Bacio a Cesena su Threads, 600mila visualizzazioni e minacce di morte: Cristian e Luca vanno dall’avvocato

Cristian, 23 anni, e Luca, 22, minacciati su Threads per il bacio fotografato dalla nonna a Cesena. Le leggi che già puniscono i commenti e chi deve agire.

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Cristian, 23 anni, di Cesena, e Luca, 22 anni, di Cesenatico, hanno ricevuto centinaia di insulti e almeno una minaccia di morte su Threads, il social di Meta. La causa è la foto di un bacio scattata dalla nonna di Luca durante una festa di compleanno. Il post, pubblicato il 4 ottobre, ha superato le 600mila visualizzazioni. Cristian si è rivolto a un avvocato e sta valutando un’azione legale.

Questa storia conta perché mostra un meccanismo preciso: due ragazzi fanno una cosa legale, un bacio, e ricevono in risposta una cosa illegale, l’augurio di morte. Per noi la questione non è di opinioni ma di legge. Una minaccia di morte è un reato anche se scritta sotto un post, e gli articoli del codice penale per punirla esistono già. Quello che manca è una norma che riconosca l’odio per l’orientamento sessuale come aggravante, e manca per una scelta politica precisa del 2021. La Procura di Forlì deve procedere, Meta deve conservare i dati e il Parlamento deve chiudere il buco.

Cosa è successo a Cesenatico: la festa, le foto e i commenti

Il 30 settembre Cristian e Luca hanno festeggiato in un ristorante di Cesenatico il compleanno di Cristian e le nozze d’argento dei genitori di Luca. La nonna di Luca, 70 anni, ha scattato le foto con la sua macchina fotografica. In una di queste i due ragazzi si baciano davanti alla torta.

Il 4 ottobre Cristian, che su Threads ha circa 30mila follower, ha pubblicato quattro scatti con una dedica al compagno. All’inizio sono arrivati auguri e cuori. Poi il post è uscito dalla cerchia degli amici ed è finito nei telefoni di sconosciuti. Nel giro di pochi giorni ha superato le 260mila visualizzazioni e i 1.600 commenti, per poi arrivare, secondo il racconto dei due ragazzi, oltre le 600mila. Per capire la misura: più di sei volte gli abitanti di Cesena.

Tra i commenti ci sono frasi come «fate schifo, nascondetevi», «dovete morire» e «questi ragazzi vanno messi a morte». Molti arrivano dall’estero, in traduzione automatica. Cristian ha risposto a quasi tutti con ironia, poi ha deciso di rivolgersi a un avvocato. La nonna di Luca ha scritto una lettera al nipote: «l’amore non ha barriere», ha detto, e la felicità della famiglia viene prima di tutto. La madre di Luca ha definito «ridicoli» certi commenti.

Le leggi che già puniscono questi commenti

Il primo punto da chiarire è che le norme per colpire chi scrive queste frasi esistono. L’articolo 612 del codice penale punisce la minaccia: una multa fino a 1.032 euro nel caso semplice, la reclusione fino a un anno se la minaccia è grave. Augurare pubblicamente la morte a una persona identificata rientra in questa categoria.

L’articolo 414 punisce chi istiga pubblicamente a commettere un delitto, con la reclusione da 1 a 5 anni. Scrivere che due ragazzi «vanno messi a morte» davanti a centinaia di migliaia di persone è esattamente un invito pubblico a fare del male.

Poi c’è la diffamazione. L’articolo 595, al terzo comma, prevede la reclusione da 6 mesi a 3 anni o una multa di almeno 516 euro quando l’offesa è fatta con un mezzo di pubblicità. La Cassazione, con la sentenza n. 24431 del 2015, ha stabilito che un post su un social è un mezzo di pubblicità, perché raggiunge un numero indefinito di persone. Da allora un insulto su Facebook, Instagram o Threads è diffamazione aggravata.

Un dettaglio pratico conta più di tutti. Per la diffamazione e per la minaccia semplice serve la querela della vittima. L’articolo 124 del codice penale fissa il termine in 3 mesi dal giorno in cui la persona offesa ha saputo del fatto. Per i commenti del 4 ottobre il tempo scade all’inizio di gennaio 2027.

Il buco dell’articolo 604-bis e il voto del Senato del 2021

Qui sta la contraddizione che vogliamo mettere in fila con le date. L’articolo 604-bis del codice penale punisce chi fa propaganda o istiga alla discriminazione e alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Le pene vanno fino a un anno e sei mesi o 6.000 euro di multa per l’istigazione alla discriminazione, da 6 mesi a 4 anni per l’istigazione alla violenza. L’articolo 604-ter aggiunge un’aggravante fino alla metà per qualsiasi reato commesso con questi motivi.

Queste norme nascono dalla legge Mancino, la legge n. 205 del 25 giugno 1993, e dal 2018 stanno nel codice penale. In 33 anni nessuno ha mai aggiunto l’orientamento sessuale all’elenco. Chi augura la morte a due ragazzi perché sono gay oggi risponde di minaccia o istigazione, ma non dell’aggravante prevista per chi lo fa per razzismo.

Il tentativo di cambiare le cose c’è stato. Il disegno di legge Zan aggiungeva sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità agli articoli 604-bis e 604-ter. La Camera lo ha approvato il 4 novembre 2020. Il 27 ottobre 2021 il Senato lo ha fermato con la cosiddetta tagliola, cioè il voto che chiude l’esame del testo senza discutere gli articoli: 154 voti a favore dello stop, 131 contrari, 2 astenuti, a scrutinio segreto. La richiesta era di Lega e Fratelli d’Italia.

Allora chi era contrario sosteneva che le leggi in vigore bastassero già a tutelare tutti. Il caso di Cesena è l’occasione per dimostrarlo: se le norme bastano, vanno applicate adesso, con nomi, cognomi e procedimenti. Se invece l’aggravante non c’è e nessuno procede, quella tesi del 2021 non regge alla prova dei fatti.

Gli obblighi di Meta con il Digital Services Act

Threads è disponibile nell’Unione europea dal 14 dicembre 2023. Dal 17 febbraio 2024 il Digital Services Act, il regolamento europeo sui servizi digitali, si applica a tutte le piattaforme attive nell’Unione, grandi e piccole. Il regolamento impone a ogni social di avere un sistema di segnalazione dei contenuti illegali e di intervenire su quelle segnalazioni in modo tempestivo e non arbitrario. Impone anche di rispondere agli ordini delle autorità giudiziarie che chiedono i dati degli utenti.

Questo significa due cose concrete. Meta ha l’obbligo di togliere i commenti illegali segnalati, e ha i dati per risalire a chi li ha scritti: indirizzi di rete, numeri di telefono, email. L’anonimato su un social finisce nel momento in cui un magistrato chiede quei dati. Non sappiamo quanti degli autori usino profili reali e quanti siano all’estero: proprio per questo i dati vanno conservati subito, prima che vengano cancellati.

La libertà di parola finisce dove inizia il danno

La nostra posizione è liberale prima che politica. Nel 1859 John Stuart Mill, nel saggio Sulla libertà, fissò il confine: la libertà di ciascuno arriva fino al punto in cui danneggia gli altri. Chi pensa che l’omosessualità sia sbagliata ha il diritto di dirlo, e noi difenderemo quel diritto anche quando non lo condividiamo. Augurare la morte a due persone identificate, con nome e volto, non è un’idea da discutere: è un danno a quelle persone.

Per questo rispondiamo a una convinzione diffusa, e cioè che basti non leggere i commenti. Non è così. Una minaccia non smette di esistere perché la vittima chiude l’app. E dire a chi viene minacciato di spegnere il telefono significa lasciarlo solo e dire a chi minaccia che non succederà niente.

Cosa deve succedere adesso: chi fa cosa

  • Cristian e Luca salvino schermate con link, data e ora di ogni commento e presentino querela entro i 3 mesi previsti dall’articolo 124. Il passo dall’avvocato è giusto: va completato.
  • La Polizia Postale e la Procura di Forlì, competente per Cesena, aprano un fascicolo per minaccia, istigazione a delinquere e diffamazione aggravata, e chiedano a Meta i dati degli autori.
  • Meta rimuova i commenti illegali, conservi i dati di chi li ha scritti e risponda in tempi brevi alle richieste dell’autorità giudiziaria, come prevede il Digital Services Act.
  • Il Parlamento approvi una norma breve, di un solo articolo, che aggiunga l’orientamento sessuale agli articoli 604-bis e 604-ter. Senza riaprire le divisioni del 2021 su scuola e identità di genere.

Chi nel 2021 ha votato per fermare il ddl Zan sostenendo che le leggi bastavano ha ora il dovere di dimostrarlo. Quelle leggi vanno applicate a Cesena. Chi non lo fa, risponde di quella promessa.

Il bacio era legale. Le minacce no. E la differenza tra le due cose la deve stabilire un tribunale, non il contatore delle visualizzazioni.

Fonti

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Tag:Omofobia