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Matteo Renzi, senatore e leader di Italia Viva, è ultimo per gradimento tra i leader politici in tutti i 70 sondaggi raccolti negli ultimi sette anni. Il conteggio lo ha pubblicato il 1° novembre 2026 il Fatto Quotidiano, a firma del giornalista Lorenzo Giarelli: in ogni rilevazione l’ex presidente del Consiglio chiude in fondo alla classifica, dietro a tutti gli altri leader nazionali.
Settanta sondaggi in sette anni, e Renzi chiude sempre in fondo
Nelle 70 rilevazioni sul gradimento dei leader messe in fila da Lorenzo Giarelli, Matteo Renzi non risale mai dall’ultimo posto: lo superano anche Vito Crimi, ex reggente del Movimento 5 Stelle, e Gianluigi Paragone, fondatore di Italexit. Due nomi che oggi pochi elettori saprebbero collocare.
Un nome però pesa più degli altri. Davanti a lui c’è anche Teresa Bellanova, ex ministra dell’Agricoltura nel governo Conte II, entrata in Italia Viva al suo fianco. Il giornale che ha fatto il conto non è mai stato tenero con Renzi, ma la tendenza non nasce in redazione: già nel gennaio 2021, nel pieno della crisi di governo, l’istituto Ipsos lo collocava all’ultimo posto nell’indice di gradimento dei leader. Sette anni sono un tempo lungo. Abbastanza per escludere l’incidente.

Da sindaco di Firenze a Palazzo Chigi, fino alla fondazione di Italia Viva nel 2019
Matteo Renzi, nato a Firenze l’11 gennaio 1975, ha 51 anni ed è senatore dal 2018: prima è stato sindaco di Firenze, segretario del Partito democratico e presidente del Consiglio dal febbraio 2014 al dicembre 2016. Nel settembre 2019 ha lasciato il Pd e fondato Italia Viva, che si colloca nell’area riformista del centrosinistra.
Oggi il suo partito cerca un posto nella coalizione che sfiderà il centrodestra alle politiche. È il terreno su cui si è acceso lo scontro degli ultimi giorni, a partire dal giudizio di Andrea Scanzi in tv, che ha definito Renzi «il più grande disastro del centrosinistra» a Otto e Mezzo. Per capire perché quel posto è conteso, bisogna tornare a dieci anni fa.
Il referendum del 2016 e la promessa di lasciare la politica
Nella conferenza stampa di fine anno del dicembre 2015, da presidente del Consiglio, Matteo Renzi legò il proprio futuro politico alla riforma costituzionale: in caso di sconfitta, disse, avrebbe considerato chiusa la sua esperienza politica. Il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 lo bocciò con circa il 59% di No, con un’affluenza del 65,47% certificata dal ministero dell’Interno.
Renzi lasciò Palazzo Chigi, come aveva detto. Poi però nell’aprile 2017 rivinse le primarie del Pd e restò in campo. Da lì il percorso è una serie di strappi: la scissione del 2019, il ritiro delle ministre Teresa Bellanova ed Elena Bonetti il 13 gennaio 2021, che aprì la crisi del governo Conte II, il Terzo Polo con Carlo Calenda nel 2022, rotto l’anno successivo.
Matteo Renzi, dal referendum 2016 ai sondaggi del 2026
- Il referendum costituzionale voluto dal governo Renzi viene bocciato con circa il 59% di No
- Renzi ritira le ministre Bellanova e Bonetti e apre la crisi del governo Conte II
- Il referendum della Cgil sul Jobs Act non raggiunge il quorum: vota circa il 30%
- Andrea Scanzi a Otto e Mezzo definisce Renzi «il più grande disastro del centrosinistra»
- Renzi risponde a Conte sulle primarie; Giarelli conta 70 sondaggi con Renzi ultimo
Dal 40,8% delle europee 2014 alla lista sotto la soglia nel 2024
Alle elezioni europee del 2014 il Pd guidato da Matteo Renzi prese il 40,8%, quattro votanti su dieci; alle europee del 2024 la lista Stati Uniti d’Europa, che comprendeva Italia Viva, si è fermata sotto il 4%, la soglia minima per eleggere eurodeputati. Nessun seggio.
Il gradimento e i voti raccontano quindi la stessa storia, da due lati diversi. Un sondaggio può sbagliare, settanta di fila e un risultato elettorale che li conferma difficilmente. Chi sostiene che sia tutto frutto dell’antipatia di un giornale deve spiegare anche le urne.

Il Jobs Act ha retto al referendum del 2025
Il referendum dell’8 e 9 giugno 2025 promosso dalla Cgil per cancellare parti del Jobs Act, la riforma del lavoro voluta dal governo Renzi nel 2015, non ha raggiunto il quorum: ha votato circa il 30% degli aventi diritto, secondo i dati del ministero dell’Interno sui referendum 2025. La riforma è rimasta in piedi.
Qui sta la contraddizione che spiega tutto. Gli elettori non hanno bocciato le scelte di governo di quegli anni, anzi le hanno lasciate dove erano. Hanno bocciato l’affidabilità di chi le ha firmate, rilevazione dopo rilevazione.
Le sue riforme hanno retto. La sua parola no.
Il governo Draghi cadde senza i voti di M5s, Lega e Forza Italia
Il governo di Mario Draghi cadde nel luglio 2022 perché Movimento 5 Stelle, Lega e Forza Italia non votarono la fiducia al Senato, non per una scelta di Italia Viva. Attribuire a Renzi l’arrivo del governo Meloni, come fanno in molti, è sbagliato: le responsabilità di quella crisi hanno altri nomi.
Questo non assolve il leader di Italia Viva. La crisi che porta la sua firma è quella del gennaio 2021, e gli elettori del centrosinistra la ricordano. Per un partito che chiede di entrare in una coalizione, il conto più pesante non è la percentuale: è la fiducia degli alleati.
Le primarie a turno unico e il veto di Giuseppe Conte
Matteo Renzi ha proposto primarie di coalizione a turno unico e ha risposto al no del presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte sostenendo di potersi conquistare i voti da solo, come ha detto nella replica a Conte: «I voti me li conquisto». Il problema è che, finora, i numeri dicono il contrario.
Le idee liberali e riformiste che Renzi rivendica meritano un volto credibile, e oggi il suo non lo è più per la grande maggioranza degli italiani. Il passo coerente con la promessa del 2015 è lasciare la guida di Italia Viva a un nuovo gruppo dirigente, scelto con un congresso vero. E chi guida il centrosinistra, Elly Schlein per il Pd e Giuseppe Conte per il Movimento 5 Stelle, ha il dovere di dire chiaramente se Italia Viva sta nella coalizione e su quale programma scritto, non di affidarsi ai veti in tv.
I prossimi passaggi sono già in calendario. La legislatura scade nel 2027 e prima delle politiche il centrosinistra dovrà decidere regole e partecipanti delle eventuali primarie. Lì si vedrà se un riformista senza fiducia può ancora riformare qualcosa. I numeri di sette anni dicono di no.
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- Ultimo aggiornamento: 1 novembre 2026, ore 10:14.
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Fonti
- Ministero dell’Interno (2016). Referendum costituzionale 4 dicembre 2016: risultati.
- Ministero dell’Interno (2025). Elezioni 2025: amministrative e referendum dell’8 e 9 giugno.
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