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Giuseppe Colli, avvocato del foro di Pavia e tra i primi difensori di Alberto Stasi, si è presentato il 14 ottobre 2026 alla procura di Pavia, dove è aperta l’indagine su Andrea Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco. Prima di entrare ha detto: «Portiamo fuori questo ragazzo». Non ha spiegato il motivo della visita né quali atti abbia consegnato.
La frase pesa perché arriva da chi conosce il fascicolo dal 2007. Ma va messa accanto ai documenti: Stasi non è più in carcere dal 13 giugno 2026, quando il Tribunale di sorveglianza di Milano gli ha concesso l’affidamento in prova ai servizi sociali. Quello che resta in piedi è una condanna definitiva a 16 anni. Per noi quella condanna si smonta in un solo posto, la Corte d’appello di Brescia con un processo di revisione, e la procura di Pavia deve chiudere la partita Sempio con una decisione, non con una terza proroga.
Cosa è successo il 14 ottobre in procura a Pavia
Colli ha difeso Stasi insieme al professor Angelo Giarda nei processi di primo grado e d’appello, compreso l’appello bis del 2014 che portò alla condanna. Oggi la difesa è guidata dagli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis, che da mesi dicono di lavorare a una richiesta di revisione.
La visita in procura non è un atto processuale. Un avvocato può depositare memorie, chiedere copia di atti o sollecitare accertamenti. Finché non si conosce cosa è stato consegnato, la notizia è una dichiarazione, non un fatto giudiziario. E le dichiarazioni, in questo caso, sono già tante.
Stasi è fuori dal carcere dal 13 giugno 2026: cosa dice il Tribunale di sorveglianza
Dall’aprile 2025 Stasi era in semilibertà: lavorava fuori di giorno e rientrava la sera nel carcere di Bollate. Il 13 giugno 2026 il Tribunale di sorveglianza di Milano ha accolto la richiesta di affidamento in prova ai servizi sociali, con il parere favorevole della Procura generale, che ha richiamato la buona condotta e le relazioni positive del carcere. Stasi ha lasciato Bollate la stessa mattina, dopo oltre dieci anni e mezzo di detenzione.
L’affidamento è una misura alternativa: la pena continua, ma si sconta fuori, con prescrizioni, fino al 2028. La stessa avvocata Bocellari, quel giorno, lo ha detto con chiarezza: «Pur non trattandosi tecnicamente di un fine pena, oggi per Alberto Stasi è un nuovo punto di inizio». Portare Stasi fuori dal carcere, quindi, è già avvenuto per via ordinaria. L’obiettivo vero della difesa è cancellare la condanna, e per questo serve un giudice, non una frase sulle scale del tribunale.
La condanna definitiva e l’unica strada per riaprirla
Chiara Poggi, 26 anni, fu uccisa nella villetta di famiglia in via Pascoli a Garlasco il 13 agosto 2007. Il fidanzato Alberto Stasi fu assolto con rito abbreviato nel dicembre 2009 e in appello nel dicembre 2011. Nell’aprile 2013 la Cassazione annullò l’assoluzione e ordinò un nuovo processo d’appello. Il 17 dicembre 2014 la Corte d’appello di Milano lo condannò a 16 anni, con lo sconto di un terzo previsto dal rito abbreviato. Il 12 dicembre 2015 la Cassazione rese la condanna definitiva.
Quella sentenza non si regge su un solo reperto. I giudici del 2014 misero in fila più indizi: le scarpe di Stasi senza tracce di sangue in una casa piena di sangue, il DNA di Chiara sui pedali della sua bicicletta, i tempi raccontati dall’imputato. Chi vuole smontarla deve portare prove nuove alla Corte d’appello di Brescia, competente per le sentenze del distretto di Milano, con una richiesta di revisione. Il precedente c’è: Beniamino Zuncheddu, condannato all’ergastolo per la strage di Sinnai del 1991, è stato assolto in revisione dalla Corte d’appello di Roma nel gennaio 2024, dopo quasi 33 anni di carcere. Lo Stato può sbagliare e può correggersi, ma solo in un’aula.
L’indagine su Sempio: due avvisi di chiusura e la scadenza del 18 ottobre
Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara, è stato iscritto nel registro degli indagati nel marzo 2025. Era già stato indagato nel 2017, dopo un esposto della difesa Stasi sul DNA trovato sotto le unghie della vittima, e la posizione fu archiviata; una seconda archiviazione arrivò nel 2020. Per la legge Sempio resta innocente fino a una sentenza definitiva e si è sempre detto estraneo ai fatti.
Il 7 maggio 2026 la procura di Pavia gli ha notificato un primo avviso di conclusione delle indagini. Dopo le consulenze della difesa ha disposto nuovi accertamenti e il 28 settembre 2026 ha notificato il secondo avviso, con l’accusa invariata: omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti. Nel comunicato la procura scrive che la traccia di scarpa trovata sulla scena e il piede di Sempio non sono fisicamente incompatibili, e che non si può escludere la presenza di sangue sull’impronta 33. Il 25 settembre gli inquirenti hanno risentito per oltre un’ora e mezza Luciano Garofano, ex comandante del RIS di Parma.
Dalla notifica Sempio ha 20 giorni, fino al 18 ottobre, per depositare memorie o chiedere di essere interrogato. La sua avvocata Angela Taccia ha annunciato cinque nuove consulenze. Poi la procura deve scegliere: chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione. A Brescia, intanto, l’ex procuratore di Pavia Mario Venditti, che chiese l’archiviazione del 2017, risulta indagato per corruzione in atti giudiziari e respinge ogni accusa.
Impronta 33 e reperti distrutti: cosa hanno scritto i RIS
L’impronta 33 è il segno parziale di una mano destra sulla parete delle scale che portano alla cantina, dove fu trovato il corpo di Chiara. Nel 2007 fu fotografata ma non attribuita a nessuno. Nel 2025 una consulenza della difesa Stasi e gli accertamenti della procura l’hanno attribuita a Sempio. La difesa di Stasi sostiene che sia intrisa di sangue; la dattiloscopista Katia Sartori, consulente di Sempio, afferma di aver fatto test e di non aver trovato sangue. I nuovi esami del RIS di Roma, a inizio ottobre 2026, non chiudono la questione: il sangue può esserci.
Su questo reperto c’è un fatto accertato che pesa più delle opinioni. Con una comunicazione del 6 novembre 2025, firmata dal colonnello Matteo Donghi, il RIS di Parma ha risposto ai pm di Pavia, sollecitati dalla difesa Stasi: gli eluiti ricavati dall’intonaco dell’impronta 33 e dalle unghie di Chiara, cioè i liquidi estratti dai campioni, sono stati smaltiti nella seconda metà di settembre 2016, nove mesi dopo la condanna definitiva, insieme a provette di altri procedimenti e senza un verbale specifico, perché considerati materiale intermedio di lavorazione. Nello stesso novembre 2025 il RIS ha replicato alla memoria della difesa sull’uso integrale dell’intonaco grattato nel 2007: quella scelta, scrive il reparto, era condivisa dal consulente di allora della difesa.
La nostra lettura è semplice. Un laboratorio dello Stato che elimina senza verbale materiale di un caso da omicidio ha un problema di procedure, e deve spiegarlo. Ma l’impronta 33 non era tra le prove della condanna di Stasi: conta per lui solo se dimostra che sulla scena c’era un’altra persona. È lo stesso ragionamento dell’avvocata Taccia, che sostiene che l’impronta di scarpa sia più piccola del piede di Sempio, forse un numero 39 contro un 44, e aggiunge che quanto trovato «può aiutare anche Stasi». Una tesi di parte, da verificare come tutte le altre.
Chi deve fare cosa adesso
- La procura di Pavia, passato il 18 ottobre, deposita entro poche settimane la richiesta di rinvio a giudizio o di archiviazione per Sempio e la motiva in pubblico. Dopo due avvisi di chiusura, una terza proroga sarebbe una resa.
- La difesa di Stasi porta ogni elemento nuovo alla Corte d’appello di Brescia con una richiesta di revisione scritta, invece di annunciarla da sedici mesi.
- Il Comando dei RIS rende note le regole sulla conservazione dei campioni intermedi e dice se quelle del 2016 sono state rispettate.
Diciannove anni sono passati: chi era in prima elementare nell’agosto 2007 oggi vota. La famiglia Poggi, Sempio e lo stesso Stasi hanno diritto a date certe, e Chiara Poggi ha diritto a una verità scritta in una sentenza, non in un’intervista sulle scale di una procura.
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