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Abderrahim Fakir stava morendo ammanettato a terra quando la bodycam di uno dei due poliziotti ha registrato le loro frasi: «È schiattato ah», «Se schiatta ci divertiamo». Il fatto risale al 19 luglio 2026, in via Italo Svevo, al Pilastro di Bologna. L’uomo aveva 42 anni. Le trascrizioni sono nella consulenza medico-legale depositata il 26 ottobre dai consulenti della Procura di Bologna e diventata pubblica tra il 27 e il 28 ottobre.
C’è un dettaglio che pesa più di tutti. La telecamera l’aveva accesa il capopattuglia, e nell’audio lo spiega al collega: «Sto filmando caso mai succede qualche cosa». Doveva essere una tutela per gli agenti. Ha registrato le loro parole.
Cosa dicono gli agenti nella bodycam mentre Abderrahim Fakir muore
Nella bodycam i due agenti commentano le condizioni di Abderrahim Fakir mentre lui è a terra senza conoscenza e i volontari della Croce Rossa provano a rianimarlo. Alla domanda se respiri, uno risponde: «Per me può essere pure schiattato». Poi arrivano «È schiattato ah» e «C… me ne frega a me».
La sequenza, ricostruita nella relazione, è precisa. Mentre gli stringono le fascette di plastica alle caviglie, un agente dice all’altro: «Lascia, tanto non si muove». Quando il corpo viene girato e non dà segni di vita, la voce di uno dei due dice: «Aò? Ma muori va». Il defibrillatore analizza il ritmo del cuore e non consiglia la scarica. È a quel punto che l’agente di 23 anni, rivolto a uno dei soccorritori, dice: «Se schiatta ci divertiamo». Nel frattempo i due si controllano le ferite, e uno chiede al collega se il morso gli faccia ancora male.
Quelle parole non dimostrano da sole un reato, e non spiegano come è morto Fakir: questo lo stabilirà un giudice. Mostrano però dove guardavano i due agenti in quei minuti. Guardavano sé stessi, non l’uomo a terra.
Un agente che parla così non può restare in strada.
Chi era il 42enne morto al Pilastro e perché era stato fermato
Abderrahim Fakir era nato nel 1983, era di origine marocchina e viveva in Italia da 35 anni; secondo i familiari aveva una piccola ditta di trasporti e facchinaggio. Quella domenica era al Pilastro, quartiere popolare della periferia nord di Bologna, per trovare dei parenti.
Non lo stavano arrestando per un reato. Alcuni residenti avevano chiamato per un uomo molto agitato, che se l’era presa con un’auto all’ingresso di un garage. La centrale aveva classificato l’intervento con il codice «Sierra 5 verde»: persona con un problema psichiatrico in strada, gravità bassa. Gli agenti, arrivati sul posto, descrivono un uomo con tagli sulle braccia. Chi pensa che Fakir stesse già male per conto suo deve sapere che i consulenti della procura indicano tre concause della morte: lo schiacciamento a pancia in giù, la cocaina e il cuore. Il blocco a terra è nella lista. Per il codice penale, una concausa resta una causa.
La vicenda ha già alle spalle tre mesi di accertamenti: il 10 agosto i carabinieri del Reparto investigazioni scientifiche (Ris) di Roma avevano fatto la copia forense della bodycam, cioè una copia dei dati valida in tribunale. Da quella copia vengono le frasi di oggi.
Caso Fakir, dal fermo al Pilastro alle frasi della bodycam
- Abderrahim Fakir muore durante un intervento di due agenti in via Svevo, al Pilastro di Bologna
- I carabinieri del Ris di Roma fanno la copia forense della bodycam di uno degli agenti
- I consulenti della Procura di Bologna depositano la relazione: tre concause della morte
- L'agente di 23 anni chiede scusa, l'avvocato Fabio Anselmo presenta una nuova denuncia
Prima del fermo gli agenti avevano chiesto tre volte un’ambulanza
La volante «Bolognina» arrivò in via Svevo alle 12.12 del 19 luglio e i due agenti chiesero alla loro centrale un’ambulanza alle 12.13, un’automedica alle 12.16 e un sollecito alle 12.25, secondo le telefonate trascritte nella consulenza. La risposta fu che le ambulanze erano occupate.
Il quadro qui cambia, e va detto per intero. Nella seconda telefonata dalla centrale della polizia al 118 la richiesta di un medico non viene ripetuta. Alle 12.25 Fakir aveva lanciato una bottiglietta d’acqua contro gli agenti e aveva sputato. Alle 12.31 lo portano a terra, e la colluttazione dura circa sei minuti. Per i consulenti il codice verde non era adatto alla situazione, il triage telefonico non ha fatto le domande previste dal manuale della stessa centrale e il medico di collegamento ha attivato l’automedica solo dopo circa cinque minuti di descrizione di un paziente vicino all’arresto cardiaco.

Diciannove minuti, due poliziotti di 23 e 28 anni e un uomo in crisi, senza un sanitario. Questa parte non riguarda la coscienza di due agenti ma l’organizzazione dell’emergenza. Il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, ha dichiarato il 28 ottobre di aver attivato «un audit interno», cioè una verifica dentro il servizio, sull’intervento del 118. È la Regione a dover rendere pubblici i risultati, perché quel codice verde e quelle ambulanze occupate sono una responsabilità sua, non dei cittadini del Pilastro.
Le scuse del poliziotto di 23 anni e la nuova denuncia della famiglia
Il 28 ottobre 2026 l’agente di 23 anni ha chiesto scusa pubblicamente alla famiglia Fakir e alla Polizia di Stato, tramite il suo avvocato Gabriele Bordoni, per le «frasi inaccettabili» pronunciate. «Non avevo capito bene le condizioni e mi lasciai andare in frasi indelicate», ha fatto sapere.
Bordoni, che difende entrambi i poliziotti, ha aggiunto che le scuse erano già state fatte a lui due mesi fa e che quelle espressioni, frutto della concitazione, non si addicono «a un servitore dello Stato». Su questo ha ragione. Ma le scuse pubbliche arrivano dopo oltre tre mesi, e solo dopo che le frasi sono uscite. Fabio Anselmo, l’avvocato della famiglia che ha seguito anche i casi di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi, ha presentato una nuova denuncia: secondo la sua tesi quelle parole ipotizzano reati più gravi dell’omicidio colposo, perché direbbero qualcosa sullo stato d’animo di chi le pronunciava. È la lettura di una parte, e la valuteranno i pm.
Il giudizio sulle parole, invece, non ha bisogno di aspettare il processo. La Polizia di Stato ha le sue regole disciplinari, fissate dal decreto del Presidente della Repubblica 25 ottobre 1981, n. 737, e il procedimento disciplinare può andare avanti indipendentemente da quello penale. Il Dipartimento della pubblica sicurezza deve aprirlo adesso, perché chi difende la divisa difende anche la sua dignità, a partire da migliaia di agenti che in strada non parlano così.
Lo scudo penale vale solo quando la giustificazione appare evidente
Il modello 45-bis, introdotto dall’articolo 12 del decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23, permette al pubblico ministero di non iscrivere tra gli indagati chi ha agito quando «appare evidente» una causa di giustificazione, come l’adempimento di un dovere. Al posto dell’iscrizione c’è una «annotazione preliminare» in un registro separato.
La circolare del Ministero della Giustizia del 7 maggio 2026 spiega il meccanismo: il nome non finisce nei registri ordinari, ma in un modello creato apposta. Nel caso Fakir sono annotati in questo modo in sei, i due agenti del commissariato Bolognina-Pontevecchio e i quattro volontari della Croce Rossa, difesi dall’avvocato Marco Simoni. Nessuno di loro, oggi, è indagato.
Il criterio scritto nella legge è l’evidenza, e qui di evidente resta poco. I consulenti scelti dalla procura mettono la compressione a terra tra le cause della morte, segnalano «criticità» nella condotta dei sanitari e nel triage del 118. Quando servono quasi duecento pagine e quattro specialisti per spiegare una morte, quella giustificazione non appare evidente. Il passaggio corretto è l’iscrizione nel registro degli indagati, il modello 21: non è una condanna, ed è anzi la strada che garantisce ai sei il diritto di difendersi con i propri consulenti in ogni accertamento.
Entro il 19 novembre la procura di Bologna decide su agenti e soccorritori
Il 19 novembre 2026 scadono i 120 giorni dell’annotazione preliminare: entro quella data le pm Morena Plazzi e Francesca Arienti e il pm Domenico Ambrosino, coordinati dal procuratore capo Paolo Guido, devono scegliere tra l’archiviazione e l’iscrizione dei sei come indagati per omicidio colposo.
I tre magistrati si sono riuniti il 28 ottobre sulla relazione. Tra le possibilità c’è anche l’allargamento del fascicolo ad altre persone, a partire da chi gestì le chiamate al 118. Sul tavolo ora ci sono anche la denuncia di Anselmo e le consulenze delle difese.

Uno Stato serio protegge chi lo serve e chiede conto a chi sbaglia nel suo nome. Le prossime tappe sono già scritte: la decisione della procura entro il 19 novembre, la valutazione della nuova denuncia, i risultati dell’audit regionale sul 118. Le parole registrate quel giorno in via Svevo, intanto, non le cancella nessuna scusa.
Come abbiamo lavorato
- Abbiamo consultato un documento ufficiale, citato in fondo all’articolo.
- Distinguiamo i fatti accertati da quello che è solo sostenuto dalle parti, e lo diciamo nel testo.
- Ultimo aggiornamento: 29 ottobre 2026, ore 18:35.
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