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Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, ha accusato gli Stati Uniti di spingere l’Ucraina alla resa alle condizioni di Vladimir Putin. Lo ha detto martedì 20 ottobre 2026 nella plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo. Nelle stesse ore il segretario di Stato americano Marco Rubio ha telefonato per 45 minuti al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, arrivato a Oslo per incontrare gli inviati di Donald Trump.
La frase di Kallas pesa perché arriva dal vertice della diplomazia europea e colpisce l’alleato più importante. Noi diciamo che sul punto centrale ha ragione. Non serve un ordine scritto per spingere un Paese invaso alla resa. Bastano le parole pubbliche di Trump degli ultimi dieci giorni, la sospensione di alcune sanzioni a Mosca e l’idea di un vertice senza Kiev. Chi chiede all’Ucraina di cedere territorio deve dire chi la difenderà alla prossima invasione. Dopo la Crimea nel 2014 e l’attacco del 24 febbraio 2022, la risposta la conosciamo.
Cosa ha detto Kallas a Strasburgo il 20 ottobre
Il dibattito in aula riguardava l’escalation degli attacchi russi nel Mar Nero, contro le navi mercantili e sul territorio dell’Unione. Kallas ha detto che i negoziatori americani «da quasi due anni, da un anno e mezzo ormai» cercano di spingere l’Ucraina ad arrendersi. Ha aggiunto che Kiev non si è arresa alle condizioni di Putin «perché l’Europa ha sostenuto l’Ucraina» con aiuti politici, militari ed economici.
L’Alto rappresentante ha anche sostenuto che la Russia non sta vincendo sul campo di battaglia e per questo colpisce i civili e intensifica gli attacchi ibridi nel resto d’Europa. Ha ricordato che l’Ucraina aveva proposto un accordo sulla sicurezza nel Mar Nero e che Mosca lo ha respinto. La sua conclusione: l’Unione non accetta una pace che non sia «giusta e duratura» e le sanzioni restano. Il Parlamento europeo vota una risoluzione sul tema giovedì 22 ottobre.
Una precisazione sui tempi. Trump è tornato alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025, cioè 21 mesi fa. Kallas stessa si è corretta in aula passando da «quasi due anni» a «un anno e mezzo». La sostanza dell’accusa non cambia, ma i numeri vanno detti giusti.
La risposta di Rubio e la telefonata con Zelensky
Rubio ha parlato con Zelensky al telefono per 45 minuti martedì 20 ottobre. Il messaggio, riferito poi dallo stesso segretario di Stato ai giornalisti all’inizio di un viaggio in India, è che Trump non ha dato alcun ordine per danneggiare l’Ucraina. Rubio ha detto che nulla è cambiato nel sostegno americano e che «non c’è nulla che venga negato deliberatamente all’Ucraina». Ha definito «scandalose» le accuse arrivate da Kiev nei giorni precedenti.
Quelle accuse esistono e sono precise. Il governo ucraino sostiene di non aver ricevuto dagli Stati Uniti alcun preavviso prima dei missili balistici su Kiev di domenica 18 ottobre. Sarebbe la terza volta in pochi giorni. Kiev sostiene inoltre che Washington usa l’assistenza militare e l’accesso a servizi satellitari per spingerla a fermare gli attacchi alle raffinerie russe. Sono affermazioni del governo ucraino, che Rubio respinge. Il contrasto tra le due versioni è totale e va chiarito con i documenti, non con gli aggettivi.
Le parole di Trump del 19 ottobre e la sospensione delle sanzioni
Il punto debole della linea di Rubio sta nelle dichiarazioni pubbliche del suo presidente. Lunedì 19 ottobre, davanti ai giornalisti fuori dalla Casa Bianca, Trump ha detto che «la Russia, francamente, è stata brava sull’Ucraina» e che «non ha fatto molto». Ha aggiunto che è «tempo che qualcun altro negozi per conto dell’Ucraina». Il 10 ottobre aveva già detto che l’Ucraina dovrebbe «prendersi un nuovo leader capace di fare un accordo».
Nelle stesse settimane Trump ha sospeso alcune sanzioni contro la Russia, con la motivazione dichiarata di abbassare i prezzi del carburante negli Stati Uniti. Zelensky ha risposto che così Washington aiuta Putin. Trump ha replicato di «sostenere la fine della guerra» e, alla domanda su come la sospensione aiuti, ha risposto: «Perché è quello che faccio per mestiere». Infine ha detto di essere pronto a un vertice con Putin e con il presidente cinese Xi Jinping, «non tanto per l’Ucraina», senza Zelensky al tavolo.
Qui sta la contraddizione. Rubio dice che il sostegno non è cambiato. Il giorno prima il suo presidente ha lodato l’aggressore, chiesto di sostituire il negoziatore dell’aggredito e allentato le sanzioni. Un alleato non ha bisogno di un ordine scritto per capire da che parte pende il tavolo. È esattamente la pressione che Kallas descrive.
Cosa succede intanto in Ucraina: la strada Kiev-Odessa e gli attacchi dei giorni scorsi
Mentre a Strasburgo si discuteva, un drone russo ha colpito l’autostrada Kiev-Odessa vicino a Chabany, alle porte della capitale. Secondo la procura ucraina e i soccorritori sono morte almeno 3 persone e 2 auto hanno preso fuoco. Lunedì 19 ottobre un altro drone, di giorno, ha ucciso 6 persone in un parco, tra cui 2 bambini. Nella notte tra sabato e domenica Mosca ha lanciato su Kiev più di 12 missili balistici e ha preso di mira circa 30 impianti energetici in tutto il Paese.
Sono i fatti che pesano sulla frase di Trump sulla Russia «brava». La guerra su larga scala dura da 4 anni e mezzo. Chi considera normale questo ritmo di attacchi sta già accettando il punto di vista di Mosca.
Oslo: Zelensky incontra Witkoff con Norvegia e Finlandia
Zelensky è arrivato a Oslo martedì 20 ottobre. Il governo norvegese ha confermato l’incontro con l’inviato speciale americano Steve Witkoff, presente di persona, e con Jared Kushner, collegato in video. Al tavolo anche il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e il presidente finlandese Alexander Stubb. Il governo di Oslo ha spiegato che è stata l’Ucraina a chiedere a Norvegia e Finlandia di organizzare l’incontro. L’obiettivo dichiarato: riportare gli sforzi diplomatici «su una strada più costruttiva».
Zelensky ha detto di voler discutere il processo diplomatico, il rafforzamento della difesa aerea e la produzione congiunta di armi. Dal Cremlino il portavoce Dmitrij Peskov ha detto di sperare in una visita degli inviati americani a Mosca «nel prossimo futuro». Resta aperta la domanda chiave: quali condizioni gli Stati Uniti stiano chiedendo a Kiev. A oggi nessun documento è pubblico, e Kallas non ha citato atti a sostegno della sua accusa.
Il peso dell’Europa nei numeri e i precedenti del 1994 e del 2014
Kallas sostiene che l’Ucraina resiste grazie al sostegno europeo. I numeri ufficiali la confermano. Nel suo intervento alla plenaria del 9 settembre 2025 ha indicato quasi 169 miliardi di euro di sostegno dell’Unione e degli Stati membri dal 2022. Di questi, oltre 63 miliardi sono aiuti militari. Per capirsi: 169 miliardi sono più di 5 volte il bilancio annuale della difesa italiana. A quella data l’Unione aveva approvato 18 pacchetti di sanzioni contro la Russia.
I precedenti spiegano perché cedere territorio non compra la pace. Nel 1994, con il Memorandum di Budapest, l’Ucraina ha rinunciato all’arsenale nucleare in cambio dell’impegno di Russia, Stati Uniti e Regno Unito a rispettarne i confini. Nel 2014 la Russia si è annessa la Crimea e ha alimentato la guerra nel Donbass. Gli accordi di Minsk del 2014 e del 2015 hanno congelato il conflitto senza fermarlo. Il 24 febbraio 2022 è arrivata l’invasione su larga scala. Ogni concessione ha preceduto la guerra successiva, non l’ha chiusa.
A chi dice che gli aiuti europei sono soldi buttati rispondiamo con un dato: senza quei 169 miliardi Kiev sarebbe oggi al tavolo senza esercito e senza carte. Si può discutere su come spenderli meglio e su chi controlla la spesa. Non si può fingere che non abbiano tenuto in piedi un Paese.
La richiesta: condizioni pubbliche e posizione chiara del governo italiano
Chiediamo tre cose precise. Rubio e la Casa Bianca rendano pubbliche le condizioni che stanno chiedendo a Zelensky, e spieghino come si concilia il «nulla è cambiato» con le parole di Trump del 19 ottobre. Kallas e il Consiglio europeo mantengano le sanzioni e il finanziamento senza sconti, perché è l’unica leva che Mosca sente. Il governo italiano dica in Parlamento, prima del voto di Strasburgo di giovedì, se condivide la linea di Kallas e confermi il sostegno a Kiev.
La pace la vogliamo tutti. Ma una pace scritta dall’aggressore, come insegnano il 1994 e il 2014, prepara solo la prossima invasione.
Fonti
- Servizio europeo per l’azione esterna (2025). Ukraine: speech by High Representative/Vice-President Kaja Kallas at the EP Plenary.
- Servizio europeo per l’azione esterna (2026). Statement by the HR/VP on the escalation of Russian strikes in the EU, particularly on Black Sea shipping.
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