L’Iran ha inviato agli USA 7 condizioni per la pace

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Autore, scrittore, provocatore.
Racconto storie scomode di cui nessuno parla, per dar voce a chi non ne ha. Ah, ho vinto il premio Forbes Italia 2025 per la categoria "Tech".

Mi sono ritagliato questo spazio sul giornale di cui sono Editore per parlarvi di tutto il futuro che si trova nel nostro presente. Proverò ad aiutarvi a districarvi nel mondo delle fake news, della disinformazione e della manipolazione mediatica.

WASHINGTON/TEHERAN – C’è una vecchia regola del bazar persiano: chiedi dieci, accetterai tre. E se è davvero questa la regola con cui la Repubblica Islamica si presenta al tavolo del negoziato, allora la lista che la IRIB — la televisione di Stato iraniana — ha rilanciato ieri sera alle 21:51 non è una proposta di pace. È una dichiarazione di guerra travestita da memorandum.

Sette richieste. Sette pretese. Diffuse in un contesto che le rende ancora più surreali: nella notte tra il 26 e il 27 maggio gli Stati Uniti hanno bombardato basi militari iraniane, Teheran ha gridato alla violazione della tregua, la Casa Bianca ha replicato che “le trattative proseguono”, Donald Trump ha convocato un gabinetto straordinario, Benjamin Netanyahu ha alzato la cornetta da Tel Aviv. La cosa più assurda? Le sette richieste sono uscite poche ore dopo che lo stesso IRIB, il 26 maggio, aveva smentito l’esistenza di qualsiasi memorandum d’intesa con gli Stati Uniti.

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Prima si nega tutto. Poi si pubblica il menù della pace. Andiamo a vederlo, punto per punto. Chi paga il conto? E soprattutto: chi crede davvero che questo conto verrà mai saldato?


L’antefatto: il “Memorandum di Islamabad” e la doccia gelata di Trump

Per capire cosa c’è dentro quelle sette richieste, bisogna partire da 24 ore prima. Ieri pomeriggio, 27 maggio, la TV di Stato iraniana ha diffuso la bozza del cosiddetto “Memorandum di Islamabad”: ritiro delle forze militari USA dalle vicinanze dell’Iran, revoca del blocco navale ai porti iraniani, e in cambio Teheran si impegnerebbe a ripristinare il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz ai livelli pre-bellici.

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L’agenzia iraniana Mizan ha aggiunto che la navigazione nello Stretto sarebbe gestita congiuntamente da Iran e Oman, con eventuale ratifica entro due mesi da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La Casa Bianca ha letto, ha sorriso e ha risposto con due parole: “totale invenzione”.

Poi è arrivato Trump in persona, davanti al gabinetto riunito: “Lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti, sono acque internazionali. Nessuno lo controllerà, sarà aperto a tutti”. E ha aggiunto la frase che fa tremare il bazar di Teheran: “Non sono sicuro che dovremmo concludere l’accordo se non firmano, se volete sapere la verità”.

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Una statistica racconta meglio di mille analisi cosa si gioca sul tavolo: le Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato mercoledì che 23 navi sono passate da Hormuz nelle ultime 24 ore “con il loro permesso”, contro le 125-140 imbarcazioni giornaliere registrate prima del conflitto. Il rubinetto del petrolio mondiale ridotto a un quinto.

Ed è in questo clima — bombe ancora calde, diplomazia in pezzi, petrolio in altalena — che IRIB rilancia con le sue sette richieste. Vediamole, una per una.

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1) Cessate il fuoco permanente: chiedere la pace mentre cadono le bombe

Prima richiesta, apparentemente innocua: cessate il fuoco permanente. Lo vorrebbero tutti, no? Peccato che Teheran lo chieda poche ore dopo aver gridato alla violazione della tregua per i raid notturni americani sulle sue basi militari, mentre la Casa Bianca insiste che le trattative proseguono.

Il punto critico dei colloqui, come documentato da Axios via IRNA, è proprio questo: ottenere garanzie che qualsiasi cessate il fuoco si traduca in una fine duratura delle ostilità. Tradotto: gli ayatollah vogliono un pezzo di carta che impedisca a Trump — o a chi verrà dopo di lui — di rifare nel 2027 quello che ha fatto nel 2026. Una cambiale in bianco sulla sovranità militare americana per i prossimi vent’anni.

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Risposta di Trump, ieri, davanti al gabinetto: “Pensavano che sarebbero riusciti a mettermi fretta. ‘Aspettiamo, ha le elezioni di midterm’. Non mi interessano le elezioni di midterm. Guardate cosa è successo ieri sera, è stato un preludio alle midterm”. Il “preludio” sarebbero le bombe. Capito il livello del negoziato?


2) Il ritiro USA dalla regione: gli ayatollah sognano un altro ’79

Qui si entra nel fantasy geopolitico. Gli Stati Uniti hanno basi in Bahrain (Quinta Flotta), Qatar (Al Udeid, la più grande del Medio Oriente), Kuwait (Camp Buehring), Emirati Arabi Uniti (Al Dhafra), Iraq, Giordania, Arabia Saudita. Decine di migliaia di soldati. Un’architettura militare costruita in trent’anni. Gli iraniani la vogliono smontare con una telefonata.

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Dettaglio che pochi notano: nella bozza ufficiale del “Memorandum di Islamabad” il punto NON c’è in questi termini. Il testo parla solo di ritiro “dall’area circostante l’Iran”, senza chiarire se ciò includa le forze schierate nella regione o quelle di stanza nelle basi. Ma nelle sette richieste IRIB pubblicate ieri sera, magicamente, il ritiro diventa “dalla regione” tout court.

E badate bene: non lo dicono come slogan ideologico. Lo mettono per iscritto come precondizione. Tra le richieste raccolte dal Times of Israel c’è l’uscita delle forze statunitensi dalle aree vicine all’Iran. Washington deve ammettere di aver perso una guerra che — secondo i propri stessi comunicati — sostiene di aver vinto.

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C’è poi un retroscena che pochi raccontano: secondo un rapporto rilanciato da The Hill, i danni alle basi americane nel Golfo ammontano a miliardi di dollari. Camp Buehring colpita da un caccia F-5 iraniano nei primi giorni di guerra, Al Dhafra e Al Ruwais con depositi di carburante, infermerie, hangar e baracche distrutti. Aggiungete almeno un caccia, una dozzina di droni MQ-9 Reaper, due cisterne MC-130, elicotteri e un aereo E-3 Sentry distrutti, e capirete perché Teheran si sente in posizione di dettare condizioni.

Trump, ieri, ha messo nero su bianco la linea: “Non mi sentirei a mio agio se la Cina o la Russia prendessero il controllo dell’uranio arricchito iraniano”. Cioè: non solo non ritiro le truppe, ma non mi fido nemmeno a lasciare l’uranio iraniano ai vostri amici di Pechino e Mosca.


3) “Nessuna interferenza in Iran”: il bavaglio mentre fuori si bombarda

Punto tre. È il più rivelatore. “Nessuna interferenza” è la formula con cui ogni regime autoritario — da Mosca a Pyongyang, da L’Avana a Caracas — chiede al mondo libero di chiudere gli occhi. Significa: niente sostegno ai dissidenti, niente dichiarazioni sui diritti umani, niente Voice of America, niente sanzioni mirate contro chi tortura. Niente.

E qui scatta il cortocircuito perfetto. Mentre Teheran chiede silenzio internazionale, è Papa Leone XIV in persona a fare appello al rispetto dei diritti umani di tutti. E mentre Trump si chiede se firmare, dentro l’Iran cosa succede?

Come riporta il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, al 22 maggio 2026 il regime affronta gravi crisi interconnesse, con profonde divisioni fazionali all’interno delle élite. Il blackout di Internet ha raggiunto l’84º giorno, con oltre 1.992 ore di accesso globale limitato secondo NetBlocks. Quasi tre mesi senza rete. Tre mesi di buio digitale imposto a 92 milioni di persone. Questa è la “non interferenza” che Teheran vuole proteggere: il diritto sovrano di staccare la spina al proprio popolo.


4) La revoca totale delle sanzioni: e Rubio chiude la porta in faccia

Le sanzioni americane contro l’Iran non sono un’invenzione di Trump. Sono un edificio costruito in quarant’anni, mattone su mattone, da Carter in poi. Coprono ogni cosa: petrolio, banche, assicurazioni, navi, persone fisiche, generali, ministri, ayatollah. Teheran vuole farle saltare tutte. In un colpo solo.

C’è solo un piccolo problema costituzionale: come ricorda un’analisi del Congressional Research Service, qualsiasi accordo relativo al programma nucleare iraniano farebbe scattare i requisiti di revisione parlamentare ai sensi dell’Iran Nuclear Agreement Review Act del 2015. Trump non può alzarsi una mattina e cancellare le sanzioni con un tweet. Deve passare per il Congresso. E al Congresso, sia tra repubblicani che democratici, l’idea di regalare ossigeno al regime degli ayatollah è politicamente tossica.

Ma il colpo di grazia, ieri, lo ha sferrato il Segretario di Stato Marco Rubio in persona durante la riunione di gabinetto. Cinque parole: “L’Iran non avrà mai un’arma nucleare”. Tradotto: prima il nucleare, poi parliamo del resto. Le sanzioni stanno lì, e ci restano finché Teheran non rinuncia all’arricchimento dell’uranio.

Sul nucleare, la risposta iraniana di ieri è stata gelida: “Le nostre scorte di uranio non sono all’ordine del giorno dei colloqui”. Punto. Dialogo tra sordi. Solo che uno dei due sordi ha l’uranio quasi arricchito a livello militare, l’altro ne ha già duemila in dotazione.

Eppure Teheran ci proverà fino in fondo. Perché ha bisogno disperato di soldi. Come scrive la CNN, solo la rimozione delle sanzioni sulle vendite di petrolio potrebbe generare quasi 10 miliardi di dollari di entrate per il governo iraniano in appena 60 giorni, stando ai numeri di Fars News.


5) Il rilascio dei fondi bloccati: 12, 25 o 100 miliardi? E il blocco navale che brucia tutto

Qui le cifre cambiano a seconda di chi parla, ed è qui che si capisce dove si sta davvero negoziando. I fondi iraniani congelati nel mondo sono stimati in decine di miliardi di dollari, parcheggiati in Corea del Sud, Iraq, Lussemburgo, Giappone. Soldi che Teheran considera propri e che Washington tiene in ostaggio dal 1979.

Secondo Contropiano, il memorandum prevedeva lo sblocco di metà dei fondi iraniani congelati, pari a 12 miliardi di dollari. Ma il Giornale, citando il New York Times, parla di 25 miliardi. Il Qatar ha smentito di aver offerto a Teheran lo sblocco di 12 miliardi di beni iraniani congelati in cambio dell’accettazione di un processo di pace.

Ma c’è un dettaglio che cambia ogni equazione. Dal 13 aprile 2026 è in corso un blocco navale USA contro l’Iran, con tre navi sequestrate, 33 vessel intercettati secondo CENTCOM, e un costo per Teheran stimato dagli americani in 500 milioni di dollari al giorno. Cinquecento. Milioni. Al giorno.

Fate i conti: ogni due giorni di blocco, l’Iran perde quanto otterrebbe sbloccando i 12 miliardi di asset di cui si parla nei memorandum. La domanda allora è una sola: chi tratta davvero da una posizione di forza? Una delle richieste della bozza iraniana di ieri era proprio la revoca del blocco navale ai porti. Tradotto: per favore, smettete di strangolarci, così possiamo riavere i nostri soldi che voi stessi avete congelato. Il bazar persiano applicato alla geopolitica.

E poi c’è la paura vera di Washington: quei soldi, una volta sbloccati, finanzieranno i Pasdaran, gli Hezbollah, gli Houthi e tutta la rete di proxy che ha appena devastato il Medio Oriente. È questo che spaventa Trump. E ancora di più, spaventa Netanyahu.


6) +300 miliardi di risarcimenti: il numero che fa tremare e che nessuno pagherà

Eccoci al punto più delirante. E al tempo stesso più rivelatore. Trecento miliardi di dollari. Da chi? Dagli Stati Uniti. Per cosa? Per i danni di una guerra che — secondo Washington — è stata Teheran a provocare.

La cifra non è uscita dal nulla. Come documenta Iran International, la portavoce del governo iraniano Fatemeh Mohajerani ha quantificato le perdite della campagna militare USA-Israele in circa 270 miliardi di dollari. Il New York Times, citando tre funzionari iraniani e due economisti, ha collocato il danno a circa 300 miliardi o più. Persino il think tank americano Foundation for Defense of Democracies stima un impatto tra 150 e 300 miliardi.

Non parliamo di fuffa propagandistica. Come scrive Bloomberg con immagini satellitari, i 270 miliardi di danni stimati non sono lontani dalla cifra che il Fondo Monetario Internazionale ha calcolato per l’intero PIL iraniano del 2026, circa 300 miliardi. Un’intera economia nazionale rasa al suolo in quaranta giorni.

Dove sono finite le bombe? Come elenca Al Jazeera: impianti petroliferi e di gas, aziende petrolchimiche, acciaierie, fabbriche di alluminio, ponti, porti, reti ferroviarie, università, centrali elettriche, impianti di desalinizzazione, ospedali, scuole, case civili. Il settore petrolchimico iraniano, con vendite annuali di 29,1 miliardi di dollari, ha visto l’85% della capacità di esportazione interrotta dopo gli attacchi su hub strategici come Mahshahr e South Pars.

Il dato che vi farà cadere la mascella, sempre da Iran International: in una valutazione consegnata al presidente Pezeshkian, alti funzionari economici hanno detto che i danni della guerra di 40 giorni — combinati con la situazione economica già fragile — potrebbero richiedere fino a 12 anni per essere riparati. Una generazione perduta.

Capite ora perché Teheran chiede 300 miliardi? Perché senza quei soldi il regime non sopravvive politicamente. La piazza, già stremata da decenni di sanzioni, non perdonerà chi non saprà ricostruire.

Ma c’è un piccolo dettaglio: nessuno in America vuole pagare. Anzi. Come testimonia il CRS, il vice-comptroller del Pentagono Jules W. Hurst III ha riferito al Congresso il 12 maggio che la stima dei costi operativi americani è di 29 miliardi di dollari. Loro chiedono 300, gli americani contano i propri 29 e pensano di mandare a Teheran la fattura, non un assegno.

E ieri sera, mentre IRIB pubblicava la lista, i sondaggi americani mostravano che la guerra è “profondamente impopolare” a meno di sei mesi dalle midterm. Capite il paradosso? Trump avrebbe ogni interesse a chiudere. Ma firmare 300 miliardi di risarcimenti al “nemico” lo seppellirebbe politicamente.


7) Il controllo dello Stretto di Hormuz: lo schiaffo di Trump in diretta

Ed eccoci alla partita vera. Quella che vale il petrolio del mondo. Come riporta la CNN citando Press TV e il vice-presidente del Parlamento Ali Nikzad, nel piano in 12 punti proposto da Teheran le navi israeliane non sarebbero mai autorizzate a transitare. Le navi dei “paesi ostili” — leggi: Stati Uniti — dovrebbero pagare i risarcimenti di guerra per ottenere un permesso. Tutte le altre dovrebbero chiedere l’autorizzazione iraniana.

Avete capito? Teheran non vuole solo soldi. Vuole il pedaggio sul rubinetto del petrolio mondiale. Trasformare lo Stretto — da cui passa il 20% del greggio del pianeta — in un canale a pagamento dove gli ayatollah decidono chi entra e chi resta fuori.

Qui Trump, ieri, ha pronunciato la frase che spazza via mesi di trattative: “Lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti, sono acque internazionali. Nessuno lo controllerà”. “Nessuno.” Né l’Iran. Né l’Oman. Né — sottinteso — nessun altro al posto degli Stati Uniti. È una linea rossa tracciata col gesso bianco della Marina USA, che da aprile pattuglia il Golfo Persico.

E il quadro si chiude così: l’Iran sta cercando di trasformare un’imposizione di fatto — il controllo che esercita ora sullo Stretto, ridotto a 23 navi al giorno contro le 125-140 pre-guerra — in un diritto di diritto internazionale. Gli americani rispondono con i raid notturni e con il blocco navale. Mosca e Pechino osservano. I prezzi del petrolio, ieri, sono scesi del 5% dopo il servizio della TV iraniana, prima di recuperare parte della flessione.

L’infografica riassuntiva delle sette condizioni dettate dall’iran, pronta da salvare e condividere

La contropartita: “misure reciproche”. Traduzione: zero

L’IRIB chiude il comunicato con la formula magica: “In cambio, l’Iran adotterebbe anche misure reciproche”. Cioè? Cosa offrono i Pasdaran in cambio di 300 miliardi, sanzioni cancellate, asset sbloccati, basi smantellate e controllo di Hormuz?

La risposta vera ce la dà — senza volerlo — il presidente del Parlamento iraniano. Come scrive il Giornale, Mohammad Ghalibaf, a capo dei negoziati con gli Stati Uniti, ha dichiarato che le forze armate iraniane hanno sfruttato al meglio il periodo di cessate il fuoco per ricostruire le proprie capacità. Letto bene? Hanno usato la tregua per riarmarsi. E lo dicono pure. Mentre Washington tratta, Teheran ricostruisce missili, droni, sistemi di comando.

Le “misure reciproche”, in iraniano, si pronunciano “prendere tempo”.


L’incognita Netanyahu: la telefonata che pesa più di tutte

C’è un terzo attore in questa partita, ed è quello che potrebbe far saltare tutto. Dopo la riunione di gabinetto di ieri, Netanyahu ha chiamato Trump. E intanto, sul fronte libanese, Israele ha intensificato le operazioni con avanzamento truppe e nuovi ordini di sgombero. Almeno 31 morti nelle ultime 24 ore.

Come ricostruisce Contropiano, diversi media israeliani criticano apertamente l’ipotesi di accordo. Il Canale 13 ha affermato che un’estensione del cessate il fuoco a 60 giorni sarebbe del tutto contraria agli obiettivi israeliani. Avigdor Lieberman si è spinto oltre, accusando Trump di sottoporre tutto Israele a un’umiliante prova con la benedizione di Netanyahu.

Tel Aviv non ha distrutto il programma nucleare iraniano. Non ha rovesciato il regime. Come scrive il Times of Israel, la guerra non ha ancora privato l’Iran delle sue scorte di uranio quasi arricchito a livello militare né della sua capacità di minacciare i vicini con missili, droni e milizie per procura.

Netanyahu non vuole la pace. La vuole il meno possibile, e a condizioni che Teheran non potrà mai firmare. Ogni 300 miliardi che gli ayatollah pretendono, è un altro mese di tregua che salta, è un’altra finestra di bombardamenti che si apre.


La verità nuda e cruda, al 28 maggio 2026

La lista delle sette richieste IRIB di ieri sera non è una proposta di pace. È un test psicologico. Una sonda lanciata dentro l’amministrazione Trump per capire fino a dove si può tirare la corda prima che si spezzi. Un comunicato di guerra travestito da memorandum, pubblicato esattamente nelle ore in cui le bombe americane cadevano sulle basi iraniane.

Teheran sa benissimo che gli Stati Uniti non si ritireranno dal Golfo. Sa che non pagheranno 300 miliardi. Sa che non sbloccheranno tutto, subito. Ma sa anche un’altra cosa: che dopo quaranta giorni di bombe, l’America è stanca. Trump ha già esteso unilateralmente la tregua. Il Pentagono conta i danni alle basi. Il Congresso fiuta che la guerra è impopolare. Le mid-term del 2026 sono dietro l’angolo, anche se il presidente giura che non gliene importa.

Come spiega l’analista Omid Memarian del think tank Dawn, intervistato da il Giornale: gli iraniani hanno dimostrato che Trump può ottenere meno con le minacce che con la diplomazia, e per entrambe le parti i negoziati stanno diventando inevitabili a causa degli enormi costi del proseguimento della guerra.

Ed eccolo il vero gioco: Teheran chiede l’impossibile per ottenere il difficile. Trump risponde “spazzatura” e “invenzione totale” per ottenere ciò che gli serve davvero, cioè un accordo da sbandierare in patria come “vittoria”. Israele osserva e affila i coltelli. L’Europa balbetta — Tajani al collega Rubio ha potuto solo dirsi favorevole “a tutte le iniziative che possano portare ad un cessate il fuoco permanente” — ma non conta nulla.

E sullo sfondo, mentre i diplomatici negoziano virgole e dollari, l’Iran reale resta al buio: 84 giorni di blackout internet, blocco navale che brucia mezzo miliardo al giorno, 270 miliardi di danni bellici già contati, una guerra di quaranta giorni che ha decapitato il regime con l’assassinio di Khamenei a febbraio, e una popolazione di 92 milioni di anime che ha pagato — letteralmente — 3.000 dollari a testa per il delirio di onnipotenza dei propri ayatollah.

Le sette richieste della IRIB? Sono il pizzo che i mullah stanno chiedendo al mondo per salvarsi la faccia davanti al loro stesso popolo. Trump risponde con le bombe e con quattro parole — “totale invenzione”, “non firmerò” — e intanto continua a strangolare lo Stretto.

Tutto questo è successo in quarantotto ore. La prossima nottata di bombe, se arriva, parlerà più forte di qualsiasi memorandum. E noi, dall’Italia, continueremo a guardare. Come sempre.

Tag:Iran