Emanuele Filiberto di Savoia attacca la Repubblica: “Un verdetto che solleva ancora interrogativi”

Emanuele Filiberto ricorda suo nonno e attacca il referendum che portò alla Repubblica. Vediamo cosa accadde in quei giorni.

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Laureato in Scienze della Comunicazione e Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica presso l’Università Federico II, giornalista pubblicista dal 2017, Antonio comincia a lavorare giovanissimo per Calciomercato.it, la sua passione per i motori però lo porta presto a cambiare rotta e ad approdare a Tuttomotoriweb.it. Negli anni collabora anche con FoxSports.it e Motorsport.com occupandosi di F1, MotoGP, Formula E, SBK, WRC, MXGP, Endurance e Automotive. Dal 2022 è direttore di TuttoMotoriWeb e a partire dal 2026 è direttore di Tuttonotizie.eu.

Emanuele Filiberto ricorda suo nonno e attacca il referendum che portò alla Repubblica. Vediamo cosa accadde in quei giorni.

L’Italia nel giugno del 1946 diventava una Repubblica, superando definitivamente la monarchia costituzionale e di fatto i Savoia. Oggi, a distanza di 80 anni, nel giorno della sua festa, è arrivato l’attacco di Emanuele Filiberto di Savoia, messo sotto forma di carezza. Con un lungo comunicato stampa, infatti, il nobile italiano ha voluto ricordare quel referendum che tanto costò alla sua famiglia.

In particolare, con queste parole, ha sollevato ombre su quelle elezioni: “Di fronte a un verdetto referendario sul quale gli storici continuano legittimamente a sollevare interrogativi mai del tutto chiariti, il Re compì la scelta più alta, dolorosa e lungimirante. Per non alimentare le divisioni in un Paese già lacerato, per risparmiare all’Italia il rischio di una nuova guerra civile a pochi mesi dalla fine del conflitto mondiale, Umberto II scelse la via dell’esilio”.

Inoltre, Emanuele Filiberto di Savoia, ha posto l’accento sul fatto che ancora oggi le istituzioni della nostra Repubblica vivono in palazzi e usino vecchi retaggi della monarchia, anche e soprattutto durante le cerimonie ufficiali. Proviamo allora a fare un po’ di chiarezza e vedere cosa accadde esattamente 80 anni fa.

Come ultimo tentativo per salvare l’istituzione monarchica Vittorio Emanuele III abdicò in favore del figlio Umberto di Savoia. A quel punto il re uscente si imbarcò con una ristretta corte dal golfo di Napoli alla volta di Alessandria d’Egitto. Secondo diari dell’epoca e varie ricostruzioni, l’abdicazione arrivò per favorire la vittoria della monarchia sulla repubblica. Potremmo quasi definirla una scelta di marketing.

Perché Vittorio Emanuele III abdicò?

La figura di Vittorio Emanuele III, infatti, era ormai compromessa agli occhi degli italiani per essere stata accanto a Mussolini e al Fascismo. D’altronde c’era la sua firma sotto le tante leggi scritte dal Regime. Per quanto concerne il referendum, le schede e i verbali delle 31 circoscrizioni vennero trasferite a Roma, nella Sala della Lupa e il conteggio avvenne davanti alla Corte di Cassazione, ufficiali angloamericani della Commissione alleata e dei giornalisti.

I risultati furono proclamati il 10 giugno e solo il 18 dello stesso mese vennero integrati i dati delle sezioni mancanti così da dare il risultato definitivo. Repubblica voti 12.718.641, Monarchia voti 10.718.502, Schede bianche 1.146.729 e Schede nulle 363.006. In quanto scritto da Emanuele Filiberto di Savoia c’è del vero? I monarchici dell’epoca avanzarono denunce di brogli e irregolarità nei verbali, in particolare nel passaggio tra i primi dati ufficiosi e quelli definitivi. In verità però su La Stampa del 5 giugno, già si leggeva di una repubblica in vantaggio di 1,2 milioni di voti.

Le contestazioni al referendum

Tra le contestazioni più accese ci fu quella riguardante una parte del testo del decreto che parlava di “maggioranza degli elettori votanti”, lasciando quindi margine a dispute sull’interpretazione del quorum in relazione a schede bianche e nulle. In realtà alla la Corte osservò che anche includendo bianche e nulle nel calcolo, la Repubblica avrebbe vinto ugualmente la campagna referendaria. La maggior parte degli storici ritiene che pur essendoci state probabilmente alcune irregolarità, tipiche di un Paese in ricostruzione appena uscito dalla guerra, l’ampio margine di 2 milioni di voti in favore della Repubblica, non può essere spiegato solo con i sotterfugi e quindi deve essere preso a tutti gli effetti come l’espressione della volontà del popolo italiano.

Il referendum in ogni caso evidenziò una profonda spaccatura tra nord e sud. I primi votarono a maggioranza la repubblica, i secondi la monarchia. Tanto è vero che ci furono scontri a Napoli, una delle città che si era schierata maggiormente a favore della monarchia. In verità uno dei punti cardine della contestazione dei monarchici, ovvero il fatto che il voto repubblicano avesse dovuto ottenere il quorum del 50% più 1 dei votanti viveva in una zona alquanto grigia di quel decreto. Infatti allo stesso modo anche la monarchia sarebbe dovuta sottostare alla stessa regola, con il pericolo quindi di avere un non vincitore dal referendum.

L’addio di Umberto II e le polemiche

Come fu decretato dalla Corte il 18 giugno però, la Repubblica aveva ottenuto anche il tanto contestato quorum. Per quanto concerne il re Umberto II, effettivamente lasciò l’Italia per il Portogallo unilateralmente, da un lato per scongiurare una probabile guerra civile che si sarebbe potuta scatenare in Italia, dall’altro perché il generale Maurice Stanley Lush lo avvisò che gli alleati non sarebbero intervenuti in sua difesa.

Qui c’è però un passaggio curioso, il re Umberto non accettò mai l’esito del referendum, né tantomeno abdicò, inoltre nel proclama diffuso prima di partire dove sciolse militari e funzionari dal giuramento verso l’istituzione che rappresentava, si rivolse al popolo italiano affidando a loro e solo a loro la patria, quindi non ai rappresentanti eletti democraticamente. Una piccola nota di colore che descrive tutte le tensioni dell’epoca. Alla fine lo stesso De Gasperi attaccò l’ormai ex re, definendo menzognere il suo comunicato e concluse il suo documento con queste parole: “Un periodo che non fu senza dignità si conclude con una pagina indegna”.

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