Alice Weidel chiede riforme radicali dell’Ue: «Siamo sotto assedio», disordini legati a sinistra e migranti

Alice Weidel a Strasburgo chiede riforme radicali dell'Ue e lega i disordini a sinistra e migranti. I dati Bka, il precedente Dexit e i costi della Brexit.

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Alice Weidel, leader di Alternative für Deutschland, ha chiesto riforme radicali dell’Ue in una conferenza stampa al Parlamento europeo di Strasburgo, mercoledì 21 ottobre 2026. Ha parlato di un’Europa «sotto una sorta di assedio» e ha collegato i disordini in Francia, Italia e Germania ad «ambienti legati alla sinistra e ai contesti migratori». Ha proposto anche di uscire da Schengen se l’accordo «non funziona più».

La notizia conta perché Weidel parla a nome del secondo partito tedesco, votato da un elettore su cinque nel febbraio 2025. E ha torto su due punti. Primo: attribuisce le violenze di piazza a due categorie intere senza citare un episodio, una data o un numero. Secondo: chiama «riforma» un progetto che, per sua stessa ammissione del gennaio 2024, ha come alternativa dichiarata l’uscita della Germania dall’Ue. Entrambe le cose si misurano con i dati, e i dati non le danno ragione.

Cosa ha detto Weidel a Strasburgo il 21 ottobre

Nella conferenza stampa, Weidel ha sostenuto che l’Ue «così com’è strutturata ci sta privando sia del nostro benessere materiale che di quello immateriale». Ha citato la perdita di potere d’acquisto, l’inflazione e le «frontiere aperte».

Poi la frase sui disordini: «Siamo sotto una sorta di assedio: abbiamo visto i disordini in Francia, ma anche in Italia e in Germania, dove sono state annunciate ulteriori sommosse, principalmente da parte di ambienti legati alla sinistra e ai contesti migratori».

Sui confini è stata netta: «Se l’accordo di Schengen non funziona più, dobbiamo uscirne e provvedere autonomamente alla difesa delle nostre frontiere». E sull’Europa: se fallisce nei compiti dei trattati, «dovremmo avere il diritto di porre il veto e di chiamarci fuori da questo caos».

Ha infine elencato i tre pilastri della riforma che l’AfD vuole: sussidiarietà, responsabilità e sovranità. Ha accusato la Bce di finanziare il debito degli Stati e ha definito la Commissione europea un organo «che non è eletta».

Il collegamento con sinistra e migranti: nessun episodio, nessun numero

Qui sta il primo punto debole. Weidel ha nominato tre Paesi e due categorie di responsabili, ma nessun fatto preciso. Non ha detto quali disordini, in quali città, in quali date, con quanti arresti. Non ha citato una statistica di polizia, né francese, né italiana, né tedesca.

Un’accusa senza fatti non si può verificare, e un’accusa che non si può verificare non vale come argomento politico. Chi guida un partito da 152 deputati su 630 al Bundestag ha i mezzi per procurarsi i dati. Se non li porta, è una scelta.

Vale la pena ricordare che le violenze di piazza hanno autori con passaporti e bandiere diverse. Chi spacca una vetrina o aggredisce un agente va identificato e processato, chiunque sia. La legge non chiede da che parte stia e da dove venga. Chiede chi è stato.

Cosa dicono i numeri della polizia tedesca sul 2024

I dati più recenti e completi sulla Germania sono quelli della statistica criminale del Bundeskriminalamt, presentata dal ministero dell’Interno nell’aprile 2025. Nel 2024 la polizia tedesca ha registrato 5.837.445 reati, l’1,7% in meno rispetto al 2023. Il calo dipende in buona parte dalla parziale legalizzazione della cannabis dal 1° aprile 2024.

La criminalità violenta è invece salita dell’1,5%, a 217.277 casi, il livello più alto dal 2007. Sono cresciuti gli indagati minorenni e gli indagati stranieri per reati violenti, questi ultimi del 7,5%, fino a 85.012 persone. Per la prima volta il Bka ha calcolato un indice che tiene conto della popolazione, per confrontare tedeschi e non tedeschi in modo corretto.

Quindi il problema sicurezza in Germania esiste, soprattutto sulle violenze, e i dati lo dicono senza bisogno di slogan. Ma lo stesso rapporto mostra che i reati complessivi scendono e che i sospettati totali sono calati del 2,8%. Chi vuole discutere di sicurezza ha questi numeri a disposizione. Weidel non li ha usati.

La parola «riforma» e la porta d’uscita dichiarata nel gennaio 2024

Il secondo punto debole riguarda il significato della riforma chiesta a Strasburgo. Nel gennaio 2024 Weidel ha rilasciato un’intervista al Financial Times in cui ha definito la Brexit un modello per la Germania. Ha detto che, se una riforma dell’Ue non fosse possibile, «dovremmo lasciare decidere il popolo, come ha fatto la Gran Bretagna», con un referendum sulla Dexit, l’uscita tedesca dall’Unione.

La posizione del 2024 e quella di oggi si incastrano. Prima la riforma, e se la riforma non arriva, il referendum. Il 21 ottobre ha ripetuto la stessa logica con parole diverse: il «diritto di chiamarci fuori». Per questo la richiesta di riforme non si può leggere da sola. Ha un’alternativa già annunciata dalla stessa persona.

Quanto costa uscire: i conti di Londra e l’export tedesco

Il modello che Weidel indica ha un prezzo misurato da un ente pubblico. L’Office for Budget Responsibility, l’ufficio britannico indipendente che controlla i conti dello Stato, stima che l’accordo commerciale post-Brexit riduca la produttività del Regno Unito del 4% nel lungo periodo, rispetto a restare nell’Ue. In parole semplici: per ogni 100 euro di ricchezza che il Paese avrebbe prodotto, 4 spariscono in modo permanente. Circa due quinti di questa perdita erano già visibili nei dati quando l’accordo è entrato in vigore, nel gennaio 2021.

Per la Germania il conto sarebbe più pesante, perché la sua economia vive di esportazioni. I dati mensili dell’istituto statistico federale Destatis lo mostrano: nel maggio 2024 le merci vendute all’estero valevano 131,6 miliardi di euro, e 72,3 miliardi sono andati in Paesi Ue. A ottobre 2024 il rapporto era 68,9 su 124,6. In entrambi i casi più della metà dell’export tedesco resta dentro il mercato unico.

Questo riguarda anche l’Italia, perché la Germania è il primo cliente delle nostre imprese. Una Germania fuori dall’Ue, con dazi e controlli, colpirebbe le fabbriche del Nord che producono componenti per l’industria tedesca. La Dexit non è un affare interno di Berlino.

Il peso di Weidel e il fascicolo aperto in Germania

Alle elezioni federali del 23 febbraio 2025 l’AfD ha ottenuto il 20,8% dei voti, secondo i dati dell’ufficio elettorale federale, raddoppiando il 10,4% del 2021. Ha 152 seggi su 630, quasi un deputato su quattro. È il secondo partito dopo la Cdu-Csu di Friedrich Merz. Quando Weidel parla a Strasburgo, parla per una fetta enorme dell’elettorato tedesco.

Proprio per questo pesa anche l’altro dato. Nel maggio 2025 l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, il servizio interno tedesco, ha classificato l’AfD come organizzazione di estrema destra accertata. Il partito ha fatto ricorso al tribunale amministrativo di Colonia. L’ufficio ha preso un impegno di sospensione: non userà quella classificazione fino alla decisione dei giudici, mentre resta l’osservazione come «caso sospetto». La questione è quindi davanti a un tribunale e non è chiusa. Ma chi chiede ordine e rispetto delle regole all’Europa deve sapere che a casa sua un’autorità dello Stato ha aperto un fascicolo sul suo partito.

Cosa chiediamo

Ad Alice Weidel chiediamo due cose precise. Indichi quali disordini intende, con luoghi, date e fonti, oppure ritiri il collegamento tra violenze, sinistra e migranti. E dica con chiarezza se il referendum sulla Dexit resta nel programma dell’AfD, perché chi vota ha il diritto di sapere cosa c’è dietro la parola «riforma».

Ai governi di Roma, Parigi e Berlino chiediamo di pubblicare dati aggiornati su chi commette violenze nelle piazze: nazionalità, età, appartenenza a gruppi organizzati. Sono numeri che la polizia già raccoglie. Renderli pubblici toglie spazio a chi accusa categorie intere senza prove e aiuta chi vuole punire i responsabili veri.

Chi guida un partito da un elettore su cinque deve portare i numeri, non la paura.

Fonti

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Tag:Politica