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«Faccio nove ore ogni giorno per 1.400 euro al mese, e sono due mesi che lo stipendio non lo vedo». D., 36 anni, lavora come dipendente in provincia di Padova e ci ha raccontato la sua storia in un messaggio arrivato alla redazione questa settimana. Il suo caso risponde a una domanda che molti si fanno: cosa succede se lo stipendio arriva in ritardo, o non arriva affatto. Per lui vuol dire 2.800 euro che mancano e un affitto che scade comunque.
Il lavoratore racconta la fatica senza giri di parole. «Ho fatto la mia parte tutti i giorni», dice, «e adesso mi tocca quasi supplicare per avere soldi che ho già sudato». Il conto glielo presenta la vita di tutti i giorni: «Affitto, luce, gas, spesa: niente di tutto questo si ferma ad aspettarmi. E nemmeno le cose di cui devo rispondere».
Non chiede privilegi. «Non domando una cortesia», scrive D. «Domando la paga per le ore che ho lavorato». Poi aggiunge la frase che pesa di più: «Io stringo la cinghia ogni giorno, mentre chi mi deve pagare non mantiene nemmeno la parola data. Anche la pazienza di chi lavora con onestà finisce, e quella persona merita rispetto».
Il datore di lavoro non lo nominiamo e non abbiamo sentito la sua versione: il racconto è quello del dipendente. Ma la sua storia non è un caso isolato. Due mensilità saltate con un orario pieno sono una condizione che in Italia vivono decine di migliaia di persone, e lo dicono i numeri dello Stato.
Più di 32mila lavoratori hanno chiesto aiuto all’Ispettorato del lavoro nel 2025
Nel 2025 i lavoratori hanno presentato all’Ispettorato nazionale del lavoro (INL) 32.718 richieste d’intervento, quasi 90 al giorno, secondo il Rapporto annuale sull’attività di vigilanza 2025. Sono le segnalazioni con cui un dipendente chiede agli ispettori di occuparsi del suo rapporto di lavoro.
Il rapporto non le divide per motivo, ma la strada che l’Ispettorato sceglie più spesso dice molto. In 15.758 casi, il 48,2% del totale, gli uffici hanno convocato lavoratore e datore per una conciliazione monocratica: un accordo firmato davanti a un funzionario pubblico su quanto va pagato. Quando entrambi si presentano, l’accordo arriva quasi sempre. Delle 8.414 conciliazioni tentate con le due parti presenti, 6.103, il 72,5%, si sono chiuse con esito positivo.
Resta l’altra metà. In oltre 7.300 casi convocati almeno una delle due parti non si è presentata, e la pratica ha dovuto prendere altre strade.

Se lo stipendio arriva in ritardo, la legge lo tratta come un debito che cresce
Se lo stipendio arriva in ritardo, il lavoratore ha diritto a riceverlo con interessi e rivalutazione dal giorno in cui andava pagato, come prevede l’articolo 429 del codice di procedura civile. Il diritto si prescrive in cinque anni. La Corte di cassazione, con la sentenza 26246 del 6 settembre 2022, ha stabilito che per gran parte dei dipendenti del settore privato quei cinque anni cominciano a contare solo dalla fine del rapporto.
La busta paga non è una gentilezza dell’azienda. L’articolo 36 della Costituzione parla di una retribuzione sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia «un’esistenza libera e dignitosa». La data in cui va pagata la fissano il contratto collettivo e la lettera di assunzione: superata quella, l’azienda è in ritardo. Il primo passo utile è un sollecito scritto, via PEC o raccomandata, con i mesi e la cifra dovuti, che resta come prova.
Uno stipendio non pagato non è un ritardo, è un debito.
Il torto qui è chiaro. Un’azienda che per due mesi usa il lavoro di un dipendente senza pagarlo si fa prestare soldi da lui a interessi zero. E fa concorrenza sleale alle imprese che pagano puntuali ogni mese. In un mercato libero chi non riesce a pagare gli stipendi si ristruttura o chiude: non scarica il rischio d’impresa su chi guadagna 1.400 euro.
La diffida dell’ispettore funziona, ma solo un’azienda su cinque paga subito
La diffida accertativa è l’ordine scritto con cui l’ispettore, dopo aver verificato i crediti del lavoratore, intima al datore di lavoro di pagare quanto deve. La prevede l’articolo 12 del decreto legislativo 23 aprile 2004, n. 124. Nel 2025 l’Ispettorato nazionale del lavoro ne ha emesse 12.879, contro le 13.503 del 2024.
Il dato che conta è un altro. Le aziende hanno pagato dopo la diffida solo in 2.547 casi, circa uno su cinque. Altre 6.776 diffide sono diventate titolo esecutivo: l’azienda non ha pagato e non ha chiesto la conciliazione entro 30 giorni, così il lavoratore può chiedere il pignoramento senza fare causa. In altri 1.372 casi si è andati in conciliazione. In tutto l’Ispettorato considera andati a buon fine 10.695 provvedimenti, l’83%.
Lo strumento quindi funziona, ma più di metà delle aziende diffidate non paga nemmeno dopo l’ordine scritto di un funzionario dello Stato e aspetta il pignoramento. Vuol dire che oggi non pagare conviene ancora. Spetta al ministero del Lavoro e al Parlamento rendere caro il ritardo per chi ignora una diffida, così che a pagare il conto non sia sempre chi aspetta lo stipendio.
Chi non viene pagato può dimettersi senza perdere la NASpI o rivolgersi al giudice
Chi non riceve lo stipendio può chiedere gratis l’intervento dell’Ispettorato territoriale del lavoro, ottenere tramite avvocato o sindacato un decreto ingiuntivo con le buste paga come prova, oppure dimettersi per giusta causa conservando la NASpI, l’indennità di disoccupazione dell’INPS.
Le dimissioni per giusta causa si danno senza preavviso, perché il datore ha violato il contratto in modo grave, e i giudici del lavoro considerano tale il mancato pagamento della retribuzione. Si presentano con la procedura online del ministero del Lavoro, indicando la giusta causa. Prima conviene raccogliere le prove: buste paga, estratti conto, il sollecito inviato. Il decreto ingiuntivo, invece, è l’ordine di pagamento del giudice che si ottiene senza un processo lungo, perché le buste paga valgono già come prova scritta del credito.
Se l’azienda fallisce, resta il Fondo di garanzia dell’INPS per il TFR e i crediti di lavoro, che paga il trattamento di fine rapporto e le retribuzioni degli ultimi tre mesi del rapporto. Ma i tempi sono lunghi e le trappole non mancano, come mostra il caso dell’ex dipendente di una ditta fallita a cui il fondo INPS ha negato il TFR per prescrizione. Chi lavora con partita Iva ha ancora meno strumenti, come sa la traduttrice freelance che da maggio non riceve un euro dall’agenzia.

Per D. i passi hanno un ordine preciso: il sollecito scritto all’azienda, la richiesta d’intervento all’Ispettorato se il bonifico non arriva, la convocazione per la conciliazione, poi la diffida. I suoi 2.800 euro, con gli interessi, restano dovuti e non si prescrivono prima di cinque anni. «Non voglio un regalo», ripete. «Voglio i soldi del mio lavoro». Lo Stato ha gli strumenti per farglieli avere, e deve usarli in fretta.
Stai vivendo una situazione simile nella tua città o sul posto di lavoro? Raccontaci la tua storia, anche in forma anonima, scrivendo a denuncialo@tuttonotizie.eu.
Come abbiamo lavorato
- Abbiamo consultato 3 documenti e fonti ufficiali, elencati in fondo all’articolo.
- Distinguiamo i fatti accertati da quello che è solo sostenuto dalle parti, e lo diciamo nel testo.
- Ultimo aggiornamento: 8 novembre 2026, ore 14:05.
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Fonti
- Ispettorato nazionale del lavoro (2026). Rapporto annuale dell’attività di vigilanza 2025.
- Parlamento italiano (2004). Decreto legislativo 23 aprile 2004, n. 124.
- INPS (2026). Fondo di garanzia del TFR e dei crediti di lavoro.





