Pensioni 2027, si esce a 67 anni e un mese: con 300mila euro di contributi 282 euro lordi in meno all’anno

Pensioni 2027: nuovi coefficienti del ministero del Lavoro e un mese in più per uscire. Quanto si perde, chi recupera e perché la regola resta.

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Dal 1° gennaio 2027 la pensione di vecchiaia si prende a 67 anni e un mese e gli assegni calcolati con il metodo contributivo scendono a parità di età. Lo fissano il decreto direttoriale del 16 ottobre 2026 del ministero del Lavoro guidato da Marina Calderone, firmato con il ministero dell’Economia, e la legge di bilancio 2026. Ecco cosa cambia per le pensioni 2027 e quanto si perde.

La notizia conta perché tocca tutti quelli che usciranno dal lavoro nei prossimi due anni e, in prospettiva, chi oggi ha 30 o 40 anni. Noi diciamo una cosa netta: il meccanismo è giusto, perché viviamo più a lungo e nascono sempre meno bambini, e i dati di Istat e Ragioneria lo dimostrano. Ha torto chi per anni ha promesso di abolire la legge Fornero e oggi, al governo, la applica con un decreto. Non è un dettaglio tecnico: è una promessa pubblica messa alla prova dai numeri.

Cosa dice il decreto del ministero del Lavoro sui coefficienti

Il decreto direttoriale n. 154 del 16 ottobre 2026 aggiorna i coefficienti di trasformazione per il biennio 2027-2028. Il coefficiente è la percentuale che trasforma il montante, cioè la somma dei contributi versati e rivalutati, in pensione annua lorda. Più alta è l’età di uscita, più alto è il coefficiente, perché l’assegno va pagato per meno anni.

La revisione è obbligatoria ogni due anni in base all’articolo 1, comma 11, della legge 335 del 1995, la riforma Dini. Si fonda sulle tavole di mortalità dell’Istat e sull’andamento del Pil. Il risultato di quest’anno è che a 67 anni il coefficiente passa dal 5,608% in vigore nel 2025-2026 al 5,514%. A 68 anni scende dal 5,808% al 5,707%. A 71 anni, l’età massima della tabella, cala dal 6,510% al 6,382%.

In termini percentuali il taglio va da poco più dell’1,2% per chi esce a 57 anni a quasi il 2% per chi esce a 71. Vale per tutte le pensioni con decorrenza dal 1° gennaio 2027 al 31 dicembre 2028.

Quanto si perde: il conto su 300mila euro di contributi

Facciamo il calcolo con la tabella ufficiale. Un lavoratore con un montante di 300mila euro che esce a 67 anni nel 2026 ottiene 16.824 euro lordi all’anno. Lo stesso lavoratore, con gli stessi contributi, se esce nel 2027 ottiene 16.542 euro. La differenza è di 282 euro lordi all’anno, cioè circa 22 euro al mese su tredici mensilità: una spesa al supermercato.

Il taglio però riguarda solo la quota contributiva dell’assegno. Chi ha versato contributi prima del 1996 ha una parte di pensione calcolata con il vecchio metodo retributivo, che i coefficienti non toccano. Per questi lavoratori la perdita effettiva è più piccola di quella dell’esempio.

C’è un secondo fatto che spesso si dimentica. Chi rinvia l’uscita recupera, perché il coefficiente cresce con l’età. Con 300mila euro di montante, uscire a 68 anni nel 2027 vale 17.121 euro lordi: 297 euro in più rispetto a chi esce a 67 anni nel 2026 con i vecchi coefficienti, senza contare i contributi aggiuntivi di un anno di lavoro.

L’età di pensione dal 2027: un mese in più, tre dal 2028

Il secondo cambiamento riguarda i requisiti. L’adeguamento alla speranza di vita, calcolato dal decreto del ministero dell’Economia del 19 dicembre 2025, era di tre mesi. La legge di bilancio 2026 lo ha diluito: un mese nel 2027 e tre mesi dal 2028. La pensione di vecchiaia passa quindi a 67 anni e un mese nel 2027 e a 67 anni e tre mesi nel 2028.

Salgono anche i requisiti della pensione anticipata, quella che si prende con i soli contributi. Nel 2027 servono 42 anni e 11 mesi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Nel 2028 si arriva a 43 anni e un mese per gli uomini e 42 anni e un mese per le donne. L’Inps ha spiegato le regole con la circolare n. 28 del 16 marzo 2026 e ha confermato che i lavoratori addetti ad attività gravose restano esclusi dall’aumento.

Quanto salirà l’età dopo il 2028 non si sa ancora: dipende dai dati Istat dei prossimi anni.

Perché la regola esiste: i numeri di Istat e Ragioneria

Il legame tra pensioni e speranza di vita non è una scelta ideologica. Secondo gli indicatori demografici Istat, nel 2024 la speranza di vita alla nascita è salita a 83,4 anni, quasi cinque mesi in più del 2023 e sopra i livelli precedenti alla pandemia. Nello stesso anno sono nati 370mila bambini, il minimo storico, contro i 526mila del 1995. La popolazione residente è scesa a 58 milioni e 934mila persone e cala senza sosta dal 2014.

Il sistema italiano funziona a ripartizione: i contributi di chi lavora oggi pagano le pensioni di oggi. Meno nati e più anni di vita significano meno lavoratori per ogni pensionato e assegni da pagare più a lungo. La Ragioneria generale dello Stato, nel rapporto 2026 sulle tendenze di medio-lungo periodo, prevede che la spesa per pensioni salga al 15,3% del Pil nei prossimi anni e tocchi il 17,1% nel 2041, per poi restare su quel livello per tre anni.

In concreto: ogni mese di pensione in più per chi esce oggi lo pagano, con i contributi o con il debito, i trentenni di oggi. O si esce un po’ più tardi, o qualcuno paga il conto.

La contraddizione: chi prometteva di abolire la Fornero oggi la applica

Il meccanismo non l’ha inventato Elsa Fornero. L’adeguamento dei requisiti alla speranza di vita è stato introdotto dall’articolo 22-ter del decreto legge 78 del 2009, governo Berlusconi, con Giulio Tremonti all’Economia. L’articolo 12 del decreto legge 78 del 2010 lo ha reso strutturale a partire dal 2015. La riforma del dicembre 2011 lo ha solo anticipato al 2013. Da allora governi di destra, di sinistra e tecnici lo hanno confermato: quindici anni di continuità.

Nel maggio 2018 Lega e Movimento 5 Stelle hanno scritto nel loro contratto di governo l’obiettivo di superare la legge Fornero. Matteo Salvini, segretario della Lega, ha ripetuto quella promessa in ogni campagna elettorale. Oggi la Lega siede al ministero dell’Economia con Giancarlo Giorgetti, che ha firmato con il ministero del Lavoro il decreto del 19 dicembre 2025 sull’adeguamento dei requisiti. La legge di bilancio ha spalmato lo scatto in due tempi, ma non lo ha cancellato.

Questo è il punto. Una promessa ripetuta per anni si scontra con un atto firmato dallo stesso partito. Non c’è nulla di illegittimo: c’è una promessa che i conti pubblici non permettevano di mantenere. E chi ha potere deve dirlo.

Baby pensioni e Quota 100: due fatti da tenere separati

Molti lettori collegano gli aumenti di età alle pensioni concesse negli anni Settanta ai dipendenti pubblici con pochi anni di servizio, le cosiddette baby pensioni. Il fatto è vero, ma va precisato: quelle regole, che per le dipendenti pubbliche sposate con figli permettevano l’uscita con 14 anni, 6 mesi e un giorno, sono state chiuse dalla riforma Amato del 1992. Chi ne ha beneficiato ha diritti acquisiti riconosciuti da sentenze; un taglio retroattivo non è nelle leggi vigenti.

Il costo più recente delle uscite anticipate ha invece un nome: Quota 100. Secondo il bilancio dell’Inps, al 31 dicembre 2021 le domande accolte erano 379.860, su 481.444 presentate. Fu la misura bandiera della Lega nel 2019. Quei pensionamenti anticipati pesano ancora sulla spesa che la Ragioneria vede crescere fino al 2041.

Cosa chiediamo

Chiediamo a Matteo Salvini e a Giancarlo Giorgetti di dire in chiaro, in Parlamento, che l’adeguamento alla speranza di vita resta e resterà, perché gli atti firmati dal loro governo lo confermano. Chiediamo al governo di destinare le risorse delle uscite anticipate alla previdenza complementare dei giovani, che con coefficienti in calo ogni due anni avranno gli assegni più leggeri di tutti. Chiediamo al ministero del Lavoro di pubblicare, con ogni decreto sui coefficienti, una simulazione ufficiale e leggibile per fasce di età e di montante.

Ai lavoratori diciamo una cosa pratica: controllate l’estratto conto contributivo sul sito dell’Inps e valutate un fondo pensione. Chi ha 30 o 40 anni deve decidere adesso, non a 60.

La speranza di vita non si abolisce con uno slogan: i numeri non votano, ma presentano sempre il conto.

Fonti

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