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A Roma un neonato maschio, nato da non più di 48 ore, è stato trovato vivo verso le 16.30 di venerdì 6 novembre 2026. Era dentro una busta della spesa, sotto il crocifisso vicino all’altare della parrocchia di San Gregorio Magno, in piazza Certaldo, nel quartiere Portuense. L’ha visto un parrocchiano, che ha chiamato il sacerdote e i soccorsi. Il piccolo è in buone condizioni ed è ricoverato all’ospedale San Camillo-Forlanini.
Il neonato trovato a San Gregorio Magno era nato da meno di due giorni
Secondo i sanitari dell’Ares 118, l’Azienda regionale emergenza sanitaria del Lazio, il neonato trovato a San Gregorio Magno era venuto al mondo da 24-48 ore e non è in pericolo di vita. Il fedele si è avvicinato alla busta e ha visto che dentro si muoveva un bambino.
Sul posto è arrivata un’ambulanza con un medico, due infermiere e un autista. Hanno fatto la prima assistenza in chiesa, poi hanno portato il piccolo in ospedale per gli accertamenti. Per ora sappiamo questo, e basta: un bambino di un giorno o due, solo, in un sacchetto di plastica, salvato perché qualcuno si è fermato a guardare.
Le telecamere della parrocchia hanno ripreso una persona incappucciata
Le indagini sono affidate ai carabinieri della stazione di Roma Villa Bonelli e del Nucleo radiomobile, che hanno acquisito i filmati delle telecamere interne alla chiesa. Dalla loro prima ricostruzione emerge una persona incappucciata, probabilmente una donna, che lascia la busta sotto il crocifisso e se ne va.
Chi sia e in che condizioni si trovi non è ancora noto. Ed è proprio qui che la storia cambia peso. Se quella donna ha partorito da sola, due giorni fa, oggi potrebbe avere bisogno di un medico quanto il figlio. L’emorragia dopo il parto è la prima causa di morte materna nel mondo, indica l’Organizzazione mondiale della sanità. In un reparto si ferma con farmaci e trasfusioni. In una casa, da sole, nessuno interviene.
Il bambino è vivo perché la madre ha scelto un luogo dove sarebbe stato visto. È una scelta che merita rispetto. Ma non è la strada più sicura, e la strada più sicura in Italia esiste da 26 anni.
In Italia una donna può partorire in ospedale senza dare il proprio nome
Una donna può partorire in qualsiasi ospedale italiano, essere curata e uscire senza che il suo nome compaia sull’atto di nascita del figlio. Lo prevede l’articolo 30 del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, il regolamento dello stato civile, che impone di rispettare la volontà della madre di non essere nominata.
La procedura la descrive il ministero della Salute nella sua scheda sul parto in anonimato. La nascita la dichiara il medico o l’ostetrica, non la madre. Sull’atto si scrive «nato da donna che non consente di essere nominata». Nelle comunicazioni ai giudici vanno tolti tutti gli elementi che possono identificarla. Il ministero chiede anche al personale di accogliere queste donne senza giudizi che le facciano sentire in colpa.
Tutto questo è gratuito, riservato e legale. Eppure una donna, ieri o l’altro ieri, ha scelto una busta della spesa.
Un diritto che nessuno conosce non protegge nessuno.
Il segreto sulla madre dura cento anni e il bambino viene adottato
Il Codice della privacy, all’articolo 93, tiene segreti per 100 anni i documenti che possono identificare la madre che non ha riconosciuto il figlio. Il bambino viene segnalato al Tribunale per i minorenni e, secondo la legge 184 del 1983 sulle adozioni, può essere dato in tempi brevi a una famiglia.
C’è un solo spiraglio, ed è a tutela del figlio. Con la sentenza n. 278 del 2013 la Corte costituzionale ha stabilito che il figlio adulto può chiedere al giudice di domandare, in modo riservato, alla madre se vuole revocare l’anonimato. La decisione resta a lei. Nessuno può imporle di farsi conoscere.

Le culle per la vita salvano i neonati solo se qualcuno le controlla
Le culle per la vita sono incubatrici riscaldate, aperte dall’esterno, che fanno scattare un allarme quando qualcuno vi lascia un bambino: la versione moderna della vecchia ruota degli esposti. Funzionano, a una condizione.
A Pasqua 2023 il piccolo Enea fu lasciato nella culla della clinica Mangiagalli del Policlinico di Milano, insieme a una lettera della madre, e fu soccorso in pochi minuti. Il 2 gennaio 2025, a Bari, un neonato è stato invece trovato senza vita nella culla della parrocchia di San Giovanni Battista, e la Procura di Bari ha aperto un’indagine sul funzionamento dell’impianto. Stesso strumento, due esiti opposti. La differenza la fanno la manutenzione e la sorveglianza, non la buona volontà.
Nel caso di Roma la culla non c’entra: il bambino è stato lasciato in chiesa, all’aperto della navata. È andata bene perché un fedele era lì nel pomeriggio di un venerdì. La fortuna non può essere il nostro sistema di protezione.
Abbandonare un neonato è un reato: cosa rischia chi lo ha lasciato
L’abbandono di un minore è punito dall’articolo 591 del codice penale con la reclusione da sei mesi a cinque anni, pena che aumenta se dal fatto derivano lesioni. Al momento nessuno risulta indagato, e chiunque venga identificato andrà considerato innocente fino a una sentenza definitiva.
I carabinieri faranno il loro lavoro, ed è giusto. Ma la minaccia del carcere non ha mai portato una donna disperata in sala parto. Ce la porta sapere che lì nessuno le chiederà il nome. Ha ragione chi, in queste ore, ha scritto che una chiesa è meglio di un cassonetto. Il posto davvero sicuro, però, è un reparto di ostetricia, perché è l’unico che cura anche la madre.
Qui la responsabilità è di chi governa la sanità. Il ministero della Salute ha una pagina chiara sul parto in anonimato, ma una pagina web non arriva a una ragazza sola, a una donna straniera che non parla italiano, a chi ha nascosto la gravidanza a tutti. Quell’informazione deve stare nei consultori, nelle farmacie e nei pronto soccorso, in più lingue. E la Regione Lazio, che gestisce gli ospedali, deve rendere pubblico dove si trovano le culle per la vita attive sul suo territorio e quando sono state controllate l’ultima volta.

Nei prossimi giorni i medici del San Camillo-Forlanini completeranno gli esami sul piccolo. L’ospedale e le autorità segnaleranno il caso alla Procura presso il Tribunale per i minorenni di Roma, che avvierà il percorso verso l’adozione. I carabinieri, intanto, continuano ad analizzare i filmati. La notizia migliore resta quella delle 16.30: il bambino respira e sta bene. Quella che manca è sapere che anche sua madre è al sicuro.
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- Abbiamo consultato 2 documenti e fonti ufficiali, elencati in fondo all’articolo.
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- Ultimo aggiornamento: 6 novembre 2026, ore 20:54.
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Fonti
- Ministero della Salute. Parto in anonimato: quando la mamma vuole rimanere segreta.
- Ministero dell’Interno, Dipartimento per gli affari interni e territoriali (2000). D.P.R. n. 396 del 3 novembre 2000, regolamento dello stato civile.
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