Programmatore in nero tre anni: «Chiedevo 60mila euro di arretrati, il perito del giudice me ne riconosce 13mila»

B., 39 anni, ha scoperto cosa succede se si lavora in nero: «Messo in regola, mi hanno tagliato la paga per pagarsi i contributi».

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«Ho cominciato nel 2018 senza contratto, con la promessa che sarei stato assunto nel giro di qualche settimana. Tre anni dopo ero ancora lì, in nero, e ogni tanto chiedevo di essere messo in regola.» Così inizia il messaggio che ci ha mandato B., 39 anni, programmatore del Salernitano che per una piccola ditta gestiva anche gli ordini del negozio online. La sua storia mostra cosa succede se si lavora in nero e poi si chiede il dovuto: lui ha calcolato circa 60mila euro, il perito del tribunale gliene riconosce 13mila.

«Chiedevo il contratto, chiedevo una paga più giusta, chiedevo orari diversi. Mi rispondevano sempre che ci avrebbero pensato.» Poi, nel 2021, alla ditta arriva un controllo dell’INPS, l’Istituto nazionale della previdenza sociale. E il contratto, finalmente, compare.

Il contratto arriva dopo il controllo, ma con una paga più bassa di prima

Dopo l’ispezione del 2021 B. viene assunto, ma secondo il suo racconto con uno stipendio più basso di quello che prendeva in nero e inferiore anche alla cifra scritta nel contratto. «La spiegazione era semplice: ora i contributi li dovevano pagare loro, quindi a me toccava di meno. Più basso di prima e più basso di quanto avevo firmato.»

C’è anche un errore che B. si rimprovera da solo. «Agli ispettori ho detto cose vere, ma incomplete. Ho spiegato da quale giorno facevo un certo orario, senza aggiungere che lavoravo lì già da prima, con turni diversi.» Il risultato pesa ancora: «Due anni di nero, nel verbale, non ci sono.» A quel punto si licenzia e avvia la causa. Un contabile ricostruisce quanto gli spettava, calcolando le mansioni che svolgeva davvero e non quelle scritte sulla carta, e tutto il periodo lavorato: circa 60mila euro.

«Le udienze slittavano di continuo. Il giudice ha ascoltato soltanto i testimoni dell’azienda.» Uno di loro, sostiene B., aveva detto il contrario in un’altra sede; convocato di nuovo, non si è presentato per tre volte. Alla fine il giudice nomina un consulente tecnico d’ufficio, cioè un esperto che fa i conti per il tribunale, e gli chiede di basarsi sui verbali. «Il processo doveva stabilire quanto avevo lavorato e che cosa facevo. Si è finiti a contare su quei fogli, come se il resto non fosse mai esistito.»

Le accuse più dure B. le rivolge al proprio avvocato. «L’ho visto prendere tutto com’era, senza mai opporsi.» Racconta che il legale lo spingeva verso un accordo da 14mila euro, poi rifiutato dall’azienda; che non ha fatto notare le contraddizioni dei testimoni; che non ha chiesto di depositare le chat su WhatsApp con i colleghi, che partivano dal primo giorno, né di sentire i testimoni di B. Ora il consulente si è fermato a 13mila euro, meno della proposta di accordo fatta dal giudice. «Del fatto che si possa contestare, il mio avvocato non mi ha detto niente. L’azienda invece lo sta facendo: l’ho saputo dal contabile, che era presente.»

È la sua versione, e resta sua. Il conto che presenta è chiaro: tre anni senza contributi, un posto lasciato, anni di udienze e una differenza di 47mila euro tra ciò che chiede e ciò che il perito gli riconosce.

Il nero non finisce quando arriva il contratto.

In Italia oltre tre milioni di posti di lavoro restano irregolari

Il caso di B. non è isolato: secondo l’Istat nel 2023 le unità di lavoro irregolari in Italia erano 3 milioni 132mila, di cui circa 2 milioni 274mila dipendenti. Più degli abitanti di Roma. Il rapporto Istat sull’economia non osservata pubblicato il 17 ottobre 2025 calcola un tasso di irregolarità del 12,7%, in crescita dopo cinque anni di calo: in pratica un lavoratore a tempo pieno su otto.

Infografica TuttoNotizie. Lavoro nero in Italia: quanti sono gli irregolari come il programmatore B.. Unità di lavoro irregolari: 3.132.000; Di cui lavoratori dipendenti: 2.274.000; Tasso di irregolarità (%): 12,7. Fonte: Istat, 2025.
Infografica TuttoNotizie. Fonte: Istat, 2025

Con il decreto-legge 2 marzo 2024, n. 19, la maggiorazione della cosiddetta maxisanzione per il lavoro nero è salita dal 20 al 30%, come spiega la nota dell’Ispettorato nazionale del lavoro del 13 marzo 2024: per ogni lavoratore impiegato in nero oltre 60 giorni la multa arriva fino a 46.800 euro. Ma la multa serve a poco se l’ispezione fotografa solo l’ultimo pezzo del rapporto: nel caso di B. il verbale parte dalla data che ha indicato lui, anche se il lavoro sugli ordini online lascia per forza tracce digitali. Gli ispettori devono verificare con i documenti la data di inizio del rapporto, non fermarsi alla parola della parte più debole.

Il verbale dell’ispezione non decide da solo quanti anni si è lavorato in nero

Il verbale degli ispettori fa piena prova solo dei fatti che gli ispettori hanno visto direttamente; le dichiarazioni raccolte, comprese quelle del lavoratore, sono elementi che il giudice valuta insieme alle altre prove. Per questo chat e testimoni possono dimostrare un periodo più lungo di quello scritto dagli ispettori.

Sul taglio dello stipendio, invece, non ci sono zone grigie. La paga scritta nel contratto è dovuta per intero, e i contributi sono in gran parte a carico del datore di lavoro: la quota del dipendente si trattiene in busta paga, non si scarica tagliando il compenso pattuito. Chi mette in regola un dipendente abbassandogli lo stipendio non lo regolarizza: gli fa pagare il prezzo della propria irregolarità. E quella differenza va restituita.

Quanto tempo ha chi ha lavorato senza contratto per chiedere stipendi e contributi

Chi ha lavorato senza contratto ha cinque anni per chiedere le differenze di stipendio, secondo l’articolo 2948 del Codice civile, e per la Corte di cassazione (sentenza n. 26246 del 6 settembre 2022) il termine parte dalla fine del rapporto. Anche i contributi si prescrivono in cinque anni, per la legge 8 agosto 1995, n. 335. Quando i contributi sono ormai perduti resta una strada: la rendita vitalizia prevista dall’articolo 13 della legge 1338 del 1962, che si chiede all’INPS con la domanda per i contributi omessi e prescritti e che richiede prove scritte del rapporto di lavoro.

Chi è ancora in nero, oggi, può presentare una richiesta di intervento all’Ispettorato territoriale del lavoro della propria provincia, gratuitamente. Conviene conservare tutto fin dal primo giorno: messaggi, turni, bonifici, nomi dei colleghi.

La perizia del consulente del giudice non è ancora la sentenza

Il calcolo del consulente tecnico d’ufficio è un parere: a decidere è il giudice del lavoro con la sentenza, e le parti possono contestare la relazione con osservazioni scritte nei tempi fissati dal giudice (articolo 195 del Codice di procedura civile).

Dopo la sentenza c’è l’appello: nelle cause di lavoro si propone alla Corte d’appello entro 30 giorni dalla notifica della sentenza o, se nessuno la notifica, entro sei mesi dal deposito. Il programmatore può anche cambiare avvocato in qualsiasi momento. Il codice deontologico forense obbliga il legale a informare il cliente sullo stato della causa e sulle iniziative possibili: tacere a un cliente che la decisione si può contestare, mentre la controparte la contesta, non è un dettaglio. Se B. ritiene che gli errori gli siano costati la causa, può rivolgersi al Consiglio dell’ordine degli avvocati e chiedere il risarcimento, ma dovrà dimostrare che con una difesa diligente il risultato sarebbe stato con buona probabilità migliore.

Infografica TuttoNotizie. Causa di lavoro del programmatore B.: che cosa succede adesso. 1. Osservazioni alla perizia del consulente; 2. Sentenza sulla causa; 3. Eventuale appello; 4. Rendita vitalizia per contributi prescritti. Fonte: Codice di procedura civile; INPS, 2025.
Infografica TuttoNotizie. Fonte: Codice di procedura civile; INPS, 2025

Per B. la partita è ancora aperta, e i prossimi passi sono già scritti: le osservazioni alla perizia, la sentenza, poi l’eventuale appello. «Voglio solo capire se posso ancora fare qualcosa, o se mi resta soltanto da guardare come va a finire.» Può ancora fare molto. Tre anni di lavoro valgono più di un verbale scritto in un pomeriggio, e la legge gli dà gli strumenti per dimostrarlo.

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