Stellantis a Wuhan: un miliardo di motivi per cui l’Italia ha perso

Stellantis investe 1 miliardo a Wuhan. Non è colpa della Cina né di Stellantis: è il fallimento sistemico dell'Italia industriale.

Parlo di Politica e Geopolitica senza badare alle ideologie

Stellantis ha appena firmato un accordo da un miliardo di euro per produrre Jeep e Peugeot a Wuhan, in Cina, e purtroppo la cosa era inevitabile. Perché un imprenditore vero, quello che rischia davvero i soldi e non aspetta il tavolo al MIMIT (Ministero delle Imprese e del Made In Italy), guarda tre numeri quando decide dove costruire una fabbrica: quanto costa l’energia, quanto costa il lavoro, quanto costa lo Stato che ti sta sul collo. In Italia, a tutte e tre le domande, la risposta è la stessa: troppo; in Cina è gestibile.

Il costo reale di fare impresa in Italia

Non è una questione ideologica ma aritmetica, un kilowattora industriale in Italia è tra i più cari d’Europa secondo i dati Eurostat, non propaganda. Licenziare un dipendente improduttivo richiede anni di contenzioso giudiziario, aprire un nuovo stabilimento significa navigare anni di permessi, varianti urbanistiche, VIA, ricorsi al TAR e tavoli tecnici che non producono nulla tranne altri tavoli tecnici.

Mentre Roma discute, Wuhan costruisce. Questa è la logica fredda del capitale: si muove dove il rendimento è maggiore e la frizione è minore. Stellantis non ha tradito l’Italia, ha fatto i conti e i conti non tornano più, non a Pomigliano d’Arco, non a Termoli, non a Melfi; queste non sono città che hanno perso contro la Cina, tutt’altro sono città che lo Stato italiano ha abbandonato decenni fa, lasciandole esposte a una competizione che non potevano vincere con le armi che avevano.

Il patriottismo economico che nessuno vuole sentire

Qui arriva la parte che i populisti di entrambi gli schieramenti evitano con cura chirurgica: non è colpa dei cinesi, non è colpa di Stellantis, è colpa nostra; colpa di un sistema che ha preferito la rendita alla produzione, la tutela corporativa all’efficienza, il convegno alla fabbrica.

Il vero patriottismo economico è noioso, impopolare e antipopulista, non sta nelle fiaccolate davanti ai cancelli delle fabbriche che chiudono, quelle servono solo alle telecamere; sta nel rendere conveniente produrre qui. Serve energia competitiva, burocrazia snella, mercato del lavoro flessibile senza essere selvaggio e certezza del diritto per chi investe.

Nessuna di queste cose piace a qualcuno: abbassare la tassazione sull’energia industriale vuol dire scontentare qualcun altro; riformare il mercato del lavoro vuol dire aprire una guerra sindacale; semplificare i permessi vuol dire tagliare poltrone, e in Italia, tagliare poltrone è l’unica cosa che nessun governo ha mai fatto davvero.

Possiamo continuare a raccontarci la favola del Made in Italy, dei poli industriali del Sud, degli accordi di programma firmati in pompa magna e dimenticati sei mesi dopo. Ma finché le condizioni di sistema non cambiano, le linee di montaggio si aprono a Wuhan. E quando le luci si spengono nelle fabbriche italiane, è già troppo tardi per accorgersi che il problema non era l’imprenditore cattivo ma lo Stato ingombrante.

La domanda non è se Stellantis abbia torto, la domanda è: quando decidiamo di smettere di meritarcelo?

Perché Stellantis ha scelto Wuhan invece dell’Italia per il nuovo investimento da 1 miliardo?

La scelta è determinata da tre variabili strutturali: costo dell’energia industriale (tra i più alti d’Europa in Italia secondo Eurostat), costo del lavoro con rigidità normative sul licenziamento, e burocrazia che allunga i tempi di avvio di nuovi impianti anche oltre gli otto anni. In Cina questi tre fattori sono sensibilmente più gestibili per un produttore di scala globale.

Quali stabilimenti italiani di Stellantis sono a rischio dopo l’accordo con Wuhan?

Gli impianti più esposti sono quelli storicamente legati alla produzione di volumi medi: Pomigliano d’Arco (Campania), Termoli (Molise) e Melfi (Basilicata). Questi siti dipendono fortemente dai volumi produttivi e dalla saturazione degli impianti, che l’accordo cinese rischia di ridurre ulteriormente spostando la domanda su modelli prodotti in Asia.

Non è semplicemente Stellantis che massimizza i profitti a spese dei lavoratori italiani?

La critica ha una base reale: Stellantis è un gruppo multinazionale con azionisti che chiedono rendimenti, e le scelte di localizzazione rispondono a quella logica. Tuttavia, i dati mostrano che il differenziale di costo tra Italia e Cina esiste ed è misurabile — non è una narrazione. La domanda pertinente non è se Stellantis abbia torto nel fare i conti, ma perché lo Stato italiano non abbia mai reso quei conti favorevoli

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