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Nella serata del 13 ottobre 2026 un attacco russo con missili balistici ha colpito Kiev e la centrale termoelettrica CHP-4, uno degli impianti chiave della capitale ucraina. Il presidente Volodymyr Zelensky ha scritto sui suoi canali ufficiali che «ancora una volta» i partner non hanno dato alcun preavviso. Due giorni prima Donald Trump aveva annunciato una tregua energetica Ucraina-Russia già in vigore.
La notizia conta perché mette in fila tre fatti che non stanno insieme. L’11 ottobre il presidente degli Stati Uniti dichiara che le due parti hanno accettato di non colpire più le infrastrutture energetiche. Il 12 ottobre il Cremlino dice che non vuole un cessate il fuoco. Il 13 ottobre un missile russo centra una centrale di Kiev. Per noi il giudizio è semplice: una tregua che Mosca non firma e non rispetta non è una tregua, è un vantaggio per chi bombarda. Chi vuole fermare la guerra deve pretendere la firma e il rispetto da chi spara, non da chi si difende.
Cosa è successo a Kiev il 13 ottobre
Secondo Zelensky, l’obiettivo principale dell’attacco era la rete energetica e in particolare la CHP-4, la centrale di Darnytsia che produce elettricità e calore per la capitale. L’impianto è stato colpito. È stato danneggiato anche un palazzo residenziale di 9 piani, dove i soccorritori hanno spento un incendio. Il presidente ucraino ha aggiunto che i sistemi di difesa hanno rilevato i missili solo quando erano già quasi su Kiev e che, secondo l’intelligence ucraina, la Russia prepara altri lanci.
La frase sugli alleati riguarda un punto preciso: il preavviso sui lanci di missili balistici. Questi ordigni arrivano in pochi minuti e la rete di allerta dipende in gran parte dai satelliti dei partner occidentali. Zelensky ha parlato di «seconda volta di fila» senza preavviso e ha definito la situazione «assolutamente ingiusta». Nelle stesse ore il ministero della Difesa russo ha rivendicato un attacco massiccio contro le infrastrutture energetiche ucraine. Non è un caso isolato: il 1° ottobre la Russia aveva lanciato uno dei più grandi attacchi dell’anno alla rete elettrica, con 7 morti e blackout a Kiev e in altre 3 regioni, e il 7 ottobre un’altra ondata ha causato almeno 20 vittime.
La tregua annunciata da Trump e le risposte di Kiev e Mosca
Domenica 11 ottobre Trump ha scritto sul suo social Truth: «Con effetto immediato c’è un cessate il fuoco energetico nella guerra tra Russia e Ucraina. Entrambe le parti hanno accettato. Non violatelo». Nessun dettaglio su cosa copra l’accordo, da quando parta e chi lo controlli. Zelensky ha risposto lo stesso giorno che per lui era una novità e che l’Ucraina sostiene la tregua, ma è importante che la sostenga anche la Russia. Il 12 ottobre, al Warsaw Security Forum, ha detto di averlo saputo dai media e ha denunciato violazioni russe già nelle ore successive all’annuncio, tra cui un attacco a una centrale di Kharkiv.
Dal Cremlino, il portavoce Dmitry Peskov ha detto il 12 ottobre che i contatti sull’intesa sono in corso e che non ha nulla da aggiungere. Nella stessa giornata ha respinto la proposta di Zelensky di un cessate il fuoco completo di 60 giorni per organizzare le elezioni in Ucraina, con una frase che pesa: al Cremlino «abbiamo ripetutamente detto che non vogliamo un cessate il fuoco», vogliamo una pace di lungo periodo. Putin, ha aggiunto, sarebbe pronto a fermare gli attacchi solo nel giorno del voto. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha detto che Mosca non darà a Kiev «una pausa» sul campo.
La contraddizione, con le date
Qui sta il punto debole di tutta l’operazione. L’11 ottobre Trump afferma che «entrambe le parti hanno accettato». Il 12 ottobre il portavoce del Cremlino dice che la Russia non vuole un cessate il fuoco e il presidente ucraino dice di averlo appreso dai giornali. Il 13 ottobre, interrogato dai cronisti su come possa esistere un accordo che nessuno dei due firmatari conosce, Trump risponde: «Hanno accettato perché l’ho detto io». Sulle violazioni russe dice di dover controllare, perché «ci sono state violazioni da entrambe le parti».
Non è la prima volta. Il 14 settembre 2026 Trump aveva fatto un annuncio simile, mai confermato da Mosca né da Kiev, e nei giorni successivi i due eserciti hanno continuato a colpire gli impianti energetici l’uno dell’altro. Un cessate il fuoco esiste quando le parti lo sottoscrivono, con una data di inizio e qualcuno che verifica. Un post senza firme non ferma un missile. Lo ha detto, con parole sue, anche Zelensky: «I fatti dimostrano che i russi non si considerano vincolati da quello che ha detto il presidente degli Stati Uniti».
Il contesto: il diesel russo e la scadenza del 18 ottobre
La tregua annunciata è arrivata dopo una settimana che ha irritato Kiev e le capitali europee. Il 9 ottobre Trump ha annunciato un accordo con Putin per portare diesel russo sui mercati mondiali, con una sospensione temporanea delle sanzioni americane sul carburante russo. Il 10 ottobre ha attribuito a Zelensky la responsabilità della carenza di diesel che fa salire i prezzi negli Stati Uniti, per via degli attacchi ucraini alle raffinerie russe. L’Ucraina ha colpito, tra le altre, la raffineria di Novoshakhtinsk nella regione di Rostov.
La reazione del Congresso è stata trasversale. L’11 ottobre 7 senatori, 4 repubblicani e 3 democratici, hanno chiesto a Trump di fare marcia indietro, ricordando che dal 2022 una legge vieta le importazioni di energia russa finché dura l’aggressione. Il 13 ottobre una lettera firmata da 12 senatori, 6 repubblicani e 6 democratici, ha definito l’accordo un regalo all’avversario e un tradimento degli alleati. C’è una scadenza: in base alla legge sulle sanzioni intitolata al senatore Lindsey Graham, firmata da Trump a settembre, entro il 18 ottobre il presidente deve imporre nuove sanzioni e dazi sull’energia russa oppure rinunciarvi con una deroga motivata dall’interesse nazionale.
Il piano Witkoff-Kushner e il Donbass
Sul tavolo c’è anche un negoziato più ampio. Gli inviati di Trump Steve Witkoff e Jared Kushner hanno incontrato il 9 ottobre a Miami i negoziatori ucraini e i consiglieri di Francia, Regno Unito e Germania per presentare «nuove idee». Il 12 ottobre hanno rinviato il viaggio a Mosca in attesa di capire se Kiev e gli europei accettino una proposta unica da portare a Putin. Il Fatto Quotidiano descrive il contenuto così: fronte congelato dov’è, Donbass sotto controllo russo, garanzie militari per Kiev, ricostruzione affidata a un meccanismo di Banca Mondiale e BlackRock e una conduttura per riportare gas e petrolio russi in Europa con profitti divisi tra Mosca e Kiev. Nessun documento ufficiale conferma questi punti.
Due osservazioni restano valide anche senza il testo. La prima: se si discute di cedere il Donbass, è perché Mosca non lo ha conquistato tutto sul campo. Consegnarlo sulla carta sarebbe un premio a chi ha invaso, non un compromesso. La seconda riguarda il gas. Nel 2021, secondo la Commissione europea, circa il 45% del gas importato dall’Unione veniva dalla Russia, quasi un metro cubo su due. Nel 2025 Bruxelles ha proposto di azzerare quelle importazioni entro il 2027. Riaprire il rubinetto come premio di pace vuol dire rimettere le bollette degli europei nelle mani del Cremlino.
Perché colpire le centrali non è un dettaglio
Gli attacchi alla rete elettrica hanno già un nome nel diritto internazionale. Nel marzo 2024 la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto per i comandanti russi Sergei Kobylash e Viktor Sokolov, accusati di crimini di guerra per i raid sulle infrastrutture energetiche ucraine. Nel giugno 2024 è toccato all’ex ministro della Difesa Sergei Shoigu e al capo di stato maggiore Valery Gerasimov. Sono accuse, non condanne, ma dicono che la campagna contro le centrali è considerata un possibile crimine, non una tattica qualsiasi. Con l’inverno alle porte, ogni centrale colpita vuol dire famiglie senza riscaldamento.
Cosa chiediamo
Primo: la Casa Bianca metta per iscritto la tregua energetica, con una data di inizio, la firma russa e osservatori che verifichino. Fino a quel momento, non ne parli come di un fatto compiuto. Secondo: Trump rispetti la scadenza del 18 ottobre imponendo le sanzioni previste dalla legge Graham e ritiri l’accordo sul diesel, come gli chiedono 12 senatori del suo stesso Congresso. Terzo: Washington torni a condividere con Kiev l’allerta sui lanci balistici, perché negare un preavviso costa vite. Quarto: il governo italiano e i partner europei rifiutino qualsiasi piano scritto senza l’Ucraina al tavolo e rafforzino la difesa aerea di Kiev, come Roma e Parigi hanno già fatto con il sistema SAMP/T.
Zelensky ha proposto nuovi colloqui a Trump e ha inviato le sue proposte a Witkoff e Kushner. Il Cremlino, intanto, ha risposto con un missile su una centrale. Prima Mosca smette di sparare, poi si tratta.
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