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Un gruppo di famiglie delle vittime del 7 ottobre e degli ostaggi ha presentato domenica 18 ottobre 2026 una denuncia per ottenere un’indagine penale su Netanyahu. La richiesta è rivolta alla procuratrice generale Gali Baharav-Miara e alla polizia israeliana. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha risposto nelle stesse ore con un appello per il voto del 27 ottobre: «o la destra o la Palestina».
La notizia conta perché mette a confronto due modi di rispondere alla strage più grave nella storia di Israele. Le famiglie chiedono giudici e documenti. Il premier offre uno slogan elettorale. Noi stiamo con le famiglie: chi governava il 7 ottobre 2023 deve rendere conto davanti a una commissione d’inchiesta indipendente, e doveva farlo prima di chiedere un nuovo mandato. Netanyahu lo promise lui stesso il 28 ottobre 2023, quando disse che tutti avrebbero dovuto dare risposte, «me compreso». Tre anni dopo quella commissione non esiste.
Cosa chiedono le famiglie e a chi
La denuncia è indirizzata alla procuratrice generale Gali Baharav-Miara e al capo della divisione investigazioni della polizia israeliana. Tra i firmatari ci sono Hagit e Ruby Chen, genitori del soldato Itay Chen, ucciso il 7 ottobre e il cui corpo fu portato a Gaza. Ci sono anche Sharon ed Eyal Eshel, genitori di Roni Eshel, soldatessa addetta alla sorveglianza uccisa nella base di Nahal Oz.
Il documento è stato depositato dagli avvocati Navot Tel-Zur, Tal Shapira, Ron Berkman e Shoni Albeck. Una giudice in pensione del tribunale distrettuale di Gerusalemme, Nava Ben-Or, ha firmato una dichiarazione a sostegno dell’analisi legale. Le famiglie chiedono di verificare tre ipotesi di reato: tentata truffa aggravata, frode e abuso di fiducia, divulgazione illecita di materiale riservato. Nella loro nota scrivono: «Ci aspettiamo che la procuratrice generale ordini un’indagine penale immediata». Sono accuse di parte, non accertate: spetta alla procura decidere se aprire un fascicolo.
Il documento di 55 pagine al centro della denuncia
La denuncia non riguarda direttamente gli errori militari del 7 ottobre. Riguarda il modo in cui il premier li ha raccontati dopo. Nel dicembre 2025 Netanyahu ha consegnato una risposta di 55 pagine al Controllore di Stato, l’organo che verifica l’operato del governo. Il testo è stato reso pubblico nel febbraio 2026.
Secondo le famiglie, quel documento cita in modo selettivo atti riservati, omette gli allarmi ricevuti prima dell’attacco e distorce le discussioni sul pericolo rappresentato da Hamas. I punti contestati sono tre. Il primo è il piano d’attacco di Hamas noto come «Muro di Gerico»: Netanyahu nega di averlo ricevuto, le famiglie sostengono che fu comunque informato di piani simili. Il secondo è il racconto sui fondi del Qatar finiti all’ala militare di Hamas. Il terzo è la gestione degli avvisi arrivati nelle settimane prima del 7 ottobre.
Il premier respinge tutto. In un’intervista televisiva del 14 ottobre ha detto di avere consegnato al Controllore di Stato «quasi 1.000 documenti» che smentiscono le accuse dei vertici della sicurezza. Ha anche attaccato la Corte Suprema, che ha sospeso l’esame del Controllore, e ha promesso di farlo ripartire se vincerà le elezioni. Due voci di peso contestano la sua versione. Avi Gil, suo ex segretario militare, ha dichiarato in tv che il documento pubblicato non rispecchia le riunioni a cui ha partecipato. Ronen Bar, ex capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna, ha fatto causa per diffamazione al premier chiedendo 3 milioni di shekel, circa 800 mila euro. Bar sostiene che le 55 pagine tagliano il contesto necessario a capire cosa fu raccomandato e cosa fu deciso.
La risposta del premier: «O la destra o la Palestina»
Netanyahu non ha commentato la denuncia. Ha scritto invece un messaggio sulle elezioni: «Queste elezioni sono cruciali per il nostro futuro: o la destra o la Palestina. O il nostro forte governo di destra o un governo di sinistra di Eisenkot con i partiti arabi, Yair Golan, Lieberman e Bennett».
Il quadro è questo. Si vota il 27 ottobre 2026 per i 120 seggi della Knesset, il parlamento israeliano. Sono in corsa 38 liste. È la prima volta che una coalizione israeliana arriva a fine legislatura da quarant’anni. I capi dell’opposizione, tra cui l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot e l’ex premier Naftali Bennett, promettono un limite ai mandati del primo ministro e il divieto per un imputato di guidare il governo. Quel divieto riguarda direttamente Netanyahu, imputato dal 2020 per corruzione, frode e abuso di fiducia in un processo ancora in corso. Nel novembre 2025 ha chiesto la grazia al presidente Isaac Herzog. Ridurre questo voto a una scelta tra destra e Palestina serve a spostare lo sguardo da tutto il resto.
Il sostegno di Trump a nove giorni dal voto
Domenica il presidente americano Donald Trump ha pubblicato sul suo social una lettera rivolta «al grande popolo di Israele». Ha dato a Netanyahu il suo «completo e totale sostegno». Ha aggiunto una frase che pesa: se Israele sceglierà il leader sbagliato, cioè chiunque altro, l’America dovrà fare il lavoro da sola e lui non ha voglia di farlo. Netanyahu lo ha ringraziato subito su X.
Un presidente straniero che lega il proprio aiuto al nome del vincitore interferisce in un voto democratico. Gli israeliani hanno il diritto di scegliere senza condizioni poste da Washington. Lo diremmo di qualsiasi presidente americano e di qualsiasi candidato israeliano.
La commissione d’inchiesta che non c’è e il precedente del 1973
In Israele una legge del 1968 prevede la commissione d’inchiesta statale: la guidano giudici scelti dal presidente della Corte Suprema, con poteri di convocare testimoni e documenti. Il governo Netanyahu non l’ha mai istituita per il 7 ottobre. Nel novembre 2025 ha proposto una commissione alternativa, con regole e perimetro decisi dai ministri. Le famiglie l’hanno respinta: Gil Dickmann, cugino di una donna uccisa in prigionia, la definì «una truffa marcia».
Altri hanno già risposto dei propri errori. Il capo di stato maggiore Herzi Halevi si è dimesso nel gennaio 2025. Lo Shin Bet ha ammesso le proprie mancanze in un rapporto interno del marzo 2025. Il precedente storico è chiaro: dopo la guerra del Kippur del 1973 Israele affidò l’inchiesta alla Commissione Agranat, guidata dal presidente della Corte Suprema. Nell’aprile 1974 la premier Golda Meir si dimise. Un Paese sotto attacco seppe guardare i propri errori in pochi mesi. Oggi, dopo tre anni, il Consiglio di Ottobre, che riunisce ex ostaggi, sopravvissuti e famiglie, ha dovuto condurre un’indagine per conto proprio. Il 4 ottobre ha presentato le sue conclusioni, secondo cui il premier avrebbe ignorato allarmi ripetuti. Il 13 ottobre decine di ex ostaggi e parenti hanno chiesto per lettera la pubblicazione integrale di verbali, registrazioni e registri delle riunioni di sicurezza. Sono accuse e richieste di parte. Proprio per questo serve chi le verifichi con poteri veri.
Chi deve fare cosa
A chi oggi chiama Netanyahu criminale per il 7 ottobre rispondiamo con un fatto: nessun documento pubblico prova che sapesse dell’attacco e abbia lasciato fare. È documentato che gli allarmi esistevano e che qualcuno non li ha ascoltati. Chi, e a quale livello, lo deve stabilire un’inchiesta indipendente che non è mai stata fatta.
- La procuratrice generale Baharav-Miara valuti la denuncia nei tempi ordinari e senza pressioni politiche, in un senso o nell’altro.
- Netanyahu pubblichi i verbali integrali delle riunioni di sicurezza, con le sole omissioni imposte dalla censura militare, e istituisca la commissione statale prevista dalla legge del 1968.
- La prossima Knesset, chiunque la guidi, approvi la commissione statale come primo atto.
- La Casa Bianca lasci che a scegliere il governo di Israele siano gli israeliani.
Le famiglie hanno perso figli e figlie e chiedono giudici. Il premier che quel giorno governava risponde con uno slogan. Una strage non si archivia con una campagna elettorale.
Fonti
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