi insinuazione, se hanno agito bene. E avrebbe difeso il 39enne, se qualcosa è andato storto. La telecamera non è un sospetto verso la divisa: è la sua migliore assicurazione.

Cosa chiediamo

Alla Procura di Lodi chiediamo di rendere pubblici in tempi brevi gli esiti dell’autopsia e la ricostruzione dei minuti del fermo, senza aspettare che le voci riempiano il vuoto. Al Comando provinciale dei carabinieri chiediamo di mettere a disposizione ogni registrazione, audio o video, e di sostenere l’inchiesta come un’occasione, non come una minaccia. Al governo chiediamo di trasformare la facoltà del decreto sicurezza in un obbligo: telecamera accesa su ogni divisa, in ogni fermo, con regole chiare sulla conservazione delle immagini.

Ai lettori che scrivono di non dispiacersi per questa morte rispondiamo con un fatto, non con una predica: lo Stato italiano non condanna a morte nessuno, e un uomo bloccato a terra alle 4.30 di notte non era stato condannato per nulla.

Un fermo non è una sentenza, e una morte non è giustizia: la trasparenza protegge il cittadino e protegge la divisa.

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