Tecnico in partita Iva che non conviene: «Dalle 8 alle 17 come un assunto, fatturo 20mila euro senza Tfr»

Tecnico di 33 anni, mail su orari e permessi ma fatture da autonomo: «Prendo quanto un assunto, senza protezioni». Perché la partita Iva non conviene

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«Ogni mese mando la stessa fattura, con scritto consulente tecnico. Ma da un anno entro in azienda alle 8 e ne esco alle 17, esattamente come gli assunti». Lo racconta E., 33 anni, tecnico in provincia di Brescia, in un messaggio arrivato alla nostra redazione. Circa 20mila euro l’anno, niente Tfr, niente buoni pasto, nessuna tutela. È la falsa partita Iva: quella che non conviene a chi la apre e conviene soltanto a chi la impone.

«Sto al computer, certo, ma poi mi sporco le mani come tutti gli altri», scrive. Il tecnico è entrato in quell’azienda in un periodo in cui, racconta, si facevano molti colloqui ma non si assumeva nessuno: «A me hanno proposto la partita Iva e mi hanno preso il giorno stesso». Allora sembrava una porta d’ingresso. Oggi è una gabbia.

Un anno di fatture da consulente e di mail che parlano di orari, permessi e pausa pranzo

Il lavoratore bresciano ha conservato le mail di un anno: quella dell’assunzione, che indica una retribuzione annua lorda da dipendente da fatturare con partita Iva, e poi quelle sugli orari di entrata e uscita, sugli straordinari, sulle richieste di permesso e perfino sull’ora in cui andare a pranzo.

Un consulente vero non lascia tracce così, perché decide da sé quando lavorare. «Sono rimasto così a lungo perché mancava personale e pensavo che prima o poi mi avrebbero assunto», spiega E. Poi la speranza si è spenta. «Hanno messo sotto contratto un’altra persona e a me hanno lasciato la partita Iva, così sulla carta hanno un dipendente in meno. Nessuno me l’ha detto chiaramente, ma i fatti vanno in quella direzione».

Anche i colleghi, racconta, gli danno ragione a metà. «Mi dicono che è un’ingiustizia, ma che non posso farci niente, perché ho firmato un contratto in cui risulto libero di organizzarmi e senza orari». I conti, intanto, non tornano nemmeno per lui. «Altro che tasse più basse. Prendo quanto un assunto, ma senza nessuna protezione: è un modo per spendere meno e per poterti mandare a casa alla prima difficoltà».

C’è poi un prezzo che non sta in nessuna fattura. «In azienda tutti sanno che vengo sfruttato», scrive. E qualcuno, aggiunge, lo chiama con un insulto razzista.

Chi ha un orario da rispettare non è un consulente.

Perché la falsa partita Iva non conviene a chi lavora e conviene all’azienda

La falsa partita Iva non conviene al lavoratore perché paga da solo i contributi e rinuncia a Tfr, ferie retribuite, malattia, tredicesima e preavviso, mentre l’azienda risparmia proprio quei costi e può chiudere il rapporto da un giorno all’altro, senza licenziare nessuno.

La storia del tecnico bresciano non è un caso isolato, e i dati pubblici lo mostrano. Il Osservatorio sulle partite Iva del ministero dell’Economia registra che nel primo trimestre del 2026 hanno aderito al regime forfetario, quello con l’imposta agevolata, 104.136 nuove partite Iva: il 56,3 per cento di tutte le aperture, cioè circa 185mila in tre mesi. Molte sono attività autentiche, ma dentro quei numeri si nasconde anche chi, come E., ha aperto la partita Iva perché era l’unico modo per essere preso.

Pochi giorni fa abbiamo raccontato la storia di una traduttrice freelance che da maggio non viene pagata dall’agenzia per cui lavora. Due storie diverse, la stessa debolezza: chi ha una partita Iva e un solo committente dipende da quel committente come un dipendente, ma senza le sue difese.

Nel 2025 l’Ispettorato del lavoro ha riqualificato 3.094 rapporti in tutta Italia

Secondo il Rapporto annuale sull’attività di vigilanza 2025 dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl), gli ispettori hanno riqualificato 3.094 rapporti di lavoro, riconoscendo che dietro un contratto diverso c’era in realtà un dipendente.

Nel 2025 Inl, Inps, Inail e carabinieri del lavoro hanno svolto 157.381 controlli, con illeciti trovati nel 74 per cento delle ispezioni. Al 31 dicembre 2025 gli ispettori in servizio erano 4.366 in tutta Italia. Delle 3.094 riqualificazioni, 2.476 riguardano il terziario, cioè servizi e commercio, e 487 l’edilizia.

Infografica TuttoNotizie. Controlli sul lavoro in Italia nel 2025: quanti rapporti sono stati riqualificati. Controlli effettuati: 157.381; Rapporti riqualificati: 3.094; Ispettori in servizio al 31 dicembre: 4.366. Fonte: Ispettorato nazionale del lavoro, 2026.
Infografica TuttoNotizie. Fonte: Ispettorato nazionale del lavoro, 2026

Tremila rapporti sistemati in un anno, a fronte di circa 185mila nuove partite Iva in un solo trimestre, dicono una cosa precisa: i controlli arrivano dove qualcuno bussa, non dove il fenomeno nasce. Ispettorato e Inps devono incrociare in modo sistematico le fatture elettroniche e scovare chi fattura ogni mese la stessa cifra a un unico cliente, e il ministero del Lavoro deve aumentare gli ispettori.

Infografica TuttoNotizie. Rapporti di lavoro riqualificati dall'Ispettorato nel 2025, settore per settore. Terziario: 2.476 lavoratori; Edilizia: 487 lavoratori; Industria: 94 lavoratori; Agricoltura: 29 lavoratori. Fonte: Ispettorato nazionale del lavoro, 2026.
Infografica TuttoNotizie. Fonte: Ispettorato nazionale del lavoro, 2026

Il contratto firmato non decide: per la legge conta come si lavora davvero

Per la legge italiana un rapporto è subordinato quando il lavoratore presta la propria opera alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore, come dice l’articolo 2094 del codice civile, a prescindere dal nome scritto nel contratto. La Cassazione lo ripete da decenni: prevale la realtà.

I giudici guardano a segnali concreti: orario fisso, permessi da chiedere, compenso uguale ogni mese, nessun rischio d’impresa, inserimento stabile in azienda. In più, l’articolo 2 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81 estende le regole del lavoro dipendente alle collaborazioni personali e continuative le cui modalità sono organizzate dal committente.

La clausola che dichiara E. «autogestito e senza vincoli di orario» pesa quindi poco, se le mail dicono il contrario. Se un giudice riconosce il rapporto, l’azienda deve pagare le differenze di stipendio, il Tfr, le ferie e la tredicesima, oltre ai contributi all’Inps con le sanzioni. C’è anche un tempo da rispettare: i contributi si prescrivono in cinque anni, mentre per i crediti di lavoro la Cassazione, con la sentenza n. 26246 del 6 settembre 2022, ha stabilito che i cinque anni decorrono dalla fine del rapporto.

Un’azienda che inquadra un dipendente come consulente non fa furbizia contabile: toglie al lavoratore i diritti e al Paese i contributi, e fa concorrenza sleale alle imprese che assumono in regola. Il mercato libero vive di regole uguali per tutti.

Per far riconoscere una falsa partita Iva si parte dall’Ispettorato del lavoro, che non costa nulla

Chi lavora in falsa partita Iva può presentare gratuitamente una richiesta di intervento all’Ispettorato territoriale del lavoro della propria provincia, allegando mail, messaggi e fatture: l’Ispettorato può avviare un’ispezione oppure convocare le parti per una conciliazione monocratica.

La conciliazione monocratica, prevista dall’articolo 11 del decreto legislativo 23 aprile 2004, n. 124, è un accordo davanti a un funzionario: se l’azienda paga quanto concordato e versa i contributi, la pratica si chiude in tempi brevi. È la strada più vicina al cuscinetto economico che il tecnico bresciano cerca, senza anni di causa. In alternativa ci si può rivolgere a un sindacato o a un avvocato del lavoro per una vertenza e, se non c’è accordo, al giudice del lavoro. Le prove vanno copiate su un dispositivo personale finché si ha accesso alla posta aziendale.

Per l’insulto razzista il discorso è separato, e non meno serio. Il decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215 considera discriminazione le molestie legate alla razza o all’origine etnica sul posto di lavoro, e chi le subisce può agire davanti al giudice civile o rivolgersi all’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar).

Resta la paura, la vera forza di chi impone la falsa partita Iva. «Se chiamo un avvocato divento quello antipatico, e rischio che mi chiudano la collaborazione. Eppure nel mio lavoro so di essere bravo», scrive E. E ancora: «Non ho un altro posto dove andare, ma non reggo più. Con un piccolo paracadute per qualche mese ricomincerei a respirare». Le mail ce le ha. Il prossimo passo è portarle a un Ispettorato o a un legale, prima che qualcuno gli chiuda il contratto per lui.

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  • Ultimo aggiornamento: 5 novembre 2026, ore 14:06.

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