Ranucci lascia Report dopo 20 anni: «Modalità mostruose», 4 giorni dopo il no del giudice al reintegro

Ranucci lascia Report dopo 20 anni: il video degli scatoloni, la rimozione Rai, l'ordinanza che cita pressioni della maggioranza e l'arresto di Lavitola.

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Sigfrido Ranucci lascia Report dopo 20 anni. Il 13 ottobre 2026 il giornalista ha pubblicato sui suoi profili social un video in cui svuota il suo ufficio nella redazione Rai di Roma e riempie gli scatoloni. «Finisce una storia durata 20 anni. Non rimpiango nulla», ha scritto. E ha aggiunto di non aver mai immaginato «modalità così mostruose».

Non è un addio volontario. La Rai ha tolto Ranucci dalla conduzione il 28 agosto e il 9 ottobre il Tribunale di Roma ha respinto il suo ricorso urgente per tornare al programma. Quella stessa ordinanza, però, mette per iscritto una «impropria pressione mediatica» di esponenti di rilievo della maggioranza di governo sulle decisioni dell’azienda. La nostra posizione è netta: la Rai aveva il potere di cambiare conduttore, e il giudice lo conferma. Ma un’azienda pagata con il canone non può ignorare che un tribunale ha accertato pressioni politiche sui suoi vertici. E Ranucci, dal canto suo, deve rispondere con altrettanta chiarezza sul suo rapporto con l’uomo accusato di aver ordinato la bomba sotto casa sua.

Il video degli scatoloni e le parole di Ranucci

Nel video, girato senza mostrare il volto, Ranucci raccoglie quelli che chiama i ricordi di «circa 500 puntate». Scrive che rifarebbe tutto e promette di «trasformare il dolore in resilienza». Resilienza vuol dire reggere un colpo e ripartire.

Il 13 ottobre era anche la data entro cui, in base alle ricostruzioni diffuse dopo la rimozione, Ranucci doveva scegliere tra i tre incarichi alternativi offerti dalla Rai. L’azienda li ha definiti «coerenti con il suo grado e con l’esperienza maturata in Rai». Ranucci non ha reso pubblica la sua scelta e il video non lo chiarisce. Chiarisce invece una cosa: dopo il no del giudice, il giornalista non ha più strade rapide per tornare alla conduzione.

Ranucci ha guidato Report dal 2017, dopo esserne stato autore dal 2006 accanto a Milena Gabanelli, che aveva creato il programma. Le nuove conduzioni sono state affidate a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, due giornalisti della stessa redazione. La nuova stagione parte l’8 novembre 2026.

La bomba di Pomezia e l’arresto di Lavitola

Per capire come si arriva agli scatoloni bisogna tornare alla sera del 16 ottobre 2025. Un ordigno con quasi 1 chilo di esplosivo distrugge l’auto di Ranucci e danneggia quella della figlia, davanti alla casa di famiglia nel territorio di Pomezia, alle porte di Roma. Un chilo di esplosivo basta a uccidere chi passa accanto. Le indagini vengono affidate alla Direzione distrettuale antimafia di Roma, guidata dal procuratore Francesco Lo Voi.

Il 10 agosto 2026 i carabinieri arrestano Valter Lavitola, imprenditore ed ex editore, su ordinanza del giudice per le indagini preliminari Iole Moricca. Per la Procura sarebbe lui il mandante dell’attentato, con l’aggravante del metodo mafioso. Il giudice ha chiesto l’arresto anche di un presunto intermediario, Gomes Clesio Tavares, che risulta all’estero ed è considerato latitante.

Il movente indicato dal gip è il punto che ha cambiato tutto. Secondo l’ordinanza, Lavitola avrebbe fatto piazzare la bomba per proteggere Ranucci e accrescerne la popolarità, proponendosi come suo consulente in vista di un futuro in politica. Lavitola respinge l’accusa: davanti ai magistrati si è detto «sconcertato» e ha negato di essere il mandante. Va detto con precisione: Lavitola è indagato e in custodia cautelare, non condannato. Ranucci è parte lesa e non è indagato.

La rimozione del 28 agosto e la lettera della Rai

Il 28 agosto 2026 la Rai comunica la nuova conduzione di Report e, con una lettera firmata dal direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini, informa Ranucci della sua rimozione. Nel testo l’azienda scrive che la credibilità di chi fa inchieste non può essere messa in dubbio da «percezioni di opacità, commistione e interferenze». E precisa che la decisione è presa «esclusivamente per esigenze organizzative, editoriali e di tutela del servizio pubblico».

La Rai, però, non elenca in quella lettera un fatto specifico contestato. È il punto su cui l’avvocato di Ranucci, Roberto De Vita, ha costruito il ricorso, parlando di motivazioni carenti, demansionamento e discriminazione. Ranucci ha reagito dicendo «il gioco è fatto» e annunciando «la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa». Ha definito «mortificante» la scelta dei due colleghi al suo posto.

Qui c’è il primo punto debole dell’azienda. Un servizio pubblico che rimuove il volto del suo programma d’inchiesta deve dire quali fatti pesa, non limitarsi a parlare di percezioni. Le percezioni non sono atti.

Le quattro contestazioni e la sospensione di 10 giorni

Il 16 settembre la Rai notifica a Ranucci una contestazione disciplinare, dopo l’istruttoria della Commissione per il Codice etico, l’organo interno che valuta i comportamenti dei dipendenti. Il 5 ottobre arriva la sanzione: 10 giorni di sospensione dal lavoro e dallo stipendio, legata a quattro contestazioni, come ha riportato anche la Federazione nazionale della stampa.

La Rai non ha reso pubblico il contenuto delle contestazioni. Le ricostruzioni di stampa, non confermate dall’azienda, parlano di mail aziendali inoltrate a Lavitola, di una conversazione con un parlamentare, di ingressi in sede di una persona esterna e di giudizi denigratori verso i colleghi Presutti e Piervincenzi. Su questi punti valgono solo gli atti, che non conosciamo.

L’avvocato De Vita ha annunciato l’impugnazione e ha fatto notare che la sanzione è arrivata mentre il Tribunale del lavoro stava ancora decidendo sul reintegro. Lo stesso giorno Corsini ha detto in pubblico di sperare che Ranucci non torni a Report. Un dirigente del servizio pubblico che si augura l’esito di una causa in corso contro un suo dipendente non aiuta la credibilità dell’azienda.

L’ordinanza del 9 ottobre: cosa dice il giudice

La giudice del lavoro Donatella Casari ha depositato il 9 ottobre un’ordinanza di 31 pagine. Respinge il ricorso urgente perché manca il requisito dell’urgenza e perché la scelta del conduttore rientra nelle decisioni organizzative dell’impresa editoriale. Pesa soprattutto il clima nella redazione: tensioni tra Ranucci e diversi colleghi, documentate anche da scambi di mail, che il giudice legge come una frattura e non come una lite passeggera. La riorganizzazione serve, secondo l’ordinanza, a far lavorare la redazione in condizioni adeguate.

Poi il passaggio che riguarda tutti noi. La giudice scrive di una «accertata impropria pressione mediatica esercitata ad opera di esponenti di rilievo della maggioranza di Governo sulle decisioni aziendali», diretta a ottenere la rimozione di Ranucci. Aggiunge però che questo resta un «unico dato indiziario», non sufficiente a provare che la Rai abbia deciso per quel motivo. Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, del resto, aveva chiesto pubblicamente la rimozione e l’aveva salutata come giusta.

Ranucci ha commentato: «Rispetto la sentenza e la accetto serenamente». Ha però definito «narrazione artefatta» gran parte del clamore che ha pesato sulla redazione e ha parlato di «fango per cancellare la trasmissione». Il 9 ottobre non vince nessuno. La Rai ottiene ragione sul diritto del lavoro, ma un tribunale certifica che pezzi del governo hanno spinto per togliere di mezzo un giornalista. Il Regolamento europeo sulla libertà dei media, in vigore in pieno dall’8 agosto 2025, impone agli Stati di garantire l’indipendenza editoriale dei media pubblici. L’Italia nel 2025 è 49ª nella classifica di Reporters sans frontières sulla libertà di stampa.

Le convinzioni sbagliate e cosa chiediamo

Due cose vanno dette contro le versioni che circolano. Ranucci non è stato licenziato: resta dipendente Rai, è stato tolto dalla conduzione e ha ricevuto tre proposte di incarico. E nessun atto collega la sua rimozione alle mafie o agli indagati delle sue inchieste. L’unica persona arrestata per la bomba è, secondo il gip, un conoscente di lunga data del giornalista, con un movente che non c’entra con le inchieste. Chi si sentiva danneggiato da Report ha sempre avuto i tribunali per difendersi, non la Commissione etica di un’azienda.

La richiesta è precisa. L’amministratore delegato della Rai riferisca alla Commissione parlamentare di Vigilanza con gli atti: la lettera di rimozione, le quattro contestazioni e la risposta aziendale alle pressioni che il Tribunale ha definito improprie. Gli esponenti della maggioranza citati nel procedimento smettano di indicare chi deve condurre un programma del servizio pubblico. La Procura di Roma porti a processo l’inchiesta sulla bomba, perché solo un giudice potrà dire chi ha ordinato quell’esplosione. E Ranucci spieghi in pubblico, con nomi e date, quali sono le «modalità mostruose» di cui parla e che rapporto ha avuto con Lavitola.

Un conduttore si può sostituire. La trasparenza di un’azienda pubblica e l’indipendenza dalla politica, no.

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