Parlano di remigrazione, poi tagliano scuola e forze dell’ordine per pagare una guerra che non è la nostra

Mentre la politica si divide sulla remigrazione, in Italia si taglia di qua e di là per trovare soldi per la spesa militare.

Direttore

Laureato in Scienze della Comunicazione e Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica presso l’Università Federico II, giornalista pubblicista dal 2017, Antonio comincia a lavorare giovanissimo per Calciomercato.it, la sua passione per i motori però lo porta presto a cambiare rotta e ad approdare a Tuttomotoriweb.it. Negli anni collabora anche con FoxSports.it e Motorsport.com occupandosi di F1, MotoGP, Formula E, SBK, WRC, MXGP, Endurance e Automotive. Dal 2022 è direttore di TuttoMotoriWeb e a partire dal 2026 è direttore di Tuttonotizie.eu.

Mentre la politica si divide sulla remigrazione, in Italia si taglia di qua e di là per trovare soldi per la spesa militare.

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Il tema della remigrazione è tornato centrale in queste ore dopo i fatti di Modena, a causa di una spaccatura interna al centro-destra sulla questione. Il termine in questione indica l’espulsione, il ritorno forzato o la deportazione di persone che sono immigrate, inclusi anche i loro discendenti, verso i Paesi di origine. Mentre una parte di politica si affanna ad usare questa parola come nuovo claim però c’è un Italia che viene letteralmente “tagliata”.

Nei prossimi mesi, infatti, assisteremo alle vari sforbiciate sulla spesa pubblica per la scuola. Sono infatti previsti meno 5.660 docenti dal 2025-2026 e meno 2.174 del personale ATA dal 2026 al 2027. In soldoni nei prossimi anni vedremo meno cattedre stabili, classi sempre più tirate e meno docenti di potenziamento da poter usare per recupero, progetti e laboratori.

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L’Italia e il riarmo che pesa sui conti pubblici

Se alla scuola sono stati operati dei veri e propri tagli, non va molto meglio alle Forze dell’ordine, che sono oggetto di un mancato piano di assunzioni, per sopperire ai vari pensionamenti. Secondo una stima quindi solo nel 2026 ci dovrebbe essere una perdita di 1.300 agenti, che si vanno a sommare al vuoto che già c’è di 10.000 unità. Allo stesso tempo destiniamo le nostre risorse all’incremento della spesa militare per avvicinarci all’obiettivo del 2% del PIL in difesa e tenere così gli impegni internazionali con la NATO.

In pratica c’è una corsa agli armamenti a causa del cima di tensione che serpeggia intorno all’Europa come la situazione in Medio Oriente e il conflitto tra Russia e Ucraina. Noi paghiamo quindi per guerre che non sono nostre, le stesse guerre che in realtà fanno aumentare i flussi migratori e allo stesso tempo spingono alcuni Paesi a radicalizzarsi. Quindi mentre una parte della nostra politica parla di remigrazione, in realtà il nostro Paese opera tagli alla scuola spingendo sempre più giovani italiani via da qui, riduce di fatto il numero di Forze dell’ordine sul territorio rendendo le nostre strade meno sicure e allo stesso tempo finanzia un riarmo per guerre che farebbero aumentare il numero di immigrati e di potenziali immigrati radicalizzati. Insomma è chiaro che qualcosa non quadra.

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Forse più che preoccuparsi del dito, sarebbe tempo di guardare la Luna. L’Italia è un Paese in ginocchio, che avrebbe bisogno di investire sui propri giovani, sull’industria manifatturiera e sul turismo per ripartire, invece si pensa agli slogan da bar.