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L’Italia ha spostato 4,9 miliardi di euro dai fondi di coesione europei 2021-2027 verso competitività industriale e difesa, seconda in Europa per importo. La ricostruzione è della giornalista Alessia Grossi sul Fatto Quotidiano del 21 ottobre 2026, sui dati della revisione intermedia promossa dal commissario Ue Raffaele Fitto. Oltre metà dei soldi, circa 2,5 miliardi, esce dai programmi delle regioni del Sud. Dalla sola Sicilia partono 902 milioni.
La notizia conta perché i fondi di coesione hanno uno scopo fissato dai Trattati europei: ridurre il divario tra regioni ricche e regioni povere. Noi non siamo contro la difesa. L’Italia ha preso impegni con la Nato e deve rispettarli. Ma la difesa si paga con il bilancio dello Stato, votato dal Parlamento, non svuotando i programmi per scuole, ricerca e lavoro di giovani e donne nel Mezzogiorno. Il governo ha scelto la strada più comoda: usare soldi già assegnati al Sud invece di trovarne di nuovi. È una scelta che va cambiata.
Cosa prevede la revisione intermedia decisa a Bruxelles
Il 1° aprile 2025 la Commissione europea ha presentato la comunicazione COM(2025) 163, firmata dal vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto. Il testo cambia le regole dei fondi di coesione a metà del ciclo 2021-2027. Gli Stati e le Regioni possono spostare parte delle risorse su cinque nuove priorità: competitività, difesa e protezione civile, case a prezzi accessibili, gestione dell’acqua, transizione energetica.
Il 25 marzo 2026 la Commissione ha pubblicato i risultati. In tutta l’Unione sono stati riprogrammati 34,6 miliardi, quasi il 10% dell’intero bilancio della coesione, che vale 367 miliardi. Di questi, secondo le dichiarazioni dei vicepresidenti Roxana Mînzatu e Raffaele Fitto, 11,9 miliardi vanno a investimenti a doppio uso civile e militare: droni, spazio, mobilità militare.
Un punto va chiarito subito: spostare i fondi è una facoltà, non un obbligo. Austria e Lussemburgo non hanno spostato nulla. Ogni governo che usa questa possibilità ne risponde ai propri cittadini.
I numeri dell’Italia: 7 miliardi riprogrammati, 4,9 verso industria e difesa
Il 26 marzo 2026 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato il risultato: «L’Italia ha chiesto e ottenuto in Europa, nell’ambito della revisione di medio termine della politica di coesione, un risultato molto significativo: la riprogrammazione di oltre 7 miliardi di euro». Il ministro per gli Affari europei, la coesione e il Pnrr Tommaso Foti ha parlato di una sfida «raccolta con determinazione». L’Ance, l’associazione dei costruttori, conferma: per l’Italia sono stati riallocati più di 7 miliardi, soprattutto verso la competitività del sistema produttivo.
Dentro questi 7 miliardi stanno i 4,9 miliardi di cui parla il Fatto Quotidiano, destinati a competitività industriale e difesa. La ripartizione è questa:
- 2,8 miliardi (il 57,6%) allo sviluppo e alla produzione delle cosiddette tecnologie critiche;
- 182 milioni alla mobilità militare, cioè strade, ponti e ferrovie adatti al passaggio di mezzi pesanti;
- 7 milioni alla prontezza civile, cioè la capacità di reagire a emergenze.
Per capire la scala: 4,9 miliardi equivalgono a circa 80 euro per ogni abitante del Paese, neonati compresi. Il percorso è iniziato prima dell’annuncio di marzo. Già nell’autunno 2025 la Cabina di regia per la coesione, presieduta da Foti, aveva esaminato una riprogrammazione da 2,6 miliardi verso le priorità strategiche, sulla base delle intenzioni comunicate dalle Regioni.
Da dove escono i soldi: Sicilia, Campania, Puglia e tre programmi nazionali
Il punto più pesante è l’origine delle risorse. Secondo la ricostruzione del Fatto Quotidiano, i programmi regionali del Sud cedono queste cifre: 902 milioni la Sicilia, 581 la Campania, 471 la Puglia, 279 la Calabria, 218 la Sardegna, 50 il Molise, 49 la Basilicata. In totale fanno quasi 2,55 miliardi, cioè il 52% dell’intera riallocazione. Più di un euro su due viene dal Mezzogiorno.
A questo si aggiungono tagli per 1,4 miliardi a tre programmi nazionali: Scuola e competenze, Ricerca innovazione e competitività, Giovani donne e lavoro. Il dato trova riscontro nei documenti del governo. Una brochure del Dipartimento per le politiche di coesione conta 1,4 miliardi mossi dai programmi nazionali, tra cui 200 milioni dal programma Giovani, donne e lavoro e 602 milioni da Ricerca, innovazione e competitività. Il Ministero del Lavoro, sul sito del programma, spiega che la riprogrammazione di agosto 2025 ha rafforzato gli incentivi all’assunzione di giovani e donne. Vuol dire che il programma è stato riorganizzato, ma con una dote ridotta.
Il Dipartimento per le politiche di coesione elenca inoltre 15 programmi operativi che hanno già spostato risorse sulla piattaforma Step. Tra i primi dieci, alla scadenza del 31 agosto 2024, figurano il Programma nazionale Ricerca e innovazione e il programma della Calabria. Sei regioni hanno scelto di destinare una parte dei fondi direttamente alla difesa: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Lombardia, Molise e Sicilia.
Cosa sono le tecnologie critiche e quanto va davvero alle armi
Qui serve precisione, perché il dibattito pubblico ha spesso ridotto tutto a «soldi alle armi». Le tecnologie critiche sono quelle della piattaforma europea Step, istituita dal regolamento (UE) 2024/795: digitale e intelligenza artificiale, tecnologie pulite, biotecnologie. Con la revisione del 2025 la lista si è allargata alla difesa. Un’azienda che produce chip, batterie o farmaci può quindi ricevere questi fondi tanto quanto una che produce componenti militari.
Le voci esplicitamente militari valgono 182 milioni per la mobilità militare, meno del 4% del totale. Il resto è industria, con una quota di difesa che il governo non ha ancora quantificato. Il problema, per noi, non è il singolo progetto. È la cassa da cui si preleva: una cassa nata per dare a un ragazzo di Caltanissetta le stesse possibilità di uno di Bolzano.
Il contrasto tra gli annunci del governo e i conti
Nella dichiarazione del 26 marzo 2026 Meloni ha indicato come destinazioni dei 7 miliardi la competitività, gli alloggi a prezzi calmierati e le misure sull’energia. La difesa non compare tra le priorità rivendicate. I dati della Commissione, invece, collocano l’Italia al secondo posto in Europa per risorse spostate su competitività e difesa. Non diciamo che la dichiarazione sia falsa: diciamo che racconta una parte del quadro e tace l’altra.
Lo stesso vale sull’origine delle risorse. Nessun comunicato del governo spiega che oltre metà dei fondi riallocati esce dai programmi del Sud. Eppure l’articolo 174 del Trattato sul funzionamento dell’Unione affida alla coesione il compito di ridurre il divario tra le regioni. L’articolo 119 della Costituzione chiede allo Stato risorse aggiuntive per rimuovere gli squilibri economici e sociali. Per il Pnrr, nel 2021, una norma ha fissato almeno il 40% delle risorse al Sud. Per questa riprogrammazione non esiste alcuna garanzia simile.
Perché il taglio a giovani e donne pesa di più in Italia
I dati Eurostat spiegano perché questa scelta è sbagliata proprio qui. Nel 2024 l’Italia ha avuto il tasso di occupazione più basso dell’Unione: 67,1% tra i 20 e i 64 anni, contro una media europea vicina al 76%. Nel 2025 il dato italiano è salito al 67,7%, ma siamo rimasti ultimi.
Sul lavoro femminile la distanza è ancora più larga. In Europa, nel 2024, lavorava l’80,8% degli uomini e il 70,8% delle donne, con un divario di 10 punti. In Italia il divario tra uomini e donne è di 19,4 punti, il più alto dei 27 Paesi, davanti a Grecia e Romania. Tagliare 200 milioni a un programma che si chiama Giovani, donne e lavoro nel Paese con il peggior divario d’Europa non è una scelta strategica. È una rinuncia.
Cosa chiediamo al governo e alle Regioni
La difesa va finanziata. Al vertice Nato dell’Aia, nel giugno 2025, l’Italia ha accettato l’obiettivo del 5% del Pil entro il 2035, e noi condividiamo quell’impegno. Proprio per questo la spesa militare merita una voce chiara nella legge di bilancio, discussa e votata dal Parlamento, non i ritagli dei fondi per le scuole siciliane o per la ricerca pugliese.
Chiediamo tre cose precise:
- il ministro Tommaso Foti porti in Parlamento l’elenco completo dei progetti finanziati con i 4,9 miliardi, regione per regione, con l’indicazione di quanta parte riguarda la difesa;
- governo e Regioni garantiscano per iscritto che almeno il 40% dei 2,8 miliardi per le tecnologie critiche resti nel Mezzogiorno sotto forma di stabilimenti e assunzioni, come già vale per il Pnrr;
- i presidenti delle Regioni che hanno ceduto risorse, a partire dalla Sicilia, spieghino ai loro cittadini cosa hanno ottenuto in cambio.
La rabbia di chi vive al Sud e vede partire questi soldi poggia su numeri veri. Va rivolta a chi ha firmato le riprogrammazioni, a Roma e nei palazzi regionali, non a chi li ha votati.
Il Sud non può fare da bancomat alla difesa: la sicurezza del Paese si paga alla luce del sole, nel bilancio dello Stato.
Fonti
- Commissione europea (2025). COM(2025) 163 final, A modernised Cohesion policy: The mid-term review.
- Commissione europea, DG Regio (2026). Results of the Mid-Term Review of cohesion policy.
- Ministro per gli Affari europei, la coesione e il Pnrr (2025). Coesione: Foti, con riprogrammazione indirizzati 2,6 mld verso priorità strategiche.
- Dipartimento per le politiche di coesione (2025). Coesione Italia, brochure sulle risorse e le riprogrammazioni.
- Dipartimento per le politiche di coesione (2025). Riprogrammazioni dei programmi della politica di coesione 2021-2027 in chiave STEP.
- Dipartimento per le politiche di coesione (2026). Quadro STEP Italia: risorse, programmi, settori.
- Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali (2025). Programma nazionale Giovani, donne e lavoro FSE+ 2021-2027.
- Eurostat (2026). Women at work: a snapshot of EU’s gender employment gap.
- Eurostat (2025). EU’s employment rate reached almost 76% in 2024.
- Eurostat (2026). EU’s employment rate grew above 76% in 2025.
- ANCE (2026). Fondi di coesione UE: in Italia riprogrammati più di 7 miliardi.
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