Najmeh Amini condannata a morte in Iran per un post: ha 23 anni, la sentenza aspetta la Corte suprema

Najmeh Amini condannata a morte in Iran per un post: la legge iraniana prevede un'eccezione ignorata dal giudice, i numeri delle esecuzioni e cosa può fare l'Italia.

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Najmeh Amini, studentessa di contabilità di 23 anni, è stata condannata a morte in Iran per un post sui social giudicato blasfemo. Lo ha reso noto il 9 ottobre 2026 l’organizzazione Iran Human Rights, diretta da Mahmood Amiry-Moghaddam. La ragazza è rinchiusa nel carcere di Vakilabad, a Mashhad, nel nord-est del Paese. La condanna non è definitiva: deve ancora passare dalla Corte suprema iraniana.

Questa notizia conta perché segna un passo in più. In Iran la pena di morte per blasfemia esiste da anni, ma qui viene applicata a una frase scritta su un social da una ragazza di 23 anni. Per noi la posizione è semplice: per un post non si muore, e un tribunale che manda al patibolo chi scrive non punisce un crimine, punisce la libertà di parola. Il fatto che la sentenza sia ancora sospesa in attesa della Corte suprema non è un dettaglio. Vuol dire che c’è tempo per fermarla, e che l’Italia e l’Unione europea devono usarlo subito.

Arresto, accuse e condanna: cosa è successo a Mashhad

Secondo Iran Human Rights, Najmeh Amini è stata fermata dalle forze di sicurezza alla fine di gennaio 2026 a Mashhad, durante le proteste contro il governo. Le organizzazioni per i diritti umani che seguono il caso riferiscono che in febbraio è finita nelle mani della polizia informatica, la cosiddetta Fata, per via della sua attività online.

L’accusa è sab ol-nabi, cioè insulto al Profeta, un reato che nel codice penale iraniano è punito con la morte. Le stesse organizzazioni riferiscono che la sentenza capitale è arrivata a metà settembre 2026, dopo circa 8 mesi di detenzione. In un processo separato, per reati contro la sicurezza nazionale, Amini avrebbe ricevuto anche 12 anni e 6 mesi di carcere. Il contenuto preciso del post non è stato reso pubblico dalle autorità.

Il punto fermo, confermato da Iran Human Rights, è questo: la pena di morte è stata decisa da un tribunale di primo grado e non è ancora stata confermata dalla Corte suprema. Finché quel passaggio non avviene, l’esecuzione non può essere eseguita.

La legge iraniana prevede un’eccezione e il tribunale l’ha ignorata

Qui sta la contraddizione più grave, documentata dalla stessa legge iraniana. L’articolo 262 del codice penale islamico punisce con la morte chi insulta il Profeta. Ma l’articolo 263 dice che, se l’accusato sostiene di aver parlato per errore, per un lapsus, sotto costrizione, in stato di ubriachezza o di rabbia, la pena capitale non si applica. Al suo posto scatta una pena corporale fino a 74 frustate: una pena crudele, ma non la morte.

Najmeh Amini ha usato proprio questa difesa. In una registrazione audio diffusa dalle organizzazioni per i diritti umani, ha spiegato che le sue parole sono state un lapsus mentre era in stato di alterazione, dopo aver assunto funghi allucinogeni. Iran Human Rights riferisce che il tribunale ha respinto sia la tesi del lapsus sia quella della mancanza di intenzione dovuta all’intossicazione.

Quindi il giudice non ha applicato una norma scritta nel codice del suo stesso Paese. Non serve essere oppositori del regime per vederlo: basta leggere l’articolo 263. Un sistema che non rispetta neppure le proprie regole quando c’è di mezzo una vita non sta amministrando giustizia.

L’appello dal carcere: «Siate la mia voce»

Dal carcere di Vakilabad la ragazza ha fatto arrivare all’esterno un messaggio audio, rilanciato dalle organizzazioni per i diritti umani. Chiede all’Onu, agli avvocati e alle associazioni di indagare sul suo caso. Dice di volere solo giustizia e la possibilità di difendersi, e chiude con un invito: «Siate la mia voce». Nelle versioni circolate in Italia la frase è stata resa così: «Non voglio fare l’eroina ma la mia voce sia ascoltata».

Nello stesso messaggio parla della sua famiglia, che ogni notte vive nella paura di perderla. E aggiunge una speranza: vedere un Iran libero prima che la corda metta fine alla sua vita. Sono parole di una persona che non chiede di diventare un simbolo. Chiede che qualcuno guardi dentro quel processo.

Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di Iran Human Rights, nel comunicato del 9 ottobre ha definito la condanna «uno sviluppo estremamente allarmante» e ha chiesto alla comunità internazionale di pretendere l’annullamento della sentenza e una moratoria immediata di tutte le esecuzioni.

I numeri: 1.639 esecuzioni nel 2025, il record dal 1989

Chi pensa che la condanna sia una minaccia a vuoto non conosce quel sistema. Il rapporto annuale 2025 sulla pena di morte in Iran, pubblicato il 13 aprile 2026 da Iran Human Rights insieme all’associazione francese ECPM, conta almeno 1.639 persone giustiziate nel 2025. Sono il 68 per cento in più rispetto alle 975 del 2024 e il numero più alto registrato dal 1989.

Per capire la scala: 1.639 esecuzioni in un anno significano più di 4 al giorno, una ogni 5 ore e mezza circa, notte e giorno, per 12 mesi. Oltre la metà di queste condanne, 852, è stata decisa dai Tribunali rivoluzionari, le corti speciali usate per i casi politici. Solo 113 esecuzioni, meno del 7 per cento, sono state annunciate dalle autorità: tutte le altre sono avvenute in silenzio.

Per la blasfemia il precedente c’è già. Iran Human Rights ricorda che nel 2023 due uomini sono stati impiccati con questa accusa. Il caso di Najmeh Amini, avverte l’organizzazione, rischia di allargare la pena di morte alla semplice espressione online. Ed è la prima volta che questa accusa colpisce con una condanna capitale una donna così giovane.

I precedenti: Rahnavard impiccato a Mashhad, Salehi salvato dalla pressione

Mashhad ha già visto cosa può succedere. Il 12 dicembre 2022 il regime impiccò in pubblico, proprio in quella città, Majidreza Rahnavard, 23 anni come Najmeh. Era stato arrestato durante le proteste nate dopo la morte di Mahsa Amini, fermata dalla polizia morale. Tra l’arresto e l’esecuzione passarono poche settimane.

Ma esiste anche il precedente opposto, e dimostra che la pressione internazionale funziona. Nell’aprile 2024 un Tribunale rivoluzionario di Isfahan condannò a morte il rapper Toomaj Salehi per le sue canzoni sulle proteste. Nel giugno 2024, dopo mesi di mobilitazione in tutto il mondo, la Corte suprema iraniana annullò la sentenza. Lo stesso passaggio, la Corte suprema, è quello che oggi aspetta Najmeh Amini.

L’Italia, poi, sa che il canale con Teheran esiste. Nel gennaio 2025 la giornalista Cecilia Sala è tornata a Roma dopo 3 settimane nel carcere di Evin, grazie a una trattativa diretta tra i due governi. Quando ha voluto, la diplomazia italiana ha saputo farsi ascoltare.

Cosa devono fare ora Italia e Unione europea

L’Iran ha firmato impegni precisi. Nel 1975 ha ratificato il Patto internazionale sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite. L’articolo 6 ammette la pena di morte solo per i crimini più gravi, l’articolo 19 protegge la libertà di espressione. Il Comitato Onu per i diritti umani, nel 2018, ha chiarito che per crimini più gravi si intendono solo gli omicidi intenzionali. Un post non uccide nessuno.

L’Italia ha un dovere in più. Dal 2007 è il Paese che promuove all’Assemblea generale dell’Onu la moratoria mondiale sulle esecuzioni. La nostra Costituzione, all’articolo 27, vieta la pena di morte. Questo vale con qualsiasi governo: in Italia nessun partito, di destra o di sinistra, può reintrodurla, e trasformare la storia di Najmeh in una rissa tra schieramenti italiani è un modo per non parlare di lei.

Un altro chiarimento è dovuto. Il regime di Teheran non coincide con l’Islam: le prime a sfidarlo, nel 2022, sono state le donne iraniane, musulmane per la maggior parte, al grido di «Donna, vita, libertà». Chi usa questa condanna per accusare un’intera religione fa un regalo a chi la ha pronunciata.

Per questo chiediamo tre cose concrete. La Farnesina convochi l’ambasciatore iraniano entro questa settimana e chieda per iscritto la sospensione della condanna e l’applicazione dell’articolo 263 del codice iraniano. Il Parlamento approvi una mozione unitaria, firmata da maggioranza e opposizione, con il nome di Najmeh Amini. L’Unione europea porti quel nome in ogni incontro con Teheran, finché la Corte suprema non annulla la sentenza.

Najmeh Amini ha 23 anni, ha scritto un post e la sua vita dipende da una firma che non è ancora stata messa: quella firma va fermata adesso.

Fonti

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Tag:Iran