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Il vicepresidente Usa JD Vance ha detto mercoledì 4 novembre 2026 che i repubblicani hanno perso le elezioni di metà mandato per la guerra in Iran e per la poca attenzione al carovita. Lo ha scritto in un lungo messaggio pubblicato a Washington il giorno dopo il voto del 3 novembre, che ha consegnato ai democratici sia la Camera sia il Senato degli Stati Uniti.
La diagnosi è giusta. Il problema è chi la firma. Vance non è un osservatore esterno: è il numero due dell’amministrazione che ha condotto quella guerra per quasi nove mesi, l’uomo che l’ha difesa in pubblico e che ha guidato la trattativa per chiuderla. Scoprire oggi il prezzo di una scelta che si è sostenuta ieri non è autocritica, è un cambio di posizione.
Cosa ha scritto JD Vance sulla sconfitta e sulla guerra in Iran
Il vicepresidente JD Vance ha scritto che «la ragione per cui abbiamo perso è la guerra» e che lo stesso presidente Donald Trump lo aveva riconosciuto la sera prima. Ha aggiunto che chi vuole sostenere che ne valeva la pena, anche al costo di perdere il Senato per i prossimi sei anni, deve dirlo apertamente.
Nel messaggio Vance elenca quattro richieste degli elettori che, a suo dire, hanno spinto molti repubblicani a votare democratico: finire la guerra in Iran, occuparsi del costo della vita, mettere l’America al primo posto e cambiare i rapporti con Israele. Cita come fonte un sondaggista che, scrive, aveva previsto con precisione il risultato, senza farne il nome. La frase che chiude il ragionamento è netta: «Tutti sanno perché abbiamo perso».
A febbraio il vicepresidente escludeva una guerra lunga in Medio Oriente
Il 26 febbraio 2026, a bordo dell’aereo vicepresidenziale Air Force Two, Vance disse in un’intervista che non c’era «nessuna possibilità» che eventuali attacchi contro l’Iran trascinassero gli Stati Uniti in una guerra lunga in Medio Oriente. Due giorni dopo, il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele attaccarono. Nei primi raid fu uccisa la guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, e al suo posto è salito il figlio.
Quella previsione è stata smentita dai fatti, giorno dopo giorno. Il 7 aprile, a Budapest, Vance ripeteva di ritenere che l’amministrazione stesse agendo correttamente, pur rifiutando di dire, come aveva fatto Trump, che Dio fosse dalla parte americana. Secondo una ricostruzione dei giornalisti Jonathan Swan e Maggie Haberman pubblicata dal New York Times, in privato era stato la voce più scettica nella cerchia del presidente. Se è così, ha scelto di tacerlo agli elettori fino al giorno dopo la sconfitta.
Essere stati contrari in una stanza chiusa non cancella quello che si è detto in pubblico.
Vance e i colloqui con l’Iran in Pakistan: 21 ore senza accordo
JD Vance ha guidato la delegazione americana ai colloqui con l’Iran di Islamabad, in Pakistan, l’11 e il 12 aprile 2026, insieme all’inviato speciale Steve Witkoff e a Jared Kushner, genero del presidente. Dopo 21 ore di trattativa con la mediazione del primo ministro pachistano Shehbaz Sharif, Vance annunciò che non c’era alcun accordo.
La ragione indicata allora dal vicepresidente fu il rifiuto iraniano di impegnarsi a non sviluppare un’arma nucleare. I contatti sono proseguiti in Svizzera durante l’estate, sempre con il Pakistan come intermediario, ma la guerra non si è chiusa. Ancora a fine ottobre Washington valutava nuovi attacchi mentre Vance cercava un canale con Teheran. Chi ha avuto in mano il negoziato per mesi risponde anche del suo fallimento.

Trump ammette che l’Iran ha pesato, ma rifarebbe tutto
Il presidente Donald Trump ha riconosciuto in interviste a Fox News e al Wall Street Journal che la guerra in Iran è stata «una parte» della sconfitta, ma ha difeso la decisione: «Ho fatto la cosa giusta. Lo rifarei». Ha escluso cambi nel governo e, parlando con il Financial Times, ha detto di non avere piani immediati per nuovi attacchi.
Così la Casa Bianca parla con due voci. Il presidente rivendica la guerra, il suo vice la indica come la causa della disfatta. Come abbiamo raccontato, Trump ha accettato la vittoria dei democratici e poi ha pubblicato il cappellino «Veto»: segnali opposti nello stesso giorno. Da Teheran, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha commentato che gli americani hanno detto «no alla guerra». Che il governo iraniano usi il voto americano per la sua propaganda era prevedibile. Che sia il vicepresidente a dargli la stessa lettura, molto meno.
JD Vance e la guerra in Iran, da febbraio alle midterm
- JD Vance esclude che attacchi all'Iran portino a una guerra lunga in Medio Oriente
- Stati Uniti e Israele attaccano l'Iran: ucciso l'ayatollah Ali Khamenei
- Vance lascia Islamabad dopo 21 ore di colloqui con l'Iran senza accordo
- I democratici conquistano Camera e Senato; Trump accetta il risultato
- Vance scrive che la guerra in Iran è la ragione della sconfitta repubblicana
Il conto della guerra per le famiglie americane secondo Moody’s
Secondo una stima di Moody’s Analytics, la società di analisi economica guidata dal capo economista Mark Zandi, la guerra in Iran è costata finora circa 2.000 dollari a ogni famiglia americana. Circa 1.100 dollari se ne sono andati solo in energia: benzina sopra i 4 dollari al gallone, riscaldamento, voli più cari.
Diviso per gli oltre otto mesi di conflitto, fa circa 250 dollari al mese per famiglia, come una bolletta in più. Zandi ha osservato che molti americani hanno collegato la guerra al carovita. Un sondaggio Reuters/Ipsos alla vigilia del voto indicava il costo della vita come primo problema per il 48 per cento degli intervistati, e secondo un sondaggio del Pew Research Center pubblicato l’8 ottobre 2026 l’84 per cento degli elettori registrati considerava l’economia un tema molto importante per il proprio voto. Il carovita di cui parla Vance non è un problema separato dalla guerra: ne è in gran parte la conseguenza. Lo ha detto anche il primo ministro britannico Andy Burnham: senza la fine del conflitto in Medio Oriente non si riesce ad abbassare il costo della vita, nemmeno in Europa.
Con Camera e Senato ai democratici cambia il potere sulla guerra
Con la vittoria del 3 novembre i democratici controlleranno il Congresso: almeno 54 seggi su 100 al Senato, con sette seggi strappati ai repubblicani, e secondo le stime delle reti americane fra 251 e 268 seggi su 435 alla Camera. Avranno il potere di approvare leggi, aprire indagini sull’amministrazione e bloccare le nomine del presidente.
Il Senato è stato conquistato anche in Stati come il Texas e il Kansas, dove i democratici non vincevano da decenni. Una sconfitta di questa misura ha pochi precedenti: nel 2010 fu Barack Obama a vedere il suo partito perdere 63 seggi alla Camera nelle elezioni di metà mandato, e anche allora la Casa Bianca dovette cambiare passo. Vance, che guarda già alle presidenziali del 2028, ora prova a separare il suo nome da quello della guerra.
Gli elettori americani lo hanno già fatto per lui, e nella direzione opposta: hanno chiesto conto a tutta l’amministrazione, vice compreso. Un dirigente che ha previsto una guerra breve, l’ha difesa e ha guidato la trattativa fallita non può presentarsi come chi l’aveva capito per primo. Il nuovo Congresso si insedierà il 3 gennaio 2027, e da quel giorno le scelte sulla guerra in Iran dovranno passare anche dalle sue commissioni.
Come abbiamo lavorato
- Abbiamo consultato un documento ufficiale, citato in fondo all’articolo.
- Distinguiamo i fatti accertati da quello che è solo sostenuto dalle parti, e lo diciamo nel testo.
- Ultimo aggiornamento: 4 novembre 2026, ore 17:39.
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