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Abderrahim Fakir non è morto per una sola causa ma per tre. Il 42enne è morto il 19 luglio 2026 durante un intervento della polizia in via Italo Svevo, al Pilastro di Bologna. I quattro consulenti scelti dalla Procura di Bologna hanno depositato la loro relazione il 26 ottobre e indicano tre concause: lo schiacciamento a pancia in giù mentre due agenti lo tenevano a terra, la cocaina e i problemi al cuore.
La relazione è lunga quasi 200 pagine e per ora l’hanno letta solo i magistrati. Le conclusioni sono uscite il 27 ottobre e hanno riacceso subito lo scontro che accompagna il caso dal primo giorno: chi difende gli agenti guarda solo alla cocaina e al cuore, chi li accusa guarda solo allo schiacciamento. Noi leggiamo la lista intera. E nella lista il blocco a terra c’è.
Come è morto Abderrahim Fakir secondo i consulenti della procura
Per i consulenti, Abderrahim Fakir è morto di insufficienza respiratoria acuta: il suo corpo non riceveva più abbastanza ossigeno. A provocarla hanno contribuito insieme la compressione a terra, la cocaina e una malattia del cuore. Da quanto si sa finora, nessuna delle tre cause esclude le altre.
La relazione è firmata da quattro specialisti: la medica legale Valentina Bugelli, l’anestesista Manuela Bonizzoli, il tossicologo Luca Morini e la cardiologa anatomopatologa Cristina Basso. Circa ottanta pagine rispondono alle sole domande poste dai pm. Tra i fattori descritti ci sarebbe anche il forte stato di agitazione dell’uomo. Non si sa ancora quanto abbia pesato ciascuna causa, né se Fakir sarebbe vivo senza una di esse.

La famiglia ha già detto come la legge. Fabio Anselmo è l’avvocato che la assiste, lo stesso che ha seguito i familiari di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi. Dopo il deposito ha dichiarato che per i periti la causa vera è l’asfissia e che se non fosse stato schiacciato la cocaina e l’agitazione da sole non avrebbero portato alla morte. Questa è la lettura di una delle parti, non il testo della relazione. Saranno le carte della procura a confermarla o a smentirla.
Chi era Abderrahim Fakir, il 42enne morto al Pilastro
Abderrahim Fakir era nato nel 1983, era di origine marocchina e viveva in Italia da 35 anni. Secondo i familiari aveva una piccola impresa di facchinaggio che lavorava nella logistica. Domenica 19 luglio era andato al Pilastro, un quartiere popolare della periferia di Bologna, per trovare dei parenti.
Quella mattina alcuni residenti hanno chiamato le forze dell’ordine. Segnalavano un uomo molto agitato che se l’era presa con un’auto mentre entrava in un garage. Secondo la prima ricostruzione della procura, gli agenti hanno poi chiamato il 118 e hanno parlato di una crisi psichiatrica. Quindi chi arrivava sapeva di trovare una persona agitata ma anche in difficoltà, e questo conta per decidere come fermarla.
Cosa mostrano il video e le bodycam dell’intervento in via Svevo
Il video girato da un residente mostra due agenti che tengono Fakir a faccia in giù e gli portano le mani dietro la schiena, mentre lui grida «Aiuto, basta, basta». Secondo gli inquirenti, prima gli agenti avevano usato lo spray urticante. Poi gli hanno legato polsi e caviglie con fascette di plastica.
Quelle tre parole urlate sono ciò che resta in mente. Già a luglio, però, la procura aveva avvertito che i fatti andavano oltre il filmato girato in rete. Nell’atto con cui ha aperto il caso parla di un «prolungato intervento», con più fasi. Per questo ha preso anche le registrazioni delle bodycam, le telecamere che gli agenti portano sulla divisa. Il 10 agosto i carabinieri del Reparto investigazioni scientifiche (Ris) di Roma hanno fatto la copia forense di una di quelle telecamere, cioè una copia dei dati valida in tribunale.
Caso Fakir, dal fermo al Pilastro alla consulenza della procura
- Abderrahim Fakir muore durante un intervento della polizia in via Svevo, al Pilastro di Bologna
- I Ris di Roma fanno la copia forense della bodycam di uno degli agenti
- I consulenti della Procura di Bologna depositano la relazione: tre concause della morte
Dagli atti resi noti finora non sappiamo ancora quanto sia durata la compressione a terra.
I due poliziotti e i quattro soccorritori finiti nel registro dello scudo penale
I due poliziotti del commissariato Bolognina-Pontevecchio e i quattro operatori della Croce Rossa intervenuti non sono indagati. La procura li ha annotati nel modello 45-bis, il registro creato quest’anno per i fatti in cui una giustificazione, come l’adempimento di un dovere, appare evidente. Il reato su cui si indaga è l’omicidio colposo, cioè la morte causata senza volerlo.
Il registro è nato con l’articolo 12 del decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23, il cosiddetto decreto Sicurezza, convertito dalla legge 24 aprile 2026, n. 54. La circolare del Ministero della Giustizia del 7 maggio 2026 spiega come funziona. Quando appare evidente che il fatto è stato compiuto con una causa di giustificazione, il nome non va nel registro degli indagati ma viene annotato in un modello separato. I due agenti sono difesi dall’avvocato Gabriele Bordoni, i soccorritori dall’avvocato Marco Simoni.
Il caso Fakir è tra i primi in Italia a cui è stata applicata questa procedura. Proprio qui i conti non tornano. L’annotazione si usa quando la giustificazione è evidente. Ma i consulenti scelti dalla stessa procura mettono la compressione a terra tra le cause della morte. Se una cosa fosse evidente, non servirebbero duecento pagine e quattro specialisti per spiegarla.
Per il codice penale una concausa non cancella il legame con la morte
L’articolo 41 del codice penale, in vigore dal 1930, dice che le cause che si sommano a un’azione, già presenti prima, contemporanee o arrivate dopo, non bastano a togliere il legame tra quell’azione e il suo effetto. Questo vale anche quando non dipendono da chi ha agito. In parole semplici, un cuore malato o una dose di cocaina non bastano da soli a separare un fermo da una morte.
Per la legge, una concausa resta una causa.
Questo non vuol dire che gli agenti abbiano commesso un reato. Il legame di causa è solo il primo passo. Poi bisogna capire se c’è stata colpa, cioè se il fermo ha violato regole di prudenza che gli agenti conoscevano o dovevano conoscere. E il rischio di tenere a lungo una persona a pancia in giù è noto da tempo. Già nel 1995 il National Institute of Justice, l’istituto di ricerca del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, raccomandava di sollevare la persona da terra appena ammanettata.
Anche l’Italia ha un precedente. Riccardo Magherini morì a Firenze nel marzo 2014 mentre i carabinieri lo tenevano a terra a pancia in giù, e anche lui aveva preso cocaina. I militari furono condannati in primo e in secondo grado, poi nel 2018 la Cassazione annullò le condanne. Tre sentenze diverse sullo stesso fermo mostrano che il confine tra un gesto corretto e uno pericoloso lo deve tracciare un giudice, caso per caso.
Molti nostri lettori stanno con gli agenti: il 28 per cento dei commenti che abbiamo analizzato esprime solidarietà alla polizia. La loro rabbia ha una base reale, perché gli agenti lavorano spesso con persone alterate e pericolose. Ma la relazione non dà ragione a chi vuole togliere lo schiacciamento dalla lista, né a chi dice che lo hanno inventato i giornali: a metterlo lì sono stati i consulenti scelti dai pm. Qualcuno ha tirato in ballo anche l’origine di Fakir, che tra le tre concause non compare.
Cosa pensano i lettori: La morte di Abderrahim Fakir
Abbiamo letto e classificato uno per uno 29 commenti pubblici. Ogni commento conta una volta sola.
- Polizia giustificata, solidarietà agli agenti28%
- Colpa sua: cocaina e cuore17%
- Era un delinquente, se l'è cercata17%
- Polizia responsabile, abuso di potere7%
- Fuori tema o senza opinione31%
Le tesi più sostenute
- 14%I media enfatizzano lo schiacciamento per far ricadere la colpa sui poliziotti
- 10%Il fermo era necessario e gli agenti hanno fatto il loro dovere
- 7%Se si fosse lasciato arrestare tranquillo, oggi sarebbe vivo
Le convinzioni dei lettori, verificate
- In parte vero
Il bloccaggio a terra di una persona agitata è una pratica raccomandata, anche dai manuali di psichiatria
In caso di emergenza è previsto contenere fisicamente una persona, ma tenerla a lungo a pancia in giù è un rischio noto. Dal 1995 si raccomanda di sollevarla appena è ammanettata.
Fonte: National Institute of Justice (1995), Positional Asphyxia – Sudden Death
- Falso
Il video dell'intervento mostrava già una causa della morte diversa dall'azione della polizia
Il ruolo della cocaina e del cuore è emerso dagli esami tossicologici e cardiologici, non dal video. Gli stessi consulenti elencano lo schiacciamento tra le concause.
Fonte: Procura di Bologna, consulenza tecnica depositata il 26 ottobre 2026
- Non verificabile
Al momento del fermo la vittima era un delinquente pericoloso per sé e per gli altri
Dagli atti resi noti risulta che i residenti segnalavano un uomo molto agitato e che gli agenti hanno parlato al 118 di una crisi psichiatrica. Non risultano precedenti penali resi pubblici da fonti ufficiali.
Fonte: Procura di Bologna, ricostruzione iniziale, luglio 2026
Come abbiamo fatto lo studio
Commenti pubblici sotto i post Facebook di ANSA.it, Il Fatto Quotidiano, la Repubblica. Un sistema di intelligenza artificiale ha assegnato ogni commento a una sola categoria; le percentuali le calcoliamo noi sul totale. Nessun commento è citato o attribuito.
Entro il 19 novembre la procura deve decidere su agenti e soccorritori
Entro il 19 novembre 2026 la Procura di Bologna deve scegliere tra due strade: chiedere l’archiviazione oppure iscrivere i sei nel registro degli indagati per omicidio colposo. Quel giorno scadono i 120 giorni della procedura aperta a luglio. Il caso è seguito dalle pm Morena Plazzi e Francesca Arienti e dal pm Domenico Ambrosino, che si riuniscono il 28 ottobre per esaminare la relazione.

Per i due agenti la strada giusta è la seconda. Difendere la polizia significa darle regole chiare e sentenze chiare. Se quel fermo ha rispettato le regole, gli agenti hanno diritto a sentirselo dire da un giudice in un’udienza pubblica. Non basta un’archiviazione decisa dentro un registro pensato per i casi evidenti. Se le regole non sono state rispettate, deve dirlo lo stesso giudice. C’è poi un compito che non dipende dal processo e spetta al Ministero dell’Interno: rendere pubblico il protocollo che dice agli agenti come tenere ferma una persona a terra, con tempi e posizioni precise.
Le prossime date sono già fissate: il 28 ottobre la riunione dei pm, entro il 19 novembre la scelta tra iscrizione e archiviazione. Se la procura chiederà di archiviare, la famiglia potrà opporsi davanti al giudice per le indagini preliminari. Le regole contano di più proprio quando la persona fermata è fragile.
Come abbiamo lavorato
- Abbiamo consultato un documento ufficiale, citato in fondo all’articolo.
- Abbiamo letto e classificato 29 commenti pubblici dei lettori per capire dubbi e domande a cui rispondere.
- Distinguiamo i fatti accertati da quello che è solo sostenuto dalle parti, e lo diciamo nel testo.
- Ultimo aggiornamento: 27 ottobre 2026, ore 17:40.
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Fonti
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