Da Parlamento a set per Reel: com’è cambiato il dialogo politico in Italia

La politica cambia linguaggio e si adegua ai tempi. Cerchiamo di capire di preciso cosa sta cambiando e perché.

Direttore

Laureato in Scienze della Comunicazione e Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica presso l’Università Federico II, giornalista pubblicista dal 2017, Antonio comincia a lavorare giovanissimo per Calciomercato.it, la sua passione per i motori però lo porta presto a cambiare rotta e ad approdare a Tuttomotoriweb.it. Negli anni collabora anche con FoxSports.it e Motorsport.com occupandosi di F1, MotoGP, Formula E, SBK, WRC, MXGP, Endurance e Automotive. Dal 2022 è direttore di TuttoMotoriWeb e a partire dal 2026 è direttore di Tuttonotizie.eu.

La politica cambia linguaggio e si adegua ai tempi. Cerchiamo di capire di preciso cosa sta cambiando e perché.

Non ci vuole una macchina del tempo, ma basta andare su YouTube, digitare uno dei grandi nomi dei nostri padri costituenti, ascoltare 2 minuti di un loro discorso, per capire la differenza che c’è con i politici di oggi. Non si tratta di meglio o peggio, si tratta di notare la diversità dovuta ai tempi che cambiano e mutano. Il parlamento è l’organo costituzionale fondamentale nelle democrazie rappresentative.

A prescindere dalle sue funzioni istituzionali che tutti conosciamo, il Parlamento è soprattutto luogo di confronto di idee diverse. In una democrazia utopistica quest’organo dovrebbe servire a trovare punti d’incontro legando pensieri diversi per costruire uno Stato migliore. Quello che un tempo era nato come un confronto di idee, oggi è diventata un’eterna contrapposizione tra bene e male, dove entrambi gli schieramenti politici si scambiano i ruoli a seconda dell’interlocutore di turno.

Non è un problema di destra o di sinistra, il comportamento è univoca da ambo le parti, eppure parliamoci chiaramente, è impossibile che tutte le idee di entrambi gli schieramenti siano sempre tutte giuste o tutte sbagliate, eppure a sentire il dialogo politico viene fuori proprio questo. Un dialogo che è cambiato anche e soprattutto nel linguaggio, che ha abbandonato quell’italiano aulico per abbracciare qualche inglesismo qua e là e tanto pop.

La politica che abbraccia i social

Quest’ultimo concetto è stato ben esplicitato dal linguista Michele Cortelazzo, che ha più volte scritto di come la neolingua politica sia mutata in questi anni, in particolare spinta dai nuovi mezzi di comunicazione come i social. In un mondo tutto verticale e fatto di Reel e Short, non c’è più spazio per i lunghi sermoni, quindi vince chi fa lo slogan più bello, quello vincente.

Provate ad ascoltare un intervento politico (di qualsiasi schieramento), hanno tutti la stessa impostazione, non molto lunghi in generale, frasi brevi e soprattutto un finale sempre molto impattante, magari con una citazione storica, così che possa diventare materiale per i propri social. Oggi il politico è a tutti gli effetti un influencer che prova a vendere sé stesso attraverso i propri interventi, il proprio impegno. Naturalmente c’è chi è più bravo e chi lo è meno. Prendete ad esempio il famoso intervento di Giorgia Meloni, quello della frase: “Sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana, non me lo toglierete”. Un elenco che è diventato subito virale sui social e ha reso l’attuale Premier mainstream.

Oggi i politici nei propri interventi cercano di individuare sempre un nemico, che sia l’immigrato, l’avversario politico o altro e contro di lui si scagliano con frasi a effetto. Questo crea un dialogo politico, anche in parlamento, completamente diverso dal passato. Giusto, sbagliato? Non sta a noi deciderlo, al massimo, romanticamente, si può rimpiangere un po’ quell’italiano aulico parlato dai nostri padri costituenti, ma sono i tempi che cambiano e giustamente la politica si adegua al popolo. Non ci sono più concetti da spiegare, ma slogan da lanciare e vince chi è più bravo a farlo.

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