Certificati falsi per salvare i clandestini dal CPR: il sistema nazionale che tradisce Ippocrate e la legge

Cento casi, decine di medici, un modulo prestampato: il sistema nazionale dei certificati falsi per sottrarre i clandestini ai CPR.

Parlo di Politica e Geopolitica senza badare alle ideologie

Ciò che ci racconta sulle sue pagine, in edicola oggi, Il Tempo è qualcosa di clamoroso. Cento casi, decine di medici, un modulo prestampato che girava di chat in chat e stranieri rimessi in libertà che sono tornati a delinquere. Questo è quello che Il Tempo ha iniziato a raccontare ed invitato a non lasciarli soli, raccogliamo il loro invito e non lo lasciamo cadere nel silenzio comodo a cui certa stampa ci ha abituato.

Partiamo dai fatti, perché i fatti soprattutto quando sono brutti, fanno più male di qualsiasi editoriale. Leggiamo che la Procura di Ravenna ha aperto un’indagine sul reparto di Malattie Infettive dell’ospedale della città romagnola. Otto medici nel mirino, accusati di aver rilasciato certificati di inidoneità al trattenimento nei CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) a stranieri irregolari destinati all’espulsione. Su 64 migranti visitati tra settembre 2024 e gennaio 2026, ben 34 sono stati dichiarati «non idonei». Solo 20 compatibili con il trasferimento.

Un sistema, non un’eccezione

Ravenna era la punta dell’iceberg, l’indagine si è allargata e i casi accertati sarebbero almeno cento, distribuiti in più regioni, con decine di medici coinvolti. I giornalisti de Il Tempo raccontano che ci sia il marchio di fabbrica della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, la cui bozza di modulo prestampato sarebbe stata usata come schema base per fabbricare quei referti.

Sule pagine del quotidiano vengono trascritte anche le chat interne al gruppo di medici e sono devastanti nella loro franchezza. «È una rottura ma la scelta è puramente etica. Noi avremo dato più di 20 non idoneità e non è successo niente». Etica, la parola etica usata per coprire quello che l’accusa definisce falso in atto pubblico e interruzione di pubblico servizio. E poi: «Fate circolare il modulo preparato per Ravenna… va riadattato, non copiato, ci sono stati problemi con la Questura». Bisognava riscriverlo a mano, volta per volta, per non farsi beccare. Un sistema rodato. Una catena di montaggio della disobbedienza travestita da coscienza.

C’è persino un medico che si è rifiutato: «Non sono d’accordo a dare a priori la non idoneità. Se non ci sono ragioni specifiche, io non lo farò». Una voce sola, in quel gruppo. Gli altri andavano avanti. E nelle intercettazioni ambientali compare anche la frase che dà il titolo a questa storia: «Sbirri di m**da». Ecco a che livello si erano spinti i difensori dell’accoglienza senza freni.

Il prezzo lo paga chi viene aggredito

Voglio che si capisca bene una cosa, perché in certi ambienti si tende a glissare su questo punto. Non stiamo parlando di un medico che certifica un raffreddore inesistente per far stare a casa un impiegato il lunedì mattina. Stiamo parlando di soggetti destinati ai CPR perché ritenuti pericolosi, irregolari, in attesa di espulsione. Gente che un giudice e una questura avevano già valutato. E che, rimessa a piede libero grazie a un pezzo di carta compilato con un modello scaricato da internet, in diversi casi è tornata a delinquere. Almeno sette episodi accertati, secondo le informazioni in possesso de Il Tempo.

Ogni volta che accade, c’è una vittima reale. Una persona in carne e ossa che subisce una rapina, un’aggressione, peggio. E quella vittima non saprà mai che il suo aggressore era già stato fermato, era già in attesa di essere espulso, e che qualcuno in camice bianco ha firmato un documento per tenerlo fuori dal CPR. In nome dell’ideologia.

La Gip Federica Lipovscek ha emesso misure cautelari: tre medici sospesi dalla professione per dieci mesi, altri cinque impossibilitati a occuparsi di certificati per l’idoneità ai centri. Il procedimento è ancora in fase preliminare, tre dottoresse hanno fatto ricorso al Riesame. Nessuna condanna definitiva, va precisato. Ma le chat ci sono, i numeri ci sono, i recidivi ci sono.

Il doppio tradimento che non si può perdonare

Ho riletto il giuramento di Ippocrate. Parla di «beneficio dei malati», di agire «secondo le mie capacità e il mio giudizio». Non dice nulla di agire secondo le proprie opinioni politiche sull’immigrazione. Non prevede che il camice diventi una divisa di partito.

Eppure è quello che è successo. Un gruppo di professionisti, formati a spese dello Stato, pagati con soldi pubblici, investiti di una fiducia sociale enorme, ha trasformato l’ambulatorio in un presidio politico. Ha usato la cartella clinica come strumento di lotta contro le politiche di rimpatrio. Ha mentito, secondo l’accusa, in atti pubblici. E lo ha fatto con la compiacenza, almeno silenziosa, di chi ha messo a disposizione quel modulo, di chi lo ha fatto circolare, di chi ha costruito una rete nazionale per replicare il modello ravennate.

Questo non è dissenso. Il dissenso si esercita in piazza, sui giornali, nelle aule parlamentari. Questo è sabotaggio istituzionale. Ed è doppiamente grave perché colpisce uno dei punti più sensibili del sistema: la credibilità della medicina pubblica e l’effettività delle norme sull’immigrazione. Due pilastri che reggono una convivenza civile ordinata.

Qualcuno mi dirà: ma i CPR sono luoghi inumani. Può darsi. Esistono sedi appropriate dove discuterne e battaglie legittime da combattere per cambiarli. La risposta non è falsificare documenti medici e rimettere in circolazione persone di cui non si conosce la pericolosità reale. La risposta non può essere questa.

Il Tempo è andato avanti con quest’inchiesta. Noi continueremo a seguirla, come da loro richiesto, ed a dare sostegno al lavoro giornalistico . Perché quando un sistema devia così profondamente, quando la medicina si piega all’ideologia e la legalità soccombe all’accoglienza a tutti i costi, qualcuno deve avere il coraggio di alzare la voce. Anche quando fa scomodo, soprattutto quando fa scomodo.

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