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Il popolo americano ha mandato un messaggio chiaro. Lo ha scritto Barack Obama, ex presidente democratico degli Stati Uniti, nella notte fra il 3 e il 4 novembre 2026. Commentava le elezioni di metà mandato, che hanno dato ai democratici sia la Camera dei rappresentanti sia il Senato. Secondo Obama gli elettori vogliono una politica che unisca e leader con soluzioni concrete.
Obama scrive che gli elettori hanno scelto chi unisce invece di chi divide
Barack Obama ha pubblicato il suo commento su X all’alba del 4 novembre 2026: «Stasera, il popolo americano ha inviato un messaggio chiaro: vogliono una politica che unisca le persone piuttosto che dividere, e leader che offrano soluzioni concrete alle sfide che affrontano». Poi ha ringraziato i candidati. E ha ringraziato anche, cosa meno scontata, i funzionari elettorali e i volontari dei due partiti che hanno fatto funzionare i seggi.
Quel ringraziamento non è un gesto di cortesia. Alla vigilia del voto due giudici federali avevano già bloccato due ordini di Trump sulle regole del voto, e chi contava le schede ha lavorato sotto pressione. Il giorno prima Obama era a Detroit, in Michigan, a un comizio con Abdul El-Sayed. Martedì El-Sayed è diventato il primo senatore musulmano della storia degli Stati Uniti.
Camera e Senato passano ai democratici dopo una notte di seggi ribaltati
I democratici hanno conquistato la maggioranza in tutti e due i rami del Congresso. Per riuscirci dovevano guadagnare almeno quattro seggi al Senato e tre alla Camera, al netto delle perdite. Le televisioni americane hanno assegnato il Senato ai democratici poco dopo le 23.30 di martedì, ora di Washington.
La mappa del voto dice più dei totali. Il primo seggio tolto ai repubblicani è arrivato dalla North Carolina: l’ex governatore Roy Cooper ha battuto Michael Whatley, ex presidente del Comitato nazionale repubblicano. In Georgia il senatore uscente Jon Ossoff ha sconfitto il deputato repubblicano Mike Collins. In Texas James Talarico ha vinto un seggio al Senato che i democratici non avevano da decenni, e lo stesso è successo in Kansas. Alcune sfide, come quella per il Senato in Florida, sono ancora aperte o pendono verso i repubblicani.
Come ha reagito il popolo americano a due anni di Trump
Il voto di martedì è la risposta più ampia degli elettori alla seconda presidenza di Donald Trump, il repubblicano tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025. Il presidente ha accettato la vittoria dei democratici e poi ha pubblicato su Truth un cappellino con la scritta «Veto». Il messaggio è chiaro: dei prossimi due anni conta di passarne buona parte a bloccare le leggi del Congresso.
Trump ha provato a cambiare le regole del voto con ordini esecutivi, due giudici federali lo hanno fermato e gli elettori hanno detto la loro. Le istituzioni hanno retto: prima i tribunali, poi i seggi, e in mezzo i funzionari dei due partiti. Per noi il patriottismo è questo: regole che tengono anche quando chi governa prova a forzarle.
Anche Obama perse le elezioni di metà mandato, e nel 2010 lasciò 63 seggi
Barack Obama conosce bene il prezzo delle elezioni di metà mandato, perché lo ha pagato due volte. Nel 2010 i democratici persero 63 seggi e la maggioranza alla Camera, nel 2014 persero anche il Senato. Il 3 novembre 2010, il giorno dopo la prima sconfitta, lo stesso Obama in conferenza stampa parlò di una «batosta».
Midterm Usa 2026: dalla batosta del 2010 alla vittoria democratica
- I democratici di Barack Obama perdono 63 seggi e la maggioranza alla Camera nelle elezioni di metà mandato
- Bruce Springsteen richiama i funzionari elettorali al giuramento, con due ordini di Trump sul voto già bloccati
- Abdul El-Sayed vince in Michigan e diventa il primo senatore musulmano degli Stati Uniti
- Donald Trump accetta la vittoria dei democratici e pubblica su Truth il cappellino «Veto»
- Barack Obama: «il popolo americano ha inviato un messaggio chiaro»
Non fu un caso isolato. Nella ricostruzione della National Conference of State Legislatures, l’associazione che riunisce i parlamenti dei 50 Stati, ci sono anche le ricerche della Brookings Institution, un centro studi di Washington. Secondo questi dati, il partito del presidente ha perso seggi alla Camera in 20 delle ultime 22 elezioni di metà mandato. Più di nove volte su dieci, quindi.

Questo dato smonta due letture opposte. Chi ricorda che anche Obama perse ha ragione sui fatti, ma quel precedente non toglie nulla al risultato di oggi. Dice soltanto che gli americani usano il voto di metà mandato per frenare chi governa, chiunque sia. Al contrario, i democratici che leggono la vittoria come un sì entusiasta al loro programma dimenticano che fra due anni lo stesso meccanismo può girarsi contro di loro.
Una maggioranza è un freno, non una vendetta.
Che cosa può fare il Congresso contro i decreti della Casa Bianca
Il nuovo Congresso a maggioranza democratica ha tre strumenti che il presidente non può aggirare con un decreto. Il primo è il bilancio federale, che approvano solo Camera e Senato. Il secondo sono le indagini delle commissioni parlamentari. Il terzo è la legge del 1973 sui poteri di guerra, che concede al presidente al massimo 60 giorni di impiego delle truppe senza autorizzazione, più 30 per ritirarle. Non è vero, quindi, che le Camere non possano opporsi agli ordini esecutivi: possono togliere i soldi che servono ad applicarli.
Il limite c’è, ed è il veto. Per superarlo servono i due terzi dei voti sia alla Camera sia al Senato, una quota che i democratici con ogni probabilità non avranno. Per questo la seconda frase di Obama conta più della prima: «Sebbene questa amministrazione abbia altri due anni in carica, il nostro compito ora è di rimboccarsi le maniche, apportare cambiamenti ovunque abbiamo il potere di farlo, prevenire ulteriori danni e mettere le basi per il futuro».
I democratici hanno un problema che devono risolvere da soli. Non si può chiedere una politica che unisce e, nello stesso messaggio, descrivere l’avversario solo come un danno da contenere. I leader democratici al Congresso verranno giudicati sulle leggi che riusciranno ad approvare con voti di entrambi i partiti, sui costi della sanità e sui prezzi. Non sul numero di commissioni d’inchiesta che apriranno. Se passeranno due anni tra impeachment e processi politici, regaleranno il 2028 ai repubblicani.
Il nuovo Congresso si insedia il 3 gennaio 2027
Il Congresso eletto martedì giurerà a mezzogiorno del 3 gennaio 2027, come prevede il ventesimo emendamento della Costituzione americana. Fino ad allora restano in carica le maggioranze repubblicane uscenti. Nelle prossime settimane gli Stati chiuderanno lo spoglio delle sfide ancora aperte e certificheranno i risultati.

Il mandato di Trump scade il 20 gennaio 2029 e le prossime elezioni presidenziali sono fissate per il 7 novembre 2028. Gli elettori hanno dato ai democratici due anni per dimostrare che sanno governare, non solo che sanno battere Trump. Martedì il popolo americano ha scelto di tirare il freno. Adesso chi ce l’ha in mano deve usarlo con misura.
Come abbiamo lavorato
- Abbiamo consultato un documento ufficiale, citato in fondo all’articolo.
- Distinguiamo i fatti accertati da quello che è solo sostenuto dalle parti, e lo diciamo nel testo.
- Ultimo aggiornamento: 4 novembre 2026, ore 10:07.
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