Protesi al pene Agrigento, 5 medici indagati: 112 cartelle sequestrate, interventi saliti da 3 a 44 l’anno

Protesi al pene Agrigento: 5 medici indagati, 112 cartelle sequestrate dai Nas, interventi saliti da 3 a 44 l'anno. L'Asp si costituisce parte civile.

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La Procura di Agrigento indaga su cinque medici dell’ospedale San Giovanni di Dio, fra cui tre primari, per oltre 100 protesi al pene addebitate al Servizio sanitario nazionale. Le ipotesi di reato sono associazione per delinquere, peculato e falso in atto pubblico. Il 14 ottobre 2026 il commissario straordinario dell’Asp, Alessandro Delle Donne, ha annunciato che l’azienda si costituirà parte civile e segnalerà il caso alla Corte dei conti.

La notizia conta perché tocca il principio su cui regge la sanità pubblica: le stesse cure gratuite per tutti, alle stesse condizioni, da Bolzano a Lampedusa. Se l’accusa regge, ad Agrigento un gruppo ristretto di medici ha deciso da solo chi aveva diritto a un intervento che altrove si paga di tasca propria. Il conto è finito sui contribuenti. Per noi il problema più grave non è il singolo reparto, ma il sistema dei rimborsi che per sei anni ha pagato interventi fuori dai Livelli essenziali di assistenza senza fermarsi. I cinque medici sono indagati, non condannati, e restano innocenti fino a sentenza definitiva. Chi doveva controllare, però, deve spiegare perché la macchina si è accorta dell’anomalia solo quando i numeri erano già esplosi.

Cosa contesta la Procura di Agrigento ai cinque medici

Secondo l’ipotesi della Procura, in due reparti dell’ospedale San Giovanni di Dio gli impianti di protesi peniene sono stati eseguiti a carico della sanità pubblica anche per pazienti che non avevano i requisiti. In pratica, operazioni che il paziente avrebbe dovuto pagare sono state registrate come prestazioni gratuite. Da qui le tre ipotesi di reato: peculato, cioè l’uso di denaro pubblico per uno scopo non consentito, falso in atto pubblico, per le carte che attesterebbero requisiti inesistenti, e associazione per delinquere, perché gli inquirenti ritengono che il meccanismo fosse organizzato e ripetuto nel tempo.

I fatti contestati vanno dal 2018 al 2024. La svolta è arrivata nel luglio 2025, quando i carabinieri del Nas di Palermo hanno perquisito i reparti e sequestrato 112 cartelle cliniche, una per ogni intervento. L’indagine è nella fase preliminare: nessun atto di accusa è ancora stato discusso davanti a un giudice.

I numeri: 112 interventi, da 3 nel 2018 a 44 nel 2023

La sequenza degli interventi finiti sotto esame racconta più di qualsiasi commento. Sono 3 nel 2018, 7 nel 2019, 8 nel 2020, 9 nel 2021, 22 nel 2022, 44 nel 2023 e 19 nel 2024. In cinque anni il numero è cresciuto di quasi 15 volte. Nel 2023 il reparto ha impiantato quasi una protesi a settimana.

Il solo dispositivo può costare più di 8.000 euro. Per 112 impianti si arriva a circa 900.000 euro, quanto basta per comprare una trentina di utilitarie nuove. A questa cifra vanno aggiunti sala operatoria, ricovero, anestesia e personale, che pesano su ogni intervento chirurgico. Il valore esatto del danno, se ci sarà, lo dovrà calcolare la Corte dei conti.

Perché le protesi al pene non sono gratis: cosa dicono i Lea

I Livelli essenziali di assistenza, i Lea, sono l’elenco delle cure che lo Stato garantisce gratis o con ticket a ogni cittadino. L’elenco in vigore è fissato dal decreto del presidente del Consiglio del 12 gennaio 2017. In quell’elenco l’impianto di protesi peniene non compare. Lo ha messo nero su bianco anche l’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna, che con una risoluzione ha chiesto al governo di inserire questi dispositivi nei Lea per i pazienti operati di tumore alla prostata.

Il risultato oggi è questo: la sanità pubblica copre l’intervento solo in casi limitati, in pratica i pazienti oncologici, e con forti differenze da regione a regione. Negli altri casi, come la disfunzione erettile legata a diabete o a traumi, paga il paziente. Secondo le stime citate nella stessa risoluzione emiliana, ogni anno in Italia circa 4.800 uomini operati di tumore alla prostata avrebbero l’indicazione per una protesi. La Società italiana di andrologia sostiene che solo uno su dieci riesce a ottenerla dal Servizio sanitario. Questo è il quadro in cui va letta Agrigento: migliaia di malati di tumore restano senza, mentre in un ospedale siciliano, secondo l’accusa, l’intervento sarebbe diventato gratuito per chi non ne aveva diritto.

Chi ha acceso la luce: l’Asp, l’assessorato regionale, i Nas

Il merito di aver fermato il meccanismo va riconosciuto alla stessa Asp di Agrigento. L’azienda si è insospettita per l’aumento dei ricoveri e per il numero di pazienti arrivati da altre regioni. Molti, secondo la ricostruzione degli inquirenti, avevano saputo dell’opportunità attraverso sponsorizzazioni sui social network. Da lì sono partiti gli accertamenti interni, poi le ispezioni dell’assessorato regionale alla Salute, infine l’intervento dei Nas di Palermo e della Procura.

Questa catena funziona, ma arriva tardi. I primi interventi contestati risalgono al 2018. Il salto da 9 a 22 casi è del 2022, quello a 44 è del 2023. Il sequestro delle cartelle è del luglio 2025. Ogni ricovero produce una scheda di dimissione ospedaliera che arriva all’Asp e alla Regione per i rimborsi: i dati per vedere l’anomalia esistevano da anni negli archivi pubblici. Nessuno li ha letti in tempo.

La contraddizione: pazienti da fuori regione per una cura che non è nei Lea

Qui sta il punto debole dell’intero sistema di controllo. Un intervento escluso dai Lea, pubblicizzato sui social, che attira pazienti da altre regioni verso un ospedale pubblico siciliano, è per definizione un segnale d’allarme. La mobilità sanitaria tra regioni viene conteggiata e rimborsata: ogni paziente arrivato da fuori lascia una traccia contabile. Un sistema che tiene i conti di ogni ricovero non può accorgersi di 44 impianti in un anno solo quando il reparto diventa famoso su internet.

Non diciamo che i controllori abbiano coperto qualcuno: non c’è nessun atto che lo sostenga. Diciamo che il controllo a posteriori, basato sulle carte compilate dallo stesso reparto, ha mostrato ancora una volta di non bastare.

La risposta dell’Asp: parte civile e segnalazione alla Corte dei conti

Il commissario straordinario Alessandro Delle Donne ha preso le distanze da ogni eventuale condotta illecita e ha annunciato due mosse: la costituzione di parte civile nel processo, se ci sarà, e la segnalazione alla Corte dei conti per il possibile danno erariale. Nella nota diffusa il 14 ottobre 2026 ha detto: «Le risorse del Servizio sanitario pubblico devono essere impiegate esclusivamente nel rispetto delle norme e a tutela del diritto alla salute dei cittadini». E ha aggiunto: «Nessuna tolleranza verso eventuali irregolarità». L’azienda ha richiamato anche la presunzione di innocenza per i medici coinvolti.

Sono parole giuste. Devono diventare atti. La costituzione di parte civile si fa quando il procedimento arriva in udienza; la segnalazione alla Corte dei conti si può fare subito.

Cosa chiediamo e cosa succede adesso

La prima richiesta è all’Asp di Agrigento: pubblichi l’esito dei propri accertamenti interni, con il numero di interventi verificati e i criteri usati per stabilire chi aveva diritto alla copertura pubblica. La seconda è all’assessorato regionale alla Salute: estenda la verifica a tutti i reparti di urologia della Sicilia, perché un meccanismo che funziona in un ospedale può funzionare in altri. La terza è alla Corte dei conti: quantifichi il danno e lo faccia restituire a chi ne risponde, se la responsabilità sarà accertata.

C’è poi una richiesta nazionale, che non riguarda i reati ma le regole. Se la comunità scientifica ritiene che la protesi peniena vada garantita ai pazienti operati di tumore, come chiedono gli andrologi e come ha chiesto una Regione con atto formale, il governo decida con un decreto di aggiornamento dei Lea. Così la cura diventa un diritto uguale per tutti, con costi noti e controllabili. Finché la decisione resta in sala operatoria, caso per caso, il risultato sono privilegi per pochi e sospetti per tutti.

Il procedimento è nella fase delle indagini. I cinque medici potranno presentare la propria versione e, se la Procura chiederà il rinvio a giudizio, sarà un giudice a decidere. Fino ad allora valgono due cose insieme: la presunzione di innocenza per loro e il dovere di spiegare, per chi ha gestito i controlli.

Gratis per chi non ne ha diritto vuol dire pagato da chi non ha scelto.

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