Liliana Resinovich, Dna di un uomo sconosciuto sui jeans e su un sacco nero: niente terra del bosco sulle scarpe

Perizia del gip di Trieste su Liliana Resinovich: Dna di un uomo ignoto su jeans e sacco nero, scarpe senza terra del bosco. Date, fatti e cosa succede il 30 ottobre.

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Sui jeans di Liliana Resinovich e su uno dei sacchi neri che avvolgevano il suo corpo c’è il Dna di un uomo sconosciuto. Lo scrivono i periti nominati dal gip di Trieste Flavia Mangiante nella relazione depositata in questi giorni. Sulle suole delle scarpe della donna, morta a 63 anni, non c’è il terreno del boschetto dove fu trovata il 5 gennaio 2022. I risultati saranno discussi in udienza il 30 ottobre.

La notizia conta perché nel febbraio 2023 la Procura di Trieste aveva chiesto di archiviare il caso come suicidio. Oggi i periti del giudice trovano un profilo genetico maschile senza nome e scarpe pulite dalla terra del luogo del ritrovamento. Questi dati non dicono chi ha ucciso Liliana e non accusano nessuno, marito compreso. Dicono però che la strada seguita nei primi 14 mesi era sbagliata, e che qualcuno deve spiegare pubblicamente come si è arrivati a parlare di suicidio davanti a un corpo chiuso in due sacchi.

Cosa dice la perizia depositata a Trieste

La perizia è il risultato di un incidente probatorio, cioè un accertamento fatto davanti al giudice e valido già come prova in un eventuale processo. Il gip Mangiante ha affidato l’incarico nel luglio 2025 a tre esperti: i genetisti forensi Paolo Fattorini e Chiara Turchi e la geologa e merceologa forense Eva Sacchi. Avevano 13 quesiti sui reperti: i sacchi neri, i cordini, gli abiti, le suole delle scarpe, i peli trovati sul corpo e gli oltre 700 utensili tra coltelli e forbici sequestrati a Sebastiano Visintin.

Il deposito, fissato in origine per fine 2025, è slittato quattro volte. L’ultimo termine era il 12 ottobre 2026. I tre punti principali della relazione, per quanto emerso finora, sono questi:

  • tracce di Dna riconducibili a uno stesso uomo ignoto sui jeans di Liliana e su uno dei sacchi neri;
  • nessuna traccia del terreno dell’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni sotto le suole delle scarpe;
  • un «contatto diretto» tra il giubbotto che Visintin indossava il 14 dicembre 2021 e il giubbotto e la borsa della moglie.

Su un cordino i periti indicano anche due tracce di un Dna complesso, cioè un miscuglio di più profili, attribuibile a un uomo non identificato. Nella relazione, per quanto riferito dai legali delle parti, non compare alcun nuovo elemento genetico riconducibile direttamente al marito.

Il Dna sconosciuto: cosa sappiamo e cosa no

Un profilo genetico senza nome non è una prova contro qualcuno. È un indizio che va spiegato. Le domande aperte sono tre: di chi è quel Dna, quando è finito su jeans e sacco, e se può derivare da una contaminazione. Il corpo e i reperti sono passati per molte mani in quasi 5 anni: soccorritori, polizia scientifica, medici legali, consulenti di parte. Nell’aprile 2025 il fratello di Liliana, Sergio Resinovich, ha presentato un esposto all’Ordine dei medici contro i due consulenti della prima autopsia parlando di «contaminazione dei reperti». Quel passaggio pesa oggi: ogni manipolazione in più rende più difficile dare un nome a un profilo ignoto.

Gli strumenti per cercare quel nome esistono. La Banca dati nazionale del Dna è stata istituita dalla legge 85 del 2009 ed è operativa dal 2016. Serve proprio a confrontare un profilo trovato su una scena con quelli già registrati. Il confronto con la banca dati e con tutte le persone che hanno maneggiato i reperti è il primo passo da fare, e va fatto subito.

Le scarpe senza terra e la frase dell’avvocato

Il dato sulle suole è quello che pesa di più per la famiglia. Chi entra a piedi in un boschetto d’inverno, dopo le piogge di dicembre, si porta dietro un po’ di terra. I periti non ne hanno trovata. L’avvocato Nicodemo Gentile, che assiste il fratello Sergio, ha commentato così il 13 ottobre: «Questa perizia ci dice che Lilly è stata uccisa e quindi qualcuno ce l’ha portata». E ha aggiunto che la donna «addosso non ha nulla del sito» in cui fu trovata.

È la lettura di una parte, e come tale va presa. Resta il fatto che l’assenza di terreno è un dato tecnico scritto da periti del giudice, non da un consulente di famiglia. Combinato con la seconda autopsia, che ha collocato la morte vicino al giorno della scomparsa, rende molto difficile sostenere che Liliana sia arrivata da sola in quel bosco e vi sia rimasta 22 giorni.

Il contatto tra i giubbotti: un dato da pesare in aula

Il terzo risultato riguarda il marito. I periti rilevano un contatto diretto tra il giubbotto di Visintin e il giubbotto e la borsa di Liliana. Va detto con chiarezza: i due vivevano nella stessa casa e uscivano insieme, e un contatto tra abiti di coniugi non prova nulla da solo. Visintin è indagato per omicidio dall’aprile 2025, con avviso firmato dal pm Ilaria Iozzi, e si è sempre dichiarato innocente. Non è imputato e non è stato rinviato a giudizio. Quel contatto va valutato dal giudice il 30 ottobre, insieme a tutto il resto, non sui social.

Dal suicidio all’omicidio: le date che pesano

Per capire il peso di questa perizia bisogna rimettere in fila i passaggi.

  1. 14 dicembre 2021: Liliana esce di casa a Trieste e non torna.
  2. 5 gennaio 2022: il corpo viene trovato nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico, chiuso in due sacchi neri, con due sacchetti di plastica sulla testa fermati da un cordino. La prima autopsia parla di scompenso cardiaco e colloca la morte pochi giorni prima del ritrovamento.
  3. 21 febbraio 2023: la Procura di Trieste chiede l’archiviazione, sostenendo che la donna si sia allontanata da sola e si sia tolta la vita.
  4. 13 giugno 2023: il gip Luigi Dainotti respinge la richiesta e ordina nuove indagini in 25 punti.
  5. 13 febbraio 2024: il corpo viene riesumato. La nuova perizia, guidata dall’antropologa forense Cristina Cattaneo, parla di asfissia meccanica esterna, esclude elementi a sostegno del suicidio e colloca la morte vicino al giorno della scomparsa.
  6. Aprile 2025: Visintin viene iscritto nel registro degli indagati per omicidio.
  7. Luglio 2025: il gip Mangiante nomina i tre periti per l’incidente probatorio.
  8. Ottobre 2026: la perizia viene depositata. Udienza il 30 ottobre.

La contraddizione è tutta qui. Nel 2023 la Procura ha messo nero su bianco l’ipotesi del suicidio. Nel 2024 i periti hanno scritto che non c’erano elementi scientifici a sostegno di quella ipotesi. Nel 2026 i periti del giudice trovano un Dna maschile ignoto e scarpe senza la terra del bosco. Tra la richiesta di archiviazione e il primo Dna sconosciuto sono passati più di 3 anni e mezzo.

Perché il tempo perso è il vero problema

Le tracce biologiche si degradano. Ogni mese passato sull’ipotesi sbagliata ha reso più fragili i reperti e più difficile distinguere un profilo utile da una contaminazione. Il caso di Garlasco lo dimostra: lì nuove analisi genetiche hanno portato nel 2025 la Procura di Pavia a iscrivere Andrea Sempio nel registro degli indagati, 18 anni dopo il delitto. Il Dna può arrivare tardi, ma i ritardi lasciano anni di dubbi alle famiglie e anni di sospetto a chi è indagato.

Chi in queste ore accosta il profilo ignoto di Trieste a nomi di altri casi di cronaca sbaglia: nessun atto collega quel Dna a Sempio, a Bossetti o a chiunque altro. Il profilo oggi non ha un nome, e questo è l’unico fatto accertato.

Cosa deve succedere adesso

La nostra richiesta è precisa. La Procura di Trieste confronti subito il profilo ignoto con la Banca dati nazionale del Dna e con i profili di tutte le persone che hanno maneggiato corpo e reperti dal 5 gennaio 2022 in poi, per escludere le contaminazioni prima dell’udienza del 30 ottobre. La stessa Procura spieghi pubblicamente, con un atto e non con indiscrezioni, su quali elementi ha fondato la richiesta di archiviazione per suicidio del febbraio 2023. Il ministero della Giustizia acquisisca gli atti della prima fase dell’inchiesta e verifichi se ci sono state negligenze nella gestione dei reperti. L’Ordine dei medici risponda all’esposto del fratello della vittima, fermo da un anno e mezzo.

Liliana Resinovich è morta da 1.764 giorni. La parola suicidio ha retto per 14 mesi davanti a un corpo chiuso in due sacchi: oggi non regge più, e chi l’ha scritta deve dire perché.

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