Meloni in Senato: «molto rischiosa» l’intesa di Trump sul gasolio russo, l’energia pesa più di tutto

Meloni al Senato: «molto rischiosa» l'intesa di Trump sul gasolio russo, energia prima urgenza. Cosa ha detto, i numeri dell'accordo e cosa manca.

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Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha parlato il 14 ottobre 2026 al Senato in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre. Ha definito «molto rischiosa» l’intesa sul gasolio russo annunciata venerdì 9 ottobre da Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, e ha indicato nel costo dell’energia il peso maggiore per l’economia italiana.

La notizia conta perché è una delle rare volte in cui la premier prende le distanze in aula da una scelta di Trump, e lo fa sul fronte delle sanzioni a Mosca. Noi le diamo ragione su questo punto e sull’Ucraina. Sull’energia, invece, il discorso chiede a Bruxelles una risposta «coordinata e rapida» senza portare una proposta scritta sul prezzo, mentre a Roma il governo tiene in piedi un divieto sul fotovoltaico nei campi che va nella direzione opposta. Una posizione chiara in Europa si costruisce prima in casa.

Cosa ha detto Meloni al Senato il 14 ottobre

Le comunicazioni sono iniziate alle 9 al Senato e si ripetono alla Camera dalle 15.15. Il testo integrale è pubblicato sul sito del governo. La premier ha elencato i dossier del vertice: competitività e prezzi dell’energia, bilancio pluriennale dell’Unione, sostegno all’Ucraina, Medio Oriente, migrazioni, allargamento.

Il passaggio centrale riguarda l’energia. Nelle sue parole, «la questione che oggi pesa più di tutto sulla competitività della nostra economia è un’altra, ed è il costo dell’energia». E ancora: «nessuno può rispondere efficacemente da solo», perciò «la risposta deve essere coordinata e rapida». Le regole europee, ha aggiunto, non possono aggravare la crisi.

Sulla Russia la frase che ha fatto notizia è questa: «Dobbiamo considerare anche l’intesa sul gasolio russo annunciata venerdì scorso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. È una scelta che considero molto rischiosa». Secondo la premier, l’accordo rischia di dare legittimità a Mosca mentre la guerra in Ucraina continua. A Kiev ha ripetuto il sostegno italiano con la formula «la resa non è pace».

L’intesa Trump-Putin sul gasolio: i numeri annunciati

Venerdì 9 ottobre Trump ha annunciato, dopo una telefonata con Vladimir Putin, un accordo per immettere gasolio russo sul mercato americano e mondiale. Nel suo annuncio, la Russia fornirebbe «immediatamente» oltre 300.000 tonnellate di gasolio, altre 500.000 tonnellate a novembre e 1 milione di tonnellate subito dopo. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Trump, in cambio Washington allenterebbe le sanzioni sul settore.

Per capire le quantità: 300.000 tonnellate sono circa 350 milioni di litri, meno di una settimana di consumo italiano di gasolio. Non è una cifra che cambia il mercato mondiale, ma è un segnale politico forte. Al momento resta un annuncio del presidente americano: non risultano testi firmati né atti del Tesoro statunitense che modifichino le sanzioni. Finché non ci sono documenti, l’intesa va trattata come una dichiarazione, non come un fatto compiuto.

Perché il giudizio sull’intesa è fondato

L’Unione europea vieta dal 5 febbraio 2023 l’importazione via mare di prodotti petroliferi russi, gasolio compreso. Il divieto è in vigore da oltre tre anni e mezzo e serve a togliere a Mosca i soldi con cui paga la guerra. Un accordo che riapre un canale per il gasolio russo, anche solo verso gli Stati Uniti, indebolisce la linea comune e offre a Putin un argomento: le sanzioni si possono aggirare trattando con Washington.

Qui Meloni ha ragione e lo dice con chiarezza. La contraddizione non è sua ma di Trump: chiedere agli europei di tenere la pressione su Mosca e allo stesso tempo annunciare un’intesa commerciale con il Cremlino. Chiedere conto all’alleato più importante, davanti al Parlamento, è il modo giusto di fare politica estera. Ora serve che la stessa posizione finisca nelle conclusioni del Consiglio europeo, non solo in un discorso a Roma.

Energia: cosa chiede all’Europa e cosa manca

Il testo pubblicato dal governo contiene una sola iniziativa concreta sul fronte economico. Meloni ha spiegato di aver inviato a Bruxelles, insieme al cancelliere tedesco e al primo ministro belga, tre proposte: corsie prioritarie per i progetti strategici, un freno all’eccesso di burocrazia e una riduzione drastica degli obblighi di rendicontazione per le imprese.

Sono proposte utili, ma riguardano la burocrazia, non il prezzo dell’energia. Sul tema che la stessa premier definisce il più pesante di tutti, il discorso non indica un meccanismo, una cifra o una scadenza. La premier ha anche riferito che il negoziato con la Commissione sul decreto Bollette va verso un esito positivo: è una trattativa su aiuti nazionali già decisi, non una riforma del mercato.

Il precedente esiste. Nel giugno 2022 Spagna e Portogallo ottennero dalla Commissione un tetto al prezzo del gas usato nelle centrali elettriche. Arrivarono con un testo preciso e lo portarono a casa. L’appello alla coordinazione, da solo, non produce lo stesso risultato.

Il punto debole: i prezzi italiani e le scelte del governo

I dati del Gestore dei mercati energetici dicono che nel 2024 il prezzo all’ingrosso dell’elettricità in Italia è stato in media di circa 108 euro al megawattora. In Spagna la media è rimasta intorno ai 60 euro. Un’impresa italiana paga la corrente quasi il doppio di una concorrente spagnola. La ragione è nota: da noi il prezzo lo fissa quasi sempre l’ultima centrale accesa, che va a gas.

Più sole e vento in rete significano meno ore decise dal gas. Eppure il decreto Agricoltura, decreto-legge 63 del 15 maggio 2024, ha vietato i nuovi impianti fotovoltaici a terra nelle aree agricole, salvo eccezioni. È una scelta del governo Meloni, non di Bruxelles. Chiedere all’Europa di abbassare i costi mentre si frena la fonte più economica è la contraddizione documentata di questo discorso.

Lo scontro con Conte e Vannacci sui fondi per la difesa

In aula la premier ha risposto a Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, e a Roberto Vannacci, europarlamentare, sostenendo che i fondi per la difesa «non sono sottratti agli ospedali». Ha spiegato che la flessibilità concessa dall’Unione «non potrebbe essere usata per altro». Ha aggiunto che «chi lo dice mente sapendo di farlo»: questa è una sua accusa politica, non un fatto accertato.

Sul merito tecnico la premier ha ragione: la clausola nazionale delle regole di bilancio europee del 2025 permette più deficit solo per spese militari, fino all’1,5 per cento del Pil. Quei soldi non potrebbero andare alla sanità. Resta vero che ogni euro di deficit in più per la difesa pesa sul debito che tutti pagano, e questo è un terreno di confronto legittimo.

Cosa succede adesso

Secondo l’agenda ufficiale del Consiglio europeo, i leader discuteranno competitività e prezzi dell’energia, il prossimo bilancio pluriennale, il sostegno all’Ucraina, gli attacchi ibridi collegati alla Russia, migrazioni e allargamento. Il vertice si apre giovedì 15 ottobre a Bruxelles e si chiude venerdì 16. Le conclusioni diranno se la posizione italiana sul gasolio russo troverà spazio nel testo comune.

Chiediamo al governo due cose precise. Al Consiglio europeo, una proposta scritta per separare il prezzo dell’elettricità da quello del gas, con un meccanismo e una scadenza. In Italia, la revisione del divieto sul fotovoltaico nei terreni agricoli e tempi certi per i permessi alle rinnovabili. A Trump chiediamo i documenti dell’intesa con Putin, perché un annuncio su un social non è un atto.

Sul gasolio russo Meloni ha detto la cosa giusta nel posto giusto. Sulle bollette, l’Europa aiuta chi arriva con i compiti fatti.

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