Armi nel porto di Ravenna, l’Avvocatura dello Stato scrive ai giudici: «è in corso una guerra mondiale a pezzi»

Armi nel porto di Ravenna: per negare i dati chiesti da una giornalista, l'Avvocatura dello Stato parla di guerra mondiale a pezzi. Date, sentenza del Tar e cosa manca.

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Per non rivelare quante armi sono passate dal porto di Ravenna nel 2025, l’Avvocatura dello Stato ha scritto al Consiglio di Stato che l’Italia è coinvolta in una «guerra mondiale a pezzi ed ibrida». La memoria difende l’Agenzia delle Dogane contro la giornalista Linda Maggiori, che ha chiesto i dati con un accesso civico. Il Fatto Quotidiano ha rilanciato il passaggio il 13 ottobre 2026.

La notizia conta perché nessun Parlamento ha mai votato quella guerra. L’articolo 78 della Costituzione affida alle Camere la decisione sullo stato di guerra, e le Camere non hanno deliberato nulla. Per noi la scelta è sbagliata due volte: usa una parola enorme per un fine piccolo, cioè tenere chiuso un archivio, e lo fa contro una sentenza che aveva già trovato un equilibrio ragionevole. Il Tar aveva detto: i numeri si pubblicano, le destinazioni restano riservate. Lo Stato invece ha deciso di non concedere nemmeno i numeri.

La richiesta della giornalista e il no delle Dogane

Tutto comincia a gennaio 2026. Linda Maggiori, giornalista di Faenza, presenta all’ufficio delle Dogane di Ravenna un’istanza di accesso civico generalizzato, lo strumento che permette a ogni cittadino di chiedere documenti alla pubblica amministrazione. Chiede una cosa sola: la quantità di materiale bellico e componenti di armamenti partiti dal porto nel 2025, divisa per quadrimestre e per tipo di operazione, esportazione o transito. Aggiunge, se possibile, provenienza e destinazione dei carichi.

L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli risponde di no. Richiama la tutela dell’ordine pubblico, della sicurezza nazionale e della concorrenza. Nel diniego, secondo la ricorrente, l’amministrazione scrive anche che l’interesse pubblico è una cosa diversa dall’«interesse mediatico». L’11 febbraio 2026 Maggiori, assistita dall’avvocato ravennate Andrea Maestri, fa ricorso al Tar dell’Emilia-Romagna.

Cosa ha deciso il Tar il 1° luglio 2026

L’udienza si tiene il 13 maggio. La sentenza, depositata il 1° luglio 2026, accoglie il ricorso in parte. Per i giudici il diniego sui quantitativi non è sorretto da una motivazione adeguata ed è quindi illegittimo. La frase chiave è questa: il «mero dato numerico e quantitativo» delle armi partite da Ravenna nel 2025 «appare neutro» e non costituisce un «pregiudizio concreto» agli interessi pubblici invocati dall’amministrazione.

Il Tar dà invece ragione alle Dogane su un punto: Paese di provenienza e di destinazione possono restare segreti, perché quei dati possono interferire con la sicurezza nazionale e con le relazioni internazionali. Il risultato è una linea chiara: quante armi sì, verso chi no. È la stessa linea che la legge sull’accesso civico, il decreto legislativo 33 del 2013, già prevede all’articolo 5-bis, dove elenca difesa, questioni militari e relazioni internazionali tra i limiti all’accesso.

L’appello e la frase sulla guerra mondiale

Il 22 luglio 2026 l’Agenzia delle Dogane, difesa dall’Avvocatura dello Stato, impugna la sentenza davanti al Consiglio di Stato e chiede di sospenderla. L’Avvocatura è l’ufficio che rappresenta in giudizio ministeri e amministrazioni pubbliche. Nell’appello sostiene che l’esecuzione della sentenza «è idonea a compromettere in modo definitivo ed irreparabile la sicurezza nazionale, la difesa e le questioni militari, nonché le relazioni internazionali dello Stato».

Il 27 agosto il Consiglio di Stato non decide sulla sospensiva e fissa subito l’udienza di merito per l’8 ottobre 2026. È nella memoria depositata per questo giudizio che compare il passaggio ora al centro della discussione: «nell’attuale contesto storico-politico, in cui, come è a tutti noto, è in corso una guerra mondiale ‘a pezzi’ ed ‘ibrida’ che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia». Secondo la ricorrente e i comitati che l’affiancano, la stessa memoria attribuisce al porto di Ravenna una «rilevanza militare». L’udienza di merito si è svolta l’8 ottobre. Al momento in cui scriviamo la decisione non risulta pubblicata.

Perché quella frase non regge: Costituzione e legge 185

L’espressione non nasce in un ufficio legale. Papa Francesco la usò il 13 settembre 2014 al sacrario di Redipuglia, parlando di una terza guerra mondiale combattuta «a pezzi». Era un appello contro la guerra. Dodici anni dopo diventa un argomento dello Stato per non rispondere a una domanda sui numeri.

La prima contraddizione è costituzionale. L’articolo 78 dice che le Camere deliberano lo stato di guerra e danno al governo i poteri necessari. L’articolo 11 dice che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa. Nessuna delibera di questo tipo esiste. Un atto difensivo non può sostituire un voto del Parlamento, né trasformare un clima internazionale in uno stato giuridico.

La seconda contraddizione riguarda la legge 185 del 1990, che regola esportazione, importazione e transito di armamenti. Da 36 anni quella legge obbliga il governo a presentare ogni anno al Parlamento una relazione sulle operazioni autorizzate. Il principio è semplice: sulle armi lo Stato rende conto. La relazione, però, fotografa le autorizzazioni nazionali, non i singoli porti. Per questo il dato locale che Maggiori ha chiesto è un pezzo che manca, non un segreto militare.

C’è poi un argomento di buon senso. Sapere che da Ravenna sono partite tot tonnellate di materiale bellico in un anno non dice a nessuno quale nave colpire, quando e dove. Per l’operatività servono orari, rotte e carichi delle singole navi, e nessuno li ha chiesti. Il Tar ha scritto esattamente questo. Chi vuole rovesciare quella valutazione deve spiegare quale danno concreto nasce da un totale annuale, non evocare un conflitto mondiale.

I precedenti: Genova 2019 e la domanda dei portuali

La domanda sui carichi nei porti non è nuova. Il 20 maggio 2019 a Genova la nave saudita Bahri Yanbu attraccò tra le proteste del collettivo dei lavoratori portuali e della Filt Cgil, che rifiutavano di caricare materiale destinato, secondo le associazioni pacifiste, alla guerra in Yemen. La prefettura assicurò che sarebbe stato imbarcato solo materiale non bellico. Chi lavora sulle banchine chiede da anni di sapere cosa movimenta.

A Ravenna la mobilitazione è cresciuta nel 2026: presidi in piazza del Popolo il 27 agosto e l’8 ottobre, richieste al sindaco Alessandro Barattoni di chiedere lui stesso i dati alle Dogane. Nel giudizio sono intervenuti a sostegno della giornalista anche il sindacato Usb e l’osservatorio The Weapon Watch. Secondo il Coordinamento contro i traffici di armi nel porto, i container in questione sarebbero diretti soprattutto verso Israele: è una tesi del comitato, che proprio i dati negati permetterebbero di confermare o smentire.

Cosa chiediamo a governo e amministrazione

Chiediamo alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Difesa Guido Crosetto di dire in Parlamento se il governo condivide la frase scritta dall’Avvocatura. Se la condivide, la porti in aula come prevede l’articolo 78. Se non la condivide, la faccia ritirare dagli atti.

Chiediamo all’Agenzia delle Dogane di pubblicare i quantitativi di materiale bellico transitati da Ravenna nel 2025, come ha ordinato il Tar, tenendo riservate le destinazioni. Chiediamo infine che la stessa regola valga per tutti i porti italiani, senza costringere ogni cittadino a un ricorso per sapere un numero.

Un fatto corregge una paura diffusa: nessuna legge ha messo l’Italia in guerra, e «guerra ibrida» indica di norma attacchi informatici, sabotaggi e disinformazione, non soldati al fronte. Proprio per questo la frase va contestata a chi l’ha firmata, non lasciata crescere come allarme.

Una guerra si vota in Parlamento, non si scrive in una memoria per chiudere un archivio.

Fonti

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