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Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, ha ammesso di essersi spinto «troppo oltre» con l’Iran. Lo ha detto mercoledì 14 ottobre 2026 a un comizio a Bullhead City, in Arizona: «I loro leader sono morti. Questo è uno dei problemi. Forse mi sono spinto troppo oltre. Non so con chi diavolo trattare». Due giorni prima aveva usato parole simili a Youngstown, in Ohio.
La frase pesa perché arriva dal comandante in capo che il 28 febbraio 2026 ha ordinato, insieme a Israele, i raid che hanno ucciso la Guida suprema Ali Khamenei. Per noi il giudizio è semplice: colpire senza un piano per il giorno dopo è stato un errore, e oggi lo dice il presidente stesso. Lo Stretto di Hormuz è chiuso da sette mesi, il petrolio supera i 100 dollari al barile e Washington dice di non avere un interlocutore. Il Congresso americano deve riprendersi il potere di decidere sulla guerra, e il governo italiano deve pretendere un piano scritto.
Cosa ha detto Trump nei comizi di Ohio e Arizona
Trump ha parlato due volte in tre giorni. Lunedì 12 ottobre, a Youngstown in Ohio, ha parlato a un comizio per il senatore repubblicano Jon Husted. Ha detto: «Forse siamo andati troppo oltre con i leader, perché non sappiamo più con chi diavolo abbiamo a che fare». Ha aggiunto che l’Iran non ha più navi, né aviazione, né capi.
Mercoledì 14 ottobre, a Bullhead City in Arizona, ha spiegato il meccanismo: «I leader di primo livello sono morti. Hanno scelto il secondo livello. Quelli del secondo livello sono morti. Hanno scelto il terzo livello. Metà di loro sono morti». Poi ha raccontato che Teheran gli ha chiesto di smettere di colpire i suoi dirigenti e che lui lo ha promesso. Ha chiuso con una battuta: nessuno vuole fare il presidente dell’Iran. Non sono frasi strappate in un’intervista. Sono parole scelte davanti a migliaia di elettori, a tre settimane dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre.
La guerra iniziata il 28 febbraio e i vertici iraniani uccisi
Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato un attacco congiunto sull’Iran. Il nome in codice americano è Operazione Epic Fury. Nelle prime ore i raid su Teheran hanno ucciso la Guida suprema Ali Khamenei, 86 anni, al potere da quasi 40 anni. La televisione di Stato iraniana ha confermato la morte e proclamato 40 giorni di lutto. Nello stesso giorno sono morti, tra gli altri, il comandante delle Guardie della Rivoluzione e il ministro della Difesa.
L’Iran ha risposto con centinaia di missili e migliaia di droni contro Israele e contro basi e città del Golfo. Il Pakistan ha mediato una tregua entrata in vigore l’8 aprile. Gli Stati Uniti hanno poi imposto un blocco navale ai porti iraniani e il 5 maggio hanno dichiarato conclusa la fase degli attacchi. Già il 28 febbraio, in un’intervista televisiva, Trump diceva che «una grande parte» della dirigenza iraniana non c’era più. Il problema che oggi presenta come una sorpresa era noto dal primo giorno di guerra.
Il memorandum firmato il 17 giugno: l’interlocutore c’era
Qui il racconto di Trump non torna. Il 17 giugno 2026 il presidente americano ha firmato, nella reggia di Versailles, il Memorandum d’intesa di Islamabad con la Repubblica islamica dell’Iran. Dall’altra parte, a distanza, ha firmato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Il testo, negoziato a Islamabad con la regia del Pakistan, prevede la fine permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, Libano compreso. Prevede anche il rispetto reciproco della sovranità, la riapertura di Hormuz al traffico commerciale, la fine del blocco navale e 60 giorni in più di tregua per chiudere l’accordo finale.
Quattro mesi fa, quindi, Trump sapeva con chi trattare: con un presidente eletto che ha messo la firma accanto alla sua. I 60 giorni sono passati senza un accordo definitivo. A fine settembre una delegazione iraniana è arrivata a New York per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. I colloqui sono falliti e il segretario di Stato Marco Rubio ha detto che la delegazione si era «trattenuta troppo», ordinandole di lasciare il Paese. Dire oggi che non c’è nessuno con cui parlare descrive una scelta politica, non un vuoto di persone.
Hormuz chiuso e petrolio sopra i 100 dollari: il conto arriva anche in Italia
Lo Stretto di Hormuz, il passaggio tra Iran e Oman da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, è di fatto chiuso al traffico commerciale dai primi di marzo. Il memorandum di giugno ne prevedeva la riapertura, che non è avvenuta. Ad agosto Teheran ha posto le sue condizioni: fine delle minacce militari, fine delle sanzioni e risarcimenti. Il 7 ottobre il Brent, il petrolio di riferimento in Europa, è tornato sopra i 101 dollari al barile dopo nuovi attacchi alle navi. Il 14 ottobre viaggiava intorno ai 105. Il 3 marzo, al terzo giorno di guerra, stava a 81 dollari e già segnava il massimo da oltre un anno.
L’Agenzia americana per l’energia, la Eia, ha scritto ad agosto che la produzione del Medio Oriente non tornerà ai livelli precedenti al conflitto prima dell’inizio del 2027. Per l’Italia, che importa quasi tutto il petrolio che consuma, significa carburante più caro per mesi. Un barile a 105 dollari invece di 81 vuol dire quasi un terzo in più sulla materia prima. Il rincaro passa dalla raffineria al distributore e finisce nel serbatoio di chi va al lavoro in auto, a Milano come a Reggio Calabria.
Le mosse di ottobre: niente attacchi prima del voto, ma una terza portaerei in arrivo
Il quadro di queste settimane è contraddittorio nei fatti, non nelle interpretazioni. L’8 ottobre Trump ha scritto su Truth Social che gli Stati Uniti non attaccheranno l’Iran prima delle elezioni del 3 novembre. Lo stesso giorno ha detto di non volere un accordo con Teheran. Ricostruzioni di stampa, non confermate dalla Casa Bianca, parlano di piani per un bombardamento su larga scala discussi dal suo gruppo di sicurezza nazionale. Intanto il Pentagono manda nella regione circa 9.000 tra marinai e marines e una terza portaerei.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent, domenica 11 ottobre in televisione, ha detto: «Non so come finisce». Il 14 ottobre le Guardie della Rivoluzione hanno sostenuto che una nave commerciale ha urtato una mina, mentre l’Arabia Saudita ha intercettato un missile lanciato dagli Houthi dello Yemen. Sul campo, quindi, la tregua firmata a giugno regge solo sulla carta. Circola l’idea che dietro queste oscillazioni ci siano problemi di salute del presidente: non esistono diagnosi pubbliche e non servono. Per giudicare bastano le date e le parole, che sono documentate.
La richiesta: il Congresso voti sulla guerra, Roma chieda il piano per iscritto
La legge americana sui poteri di guerra del 1973 impone al presidente di informare il Congresso entro 48 ore dall’avvio delle ostilità e di ritirare le forze dopo 60 giorni senza autorizzazione. La guerra è cominciata 229 giorni fa. Chiediamo che Camera e Senato votino su ogni nuova azione militare contro l’Iran, prima e non dopo. E chiediamo che il presidente spieghi al Congresso con chi intende chiudere l’accordo che lui stesso ha firmato a giugno.
Al governo italiano chiediamo una cosa concreta: una richiesta scritta a Washington sul piano diplomatico, sugli interlocutori riconosciuti e sui tempi per la riapertura di Hormuz. L’Italia è un alleato, non un passeggero: paga il petrolio a 105 dollari e ha il diritto di sapere dove porta questa strada. Chi ha scelto di colpire ha il dovere di dire come intende fermarsi.
Senza un interlocutore non esiste accordo, e senza accordo la guerra la pagano gli altri, benzina compresa.
Fonti
- Jus Mundi (2026). Islamabad Memorandum of Understanding between the United States of America and the Islamic Republic of Iran.
- Arab Center Washington DC (2026). The US-Iran Interim Deal: A Fragile Ceasefire.
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