Unarma contro i carabinieri che corteggiano le mogli dei colleghi: «Se lo fai, non sei un Carabiniere»

Unarma condanna i carabinieri che corteggiano le mogli dei colleghi. Cosa dice il comunicato di Nicolosi, cosa prevede la legge e dove sbaglia.

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Antonio Nicolosi, segretario generale di Unarma, associazione sindacale dei carabinieri, ha firmato un comunicato contro i militari che corteggiano le mogli dei colleghi, le loro compagne o le loro familiari. Il testo è diventato pubblico il 23 ottobre. Parla di un «vulnus», cioè una ferita, alla fiducia tra «fratelli in divisa». E chiude con una frase netta: «Se corteggi una donna di un collega, non sei un Carabiniere».

Secondo noi Unarma ha sbagliato bersaglio. Un corteggiamento tra adulti, senza abuso di grado e senza molestie, è vita privata. La legge che ha creato i sindacati militari non affida loro la morale sentimentale degli iscritti. Le mogli e le compagne poi non appartengono al collega: sono persone adulte e decidono da sole. Quando c’è un abuso, le norme per punirlo esistono già e vanno applicate. Il resto non riguarda né il sindacato né il Comando generale.

Cosa dice il comunicato di Unarma

Nicolosi rifiuta di trattare il fenomeno come una semplice «debolezza» umana o come un fatto privato. Secondo il sindacato chi porta la stessa uniforme condivide un patto che va oltre il servizio. Nel comunicato si legge: «La fedeltà non è solo al giuramento, è alla famiglia di chi ti sta accanto, in servizio e fuori». Unarma riassume il concetto con una formula: il rispetto è «la prima divisa».

Chi corteggia la moglie di un collega, sostiene il testo, lo colpisce «alle spalle» e tradisce l’Arma e il giuramento. Il comunicato offre vicinanza ai colleghi coinvolti con un «Non sei solo». A chi corteggia dice invece: «Qui non c’è spazio per te». E specifica che la condanna vale per tutti: «Non c’è grado, non c’è anzianità, non c’è scusa che tenga».

Dal testo reso pubblico non risulta se tutto nasca da un caso preciso. Non risulta nemmeno se Unarma chieda sanzioni disciplinari, né in base a quale norma.

Di cosa può occuparsi un sindacato militare per legge

Per capire perché la presa di posizione stona bisogna ricordare da dove nasce Unarma. Fino al 2018 i militari non potevano avere sindacati. Con la sentenza 120 del 2018 la Corte costituzionale ha fatto cadere il divieto e ha aperto la strada alle associazioni professionali a carattere sindacale.

La legge 46 del 2022 ha poi fissato i confini. I sindacati militari si occupano del rapporto di lavoro: stipendio, orari, previdenza, salute e sicurezza, pari opportunità, benessere del personale. La stessa legge tiene fuori materie come le operazioni e il rapporto gerarchico. La vita sentimentale degli iscritti non compare da nessuna parte.

Il comunicato dice che il tema non va relegato alla sfera privata. Ma un corteggiamento tra due adulti liberi di accettarlo o rifiutarlo è la sfera privata. Succede in qualsiasi luogo di lavoro con uomini e donne. Succede ancora di più in un’Arma dove tante coppie si conoscono nelle scuole allievi o negli alloggi di servizio. È vita normale, non una ferita all’istituzione.

Le battaglie di Unarma finora: buste paga, pensioni, mezzi

Basta scorrere il sito di Unarma per vedere quanto lavoro concreto c’è ancora da fare. Nel bilancio di fine anno firmato dallo stesso Nicolosi, il sindacato ricorda la manifestazione del 1° settembre davanti al Comando generale. Ricorda poi le proteste per le norme fiscali della legge di bilancio 2025 non applicate in busta paga e le critiche alle Alfa Romeo Tonale usate come auto di pattuglia.

A luglio 2026 Unarma ha pubblicato un dossier sulle pensioni dei carabinieri. Denuncia che da oltre trent’anni il personale in divisa è escluso dalla previdenza complementare, cioè la pensione integrativa che quasi tutti gli altri lavoratori hanno. Il sindacato stima un buco medio di circa 440 euro netti al mese rispetto all’ultimo stipendio. In un anno fanno oltre 5.200 euro, più o meno 22 euro su 100 di potere d’acquisto persi. Segnala anche ritardi fino a tre anni per la liquidazione.

Sono battaglie serie, e Unarma le ha documentate con numeri. Proprio per questo è grave sprecare credibilità su chi corteggia chi.

Il punto debole: nel comunicato la donna non decide mai

La frase finale del comunicato parla di «una donna di un collega». È una formula che descrive la moglie o la compagna come qualcosa che appartiene al marito. Il torto, nel testo, è sempre verso il collega. La donna corteggiata non ha voce, eppure è l’unica che può dire sì o no.

L’Italia questa idea l’ha superata da tempo. L’articolo 29 della Costituzione fonda il matrimonio sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi. Fino al 1968 il codice penale puniva l’adulterio della moglie con l’articolo 559. La Corte costituzionale lo cancellò con la sentenza 126 del 1968, proprio perché puniva solo le donne. Riportare la fedeltà coniugale dentro un corpo dello Stato, anche solo come regola morale, significa tornare indietro di oltre mezzo secolo.

C’è poi un dettaglio che il comunicato trascura. Grazie alla legge 380 del 1999, dal 2000 nell’Arma entrano anche le donne. Molte mogli e compagne di carabinieri sono a loro volta carabiniere. Parlare solo di «fratelli in divisa» le lascia fuori proprio mentre si parla di loro. E il testo non dice nulla sul caso opposto, quello di una militare che corteggia il marito di una collega.

Abusi e molestie: le regole per punirli esistono già

Il problema vero esiste quando qualcuno usa il grado. Un superiore che fa pressione sulla moglie di un sottoposto, magari sfruttando trasferimenti, turni o alloggi, non corteggia: abusa della sua posizione. Su questo un sindacato fa bene a vigilare e a chiedere provvedimenti.

Gli strumenti ci sono. Le molestie sono reato. Dal 2009 lo sono anche gli atti persecutori, lo stalking, con l’articolo 612-bis del codice penale. Le regole militari chiedono già a ogni carabiniere un comportamento che non danneggi il prestigio dell’Arma, e chi abusa del grado ne risponde anche sul piano disciplinare.

Il corteggiamento in sé, invece, non è un reato e nessuna norma militare lo prevede come illecito. Chi invoca la radiazione per un carabiniere che ha corteggiato una donna sposata chiede una punizione che la legge non prevede. Ed è giusto così: lo Stato non entra nelle camere da letto dei suoi dipendenti, divisa o non divisa.

Cosa chiediamo a Unarma e al Comando generale

Unarma chiarisca se vuole sanzioni disciplinari per i carabinieri che corteggiano le mogli dei colleghi e su quale norma le fonda. Se non ne vuole, dica che il comunicato era un richiamo morale e lo tratti come tale. Se dietro c’è un caso di abuso di grado o di molestie, lo segnali a chi ha il dovere di indagare, senza trasformarlo in una crociata contro i sentimenti.

Il Comando generale dell’Arma non dia seguito a richieste che entrano nella vita privata dei suoi uomini e delle sue donne. Punisca con fermezza gli abusi, che è già il suo compito.

Il sindacato, infine, torni sui dossier per cui la legge lo ha creato: le pensioni integrative che mancano, la liquidazione che arriva dopo anni, le buste paga, i mezzi di servizio. Lì i carabinieri hanno bisogno di una voce forte.

La fiducia tra carabinieri si difende dagli abusi di grado, non dalle scelte sentimentali di adulti liberi.

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