Giorgetti e l’aula vuota alla Camera: sei deputati di maggioranza ad ascoltarlo, 219 a votare lo scostamento

Giorgetti parla a un'aula vuota alla Camera sul Dpfp: sei deputati di maggioranza presenti, poi 219 sì allo scostamento da 29 miliardi. Fatti e numeri.

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Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha parlato martedì 13 ottobre 2026 a un’aula vuota alla Camera, mentre presentava il Documento programmatico di finanza pubblica e la richiesta di scostamento di bilancio da 29 miliardi. Nei banchi della maggioranza sedevano sei deputati, compresa la relatrice. Poche ore dopo la stessa Camera ha approvato lo scostamento con 219 sì e 110 no.

La notizia conta perché quel voto autorizza il governo a fare più deficit per due anni, cioè a caricare altro debito su tutti i cittadini. Giorgetti ha ragione a irritarsi: discutere i conti dello Stato davanti a una ventina di persone non è normale. Ma il richiamo va rivolto prima di tutto ai partiti che lo sostengono. I banchi più vuoti erano i loro, e i loro deputati sono ricomparsi solo quando serviva premere il pulsante. Il problema non è la pigrizia di qualcuno: sono le regole della Camera, che puniscono chi salta i voti e ignorano chi salta il dibattito.

Cosa è successo in aula martedì mattina

La seduta si è aperta con la relazione della deputata della Lega Rebecca Frassini, relatrice del provvedimento. Poi ha preso la parola Giorgetti. Secondo le cronache parlamentari, all’inizio del suo intervento in aula c’era una dozzina di deputati, saliti a circa 20 nel corso del discorso. Nei banchi del centrodestra, che sostiene il governo Meloni, erano in cinque o sei, relatrice compresa. Nei banchi del centrosinistra circa il doppio.

Il ministro ha esordito con un saluto ai «colleghi presenti in aula», accolto da un applauso dei pochi che c’erano. Nel merito ha parlato di «nuvoloni all’orizzonte» e ha definito la richiesta di scostamento «un passo consapevole» rispetto alla linea di prudenza seguita finora. Ha aggiunto che «programmare soprattutto a tre anni in situazioni di grande turbolenza è assai complicato».

Le parole di Giorgetti fuori dall’aula

Lo sfogo vero è arrivato dopo, parlando con i cronisti nei corridoi di Montecitorio prima di andare al Senato. «Non c’era nessuno, è incredibile. Per lo scostamento servono 201 sì, così non passa», ha detto il ministro. E poi la frase che ha fatto il giro delle redazioni: «Eh, questi non vogliono lavorare di lunedì, ma mi sembra che nemmeno il martedì abbiano tanta voglia».

Il riferimento al lunedì ha una spiegazione. Secondo le stesse cronache, il voto era stato fissato di martedì perché i deputati non volevano rientrare a Roma subito dopo il fine settimana. I lavori dell’aula della Camera si concentrano di norma tra il martedì e il giovedì. Giorgetti non ha fatto nomi e non ha detto a quale gruppo si riferisse.

Cosa chiede il governo con lo scostamento da 29 miliardi

Scostamento di bilancio vuol dire che il governo chiede al Parlamento il permesso di spendere più di quanto previsto dal percorso concordato con l’Unione europea. La Relazione al Parlamento, approvata dal Consiglio dei ministri il 2 ottobre 2026 e firmata dalla presidente Giorgia Meloni e da Giorgetti, chiede uno spazio dello 0,6 per cento del Pil per il 2027 e per il 2028.

La metà, lo 0,3 per cento, va alla difesa e alla sicurezza. L’altra metà va a interventi sull’energia. In soldi sono circa 14,4 miliardi l’anno, 29 miliardi in due anni. Per capire la cifra: sono circa 500 euro per ogni residente in Italia, neonati compresi. Lo strumento si chiama clausola nazionale di salvaguardia ed è previsto dalle nuove regole europee sui conti pubblici. La decisione finale spetta al Consiglio dell’Unione europea, attesa a novembre.

Nel documento del governo il deficit del 2027 sale al 3,4 per cento del Pil e il debito al 138,5 per cento. La prossima tappa è il Documento programmatico di bilancio, da approvare entro il 20 ottobre, e poi la legge di bilancio.

I voti alla Camera e al Senato

Per lo scostamento la Costituzione, all’articolo 81, impone la maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera. Dopo il taglio dei parlamentari del 2020 alla Camera servono 201 voti su 400. La risoluzione della maggioranza è passata con 219 sì e 110 no. La risoluzione sul Documento programmatico, che richiede solo la maggioranza semplice, ha avuto 216 sì e 116 no.

Al Senato la risoluzione sullo scostamento ha ottenuto 109 sì, 61 no e 2 astenuti. Il senatore a vita Mario Monti ha annunciato il voto contrario, parlando di una fase di «crisi del debito pubblico mondiale». Uscendo da Montecitorio dopo il via libera, Giorgetti ha commentato: «Bene, bene. Abbiamo vinto».

La contraddizione: i banchi vuoti erano quelli della maggioranza

Qui sta il punto. In mattinata, per ascoltare il ministro che spiegava perché servono altri 29 miliardi di deficit, il centrodestra ha schierato sei deputati. A metà giornata, per votare quello stesso deficit, ne ha schierati 219. Non è un dettaglio: l’opposizione, che quel documento lo contesta, in aula era presente in numero doppio.

Giorgetti ha detto «questi» senza indicare nessuno. Ma i numeri indicano con chiarezza chi mancava. Il ministro siede al governo da quattro anni con quella maggioranza e conosce i capigruppo per nome. Se il rimprovero è fondato, e lo è, va rivolto a loro.

Perché i deputati arrivano solo per votare: le regole della Camera

Il comportamento visto martedì ha una causa precisa nel sistema di trattenute della Camera. Un deputato riceve un’indennità mensile lorda di circa 10.400 euro, più una diaria di 3.503,11 euro al mese come rimborso per il soggiorno a Roma. La diaria viene ridotta di 206,58 euro per ogni giorno di assenza dalle sedute in cui si vota con il sistema elettronico. Per risultare presente basta partecipare ad almeno il 30 per cento delle votazioni della giornata.

La conseguenza è semplice. Chi salta il dibattito ma arriva in tempo per i voti non perde un euro. Chi resta in aula ad ascoltare il ministro non guadagna nulla in più. Per un operaio o un impiegato un’assenza dal lavoro significa una giornata non pagata o un permesso consumato. Per un deputato la presenza ai dibattiti non viene nemmeno registrata ai fini economici. Il taglio dei parlamentari del 2020 prometteva un Parlamento più efficiente: i deputati sono diventati 400 invece di 630, i banchi vuoti sono rimasti.

Le reazioni delle opposizioni

Dal Partito democratico è arrivata una solidarietà ironica. La deputata Maria Cecilia Guerra, intervenendo in aula dopo le 10 quando Giorgetti era già al Senato, ha detto: «Indecente, solidarietà al ministro Giorgetti che ha parlato di fronte a un’aula vuota». Secondo Guerra il ministro è stato «abbandonato totalmente dalla sua maggioranza», Lega compresa. La capogruppo Pd Chiara Braga ha usato la scena per attaccare il merito del documento, giudicato dal suo partito privo di contenuti.

Va detto che le opposizioni hanno votato contro sia lo scostamento sia il Documento programmatico. La loro presenza in aula al mattino, pur doppia rispetto alla maggioranza, resta comunque una frazione dei 400 deputati.

Cosa chiediamo

Chiediamo due cose concrete. Al presidente della Camera Lorenzo Fontana e all’Ufficio di presidenza chiediamo di modificare il regime delle trattenute: la riduzione della diaria deve scattare anche per chi diserta i dibattiti sui documenti di finanza pubblica e sulla legge di bilancio, non solo per chi salta i voti. La regola esiste già, basta estenderla alle sedute che contano di più.

A Giorgetti chiediamo di completare il suo richiamo. Ha detto una cosa vera, la dica fino in fondo: indichi i capigruppo della sua maggioranza che martedì hanno lasciato vuoti i banchi, a cominciare da quelli del suo partito. Un ministro che chiede al Paese altri 29 miliardi di deficit ha il diritto di pretendere che chi lo vota lo abbia almeno ascoltato.

Sei deputati ad ascoltare e 219 a votare sì: è questa la fotografia della Camera nel giorno in cui ha deciso di fare altro debito.

Fonti

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